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reportage

Nella nuova Siria riprende la millenaria caccia agli alawiti

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Il governo di Ahmed al Sharaa visto dalla costa siriana. Il racconto di una giudice cristiana di Tartous su una collega declassata perché donna, un fenomeno all'ordine del giorno nei tribunali del Paese, e l'incontro con un alawita di Latakia che testimonia la recrudescenza di una persecuzione ancestrale, col pretesto di eliminare i sostenitori del vecchio regime.

Esteri 24_07_2026

Lasciamo Damasco alla volta della costa siriana. Nella mattinata feriale la stazione dei pullman di al Qaboon brulica di gente; a ben guardare, si tratta per la maggior parte di uomini intenti nelle più svariate faccende. Il giovane che ci accompagna al nostro autobus viene da Deir Ezzor, ci dice, 450 chilometri da Damasco, al confine con l'Iraq – l'epicentro dell'estremismo islamico in Siria. Assieme a noi salgono sul pullman due uomini a volto coperto armati di kalashnikov; sono della polizia, ci dicono, qualunque cosa la parola significhi. C'è anche una giovane coppia, lui con la barbetta appuntita attualmente molto à la page tra i giovani siriani, lei con l'abbaya nero e il burka che lascia solo una fessura per gli occhi. Per i primi duecento chilometri (ce ne sono circa 400 tra Damasco e la costa) la strada attraversa montagne brulle e spazzate dal vento, e i pochi sempreverdi abbarbicati a fondovalle sono piegati quasi fino a terra. Dopo Homs il paesaggio cambia e si addolcisce in vallate ricche di vegetazione mediterranea: eucalipti, tamerici, salici, oleandri, fichi d'India annunciano che il mare non è lontano. Attraversiamo coltivazioni di alberi da frutto – soprattutto banani, ma anche ulivi e nespoli – finché la vallata non si trasforma in pianura e si comincia a vedere il mare. Facciamo una prima breve tappa a Tartous, dove abbiamo un appuntamento: in un caffè del centro ci aspetta Fadwa (nome di fantasia), cinquant'anni, cristiana originaria della città. Dall'apparenza elegante ma semplice, Fadwa è un giudice, responsabile di una sezione civile del tribunale di Damasco. Ci hanno indirizzato a lei come ad una rara avis – già dai primordi del nuovo governo di Ahmed al Sharaa le donne, giudici e avvocati, sono state cacciate dai tribunali siriani. Proviamo un certo imbarazzo mentre le chiediamo come sia possibile che abbia mantenuto il suo posto, data la situazione corrente. Fadwa sorride: «Ci crede che non lo so? Una mia amica e collega – peraltro musulmana – responsabile di un'altra sezione del tribunale di Damasco, è stata appena declassata: non ha perso il lavoro ma è stata obbligata a scendere di livello perché i suoi colleghi uomini non ammettevano di avere una donna come capo. Per quanto mi riguarda, finché le cose vanno avanti così non mi lamento; poi Dio provvederà». La sua voce è dolce mentre ci parla, e il suo volto esprime serenità e fede. La lasciamo malvolentieri – avremmo tante altre domande da farle – ma dobbiamo arrivare a Latakia, dove abbiamo un altro appuntamento . Stavolta prendiamo un taxi – tra le due città ci sono poco più di ottanta chilometri – e raggiungiamo la caffetteria di un hotel di piazza Hanoun da dove contattiamo Murtada (nome di fantasia), un nostro contatto alawita che abita nelle campagne della città. Appena arrivato, Murtada ci invita ad andarcene dal luogo che abbiamo scelto per il nostro incontro – «è un covo di spie», sussurra in perfetto italiano, retaggio dei suoi dieci anni passati a Milano come autotrasportatore. Più delle parole, ci colpisce il suo aspetto: calvo, emaciato, dagli occhi azzurri infossati, è difficile attribuirgli un'età. Dalla sua persona spira un'inquietudine difficile da dissimulare: «Sono due anni che non venivo in città», ci racconta mentre ci spostiamo di quartiere e ci dirigiamo verso una gelateria di sua conoscenza. Finalmente seduti, cominciamo la nostra intervista – in completo anonimato, come ci ha chiesto: dalla presa del potere di Ahmed al Sharaa in Siria migliaia di alawiti – il numero preciso non è noto - sono oggetto di violenze di ogni tipo che non accennano a finire: saccheggi, furti, vessazioni, detenzioni arbitrarie, massacri, rapimenti, stupri. Murtada è un fiume in piena.

