Morto Dario Antiseri, filosofo cattolico ma in conflitto con la metafisica
Morto il filosofo cattolico Dario Antiseri, fra i firmatari dell'adesione degli intellettuali all'enciclica Fides et ratio. Non ha però mai risolto il suo rapporto conflittuale con la metafisica che definiva "utile per la scienza e dannosa per la fede".
Il 12 febbraio è morto Dario Antiseri (nato nel 1940) filosofo della scienza, preside della facoltà di Scienze Politiche alla LUISS di Roma.
Dario Antiseri è stato principalmente filosofo della scienza, ma ha esteso i suoi interessi e le sue competenze anche alla fede e alla politica. Nel primo ambito si è misurato a lungo sul tema del rapporto tra la ragione e la fede, nel secondo si è interrogato sulla relazione triadica tra fede, ragione e politica. Ha influenzato la cultura italiana contemporanea e soprattutto quella cattolica: pur avendo egli insegnato in centri accademici, diciamo, laici, si è sempre proclamato cattolico, ha dialogato con il Magistero (si pensi per esempio ai suoi interventi sull’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II) alla fine del secolo scorso, e con i teologi cattolici. Si può dire che egli abbia indicato una “via” epistemologica per la collaborazione tra scienza e fede.
L’aspetto principale del suo modo così “tipico” di intendere questo rapporto, era già presente nel libro Perché la metafisica è utile per la scienza e dannosa per la fede (Queriniana, 1980). Ricordo che, da giovane, ne scrissi una recensione per la rivista del seminario di Padova Studia Patavina proponendo una sostanziale critica.
Dario Antiseri era (e rimase) un popperiano. Ora, era proprio Karl Popper a sostenere che la scienza avesse bisogno della metafisica, mentre la fede dovesse guardarla con grande sospetto. La prima posizione poteva essere interpretata come una riabilitazione della metafisica dopo lo scientismo positivista da un lato e l’eccessivo convenzionalismo dall’altro. La scienza non era né puro fattualismo né relativismo convenzionale. Con questo non si trattava, però, nemmeno di una vera e propria riabilitazione, perché la metafisica era ridotta a fornire un quadro procedurale alla scienza, un paradigma, come sarebbe poi stato detto da un suo famoso seguace, ma solo la scienza continuava ad essere vera conoscenza, e non la metafisica.
Quanto alla seconda posizione – quella nei confronti della fede – possiamo dire che si trattava di qualcosa di molto grave. Sostenere che la metafisica è di danno per la fede significava negare la teologia naturale, la necessità della metafisica per la formulazione dei dogmi, la corrispondenza tra la legge naturale e la legge evangelica, l’opportunità dei preambula fidei, la necessità dell’apologetica. Ricordo di avervi visto, allora, venature protestanti.
Non mi risulta che Antiseri abbia in seguito mai modificato sostanzialmente quella tesi originaria, influendo così sull’evoluzione post-metafisica della teologia contemporanea. Subito dopo la pubblicazione dell’enciclica Fides et Ratio (1988) di Giovanni Paolo II, un gruppo di intellettuali cattolici firmò una adesione all’enciclica, che allora veniva molto contestata. Tra i firmatari c’era anche Antiseri e la cosa mi stupì molto, perché l’enciclica è tutta incentrata a celebrare il realismo metafisico fondato sulla conoscenza dell’essere (anzi, dell’atto di essere, addirittura). Ritornando a quegli interventi di Dario Antiseri, credo di poter ritenere che egli vedesse positivamente la relazione circolare o complementare tra fede e ragione che nell’enciclica veniva sostenuta, senza però pronunciarsi in modo definitivo né sulla sua struttura metafisica né sul primato della fede sulla ragione (in ciò, a dire il vero, aiutato dal paragrafo della stessa enciclica). Insomma, una adesione molto particolare e non del tutto convincente sul piano teoretico.
Dal punto vista politico Karl Popper era, come noto, un liberale, ed anche Dario Antiseri tale fu. Intesa la metafisica come una ipotesi di lavoro da cui poi procedere per prova ed errore, non poteva esistere nessun ordine naturale come guida morale e politica. In un certo senso il metodo per prova ed errore permetteva di “falsificare” gli errori e, quindi, di procedere nella conoscenza, ma senza sapere dove andare, dato che il punto di partenza è ipotetico e non strettamente conoscitivo. Per l’etica (e per la politica) questo è esiziale. Di conseguenza Dario Antiseri accettò il moderno principio di laicità e si adeguò ad un certo relativismo etico e politico. Nel libro Relativismo, nichilismo, individualismo. Fisiologia o patologia dell’Europa? (Rubbettino 2005) fa propria la posizione: “relativista perché cristiano, cristiano perché relativista”. Nel libro La laicità, le sue radici, le sue ragioni (Rubbettino, 2010) utilizza l’epistemologia popperiana per mostrare l’impossibilità di fondare con la ragione i valori morali.
Sarebbe interessante stabilire un parallelo tra Dario Antiseri e Marcello Pera. Del resto, hanno scritto un recente libro insieme, uno degli ultimi pubblicati da Antiseri: Europa senz’anima? Politica, cristianesimo, scienza (Morcelliana, 2024). Ambedue popperiani, ambedue liberali, ambedue interessati dal cattolicesimo. Dal paragone emergerebbe in Pera uno sforzo maggiore per recuperare quanto manca al liberalismo, soprattutto per il suo impegnato tentativo di recupero di Agostino e per aver segnalato che il “tarlo dell’Occidente” è la laicità (Il suicidio dell’Occidente, Rubbettino 2024). Antiseri sembrerebbe, al confronto, meno critico. Un aspetto, comunque, li avvicina: il rifiuto della metafisica realistica che li fa rientrare ambedue nel “vizio” della modernità teoretica.