Signor Murtada, chi sono gli alawiti?
Le rispondo dicendole chi non siamo. Noi alawiti non siamo nuovi arrivati in questa terra, né siamo una ramificazione di alcuna altra branca dell'islam, né abbiamo bisogno del riconoscimento di alcuno. Siamo gli abitanti originari di questa terra e solo noi abbiamo il diritto di definirci, di scrivere la nostra storia, di determinare le nostre caratteristiche culturali, religiose e sociali e di rivendicare il pieno diritto di preservarle e proteggerle.

Com'è la situazione degli alawiti della costa?
Le dico solo questo: ieri nei dintorni di Latakia alcuni uomini delle “forze dell'ordine” hanno aperto il fuoco su una famiglia che prendeva il fresco sul balcone. Hanno ucciso la madre e due figli. Tutto ciò con il pretesto che fossero dei sostenitori del vecchio regime: si giustificano così quando vogliono uccidere qualcuno, e restano impuniti. Oltre diecimila innocenti sono morti, tra cui i giovani più promettenti, intellettuali, medici e altri, le nostre donne ridotte in schiavitù e rapite.

Perché tanto odio verso gli alawiti da parte del “nuovo governo” siriano?
L'odio verso gli alawiti e la violenza perpetrata contro di noi non sono iniziati con la caduta del regime, né sono una reazione ai cinquantacinque anni del governo dei due Assad – che era composto al 75% di sunniti – né ai quattordici anni di guerra civile. Questo odio e questa violenza hanno una storia millenaria: Ibn Taymiyyah, Ibn al-Jawziyya e altri teologi islamici, antenati e ispiratori dell'attuale estremismo islamico sunnita, dichiararono gli alawiti infedeli e ritennero lecito violare il loro sangue, il loro onore e le loro proprietà. In seguito, i turchi mamelucchi prima e il sultano ottomano Selim poi ordinarono il massacro di tutti gli abitanti alawiti di Aleppo e delle altre città e delle campagne circostanti. Il nuovo governo, nato da Hayat Tahrir al Sham e prima ancora da al Nusra, si riallaccia a queste correnti dell'islam, dunque uccidere un alawita è tornato ad essere lecito e persino obbligatorio, in nome del popolo siriano e della religione. La persecuzione degli alawiti non è un fenomeno passeggero o casuale, ma piuttosto la vera espressione di una struttura, quella dell'estremismo islamico sunnita, con profonde radici storiche, giuridiche e sociali. Se durante la guerra civile le famiglie alawite hanno offerto rifugio a migliaia di sunniti sfollati, trattandoli come fratelli, con la caduta del regime le vecchie abitudini sono tornate. Siamo stati immediatamente privati della cittadinanza e dei diritti, trattati come rimasugli del regime, costretti a dimostrare la nostra estraneità nei confronti degli Assad e del loro esercito. Abbiamo dovuto pagare il prezzo di cinquantacinque anni di dominio del partito baathista (il partito socialista arabo degli Assad, ndr), un partito che ha concesso ai sunniti dieci volte più di quanto abbia concesso a qualsiasi altro gruppo.

Oltre ad essere condannata perché la famiglia Assad vi apparteneva, di cos'altro è accusata la comunità alawita da parte del nuovo regime?
Siamo accusati di settarismo o addirittura di tradimento semplicemente perché rivendichiamo un nome, un'identità e una comunità autonoma e vogliamo essere riconosciuti come parte integrante della patria. Ma essere alawiti non è uno stigma che dobbiamo rinnegare per essere considerati “veri” siriani.

Secondo lei ci sarà mai una riconciliazione tra sunniti e alawiti in Siria?
La questione si risolverà solo con una revisione storica, con il riconoscimento delle radici delle persecuzioni contro gli alawiti nella giurisprudenza e nella storia, con la rottura completa con quella storia e con la costruzione effettiva di una nazione siriana libera dagli attuali estremismi.

Senza che ce lo dica, comprendiamo che Murtada ha fretta di rientrare a casa propria; lo salutiamo ringraziandolo per il tempo e ci ha concesso e ci avviamo verso la stazione dei pullman per tornare a Damasco. Del resto, non abbiamo molto altro da fare: l'atmosfera in città non è serena, c'è polizia – ufficiale o meno – dappertutto e appena proviamo a fare qualche foto veniamo immediatamente ripresi. Lasciamo Latakia con la speranza che cessino le violenze, ben sapendo che probabilmente – almeno per ora – il nostro resterà un desiderio irrealizzato.



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