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Miliardi di vaccini per l'Africa. Miliardi (di dollari) nascosti da Kabila

Corale condanna alla mancanza di vaccini in Africa, dove solo il 7% della popolazione è coperto. La comunità internazionale, però, ha fatto quel che ha potuto, ma corruzione e mancanza di strutture impediscono la distribuzione. Proprio nei giorni in cui scoppia lo scandalo della corruzione di Joseph Kabila, ex presidente del Congo.

Campagna vaccinale in Africa

Il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa giudica ingiusta e discriminatoria la decisione di diversi stati di interrompere i voli aerei con l’Africa australe in seguito alla scoperta della variante Omicron del Covid-19 nel suo Paese.  “Ci siamo uniti a molti Paesi, organizzazioni e persone in tutto il mondo che hanno lottato per la parità di accesso ai vaccini per tutti – ha dichiarato il 29 novembre – l’emergere della variante Omicron dovrebbe piuttosto essere un campanello d’allarme per il mondo sul fatto che la disuguaglianza dei vaccini non può continuare. Invece di vietare i viaggi, i Paesi ricchi del mondo devono sostenere gli sforzi delle economie in via di sviluppo per accedere e produrre senza indugio dosi di vaccino sufficienti per la loro gente”.

Più che “sostenere gli sforzi” dei Paesi poveri e in via di sviluppo, finora i paesi ricchi si sono sostituiti a molti dei loro governi fornendo, come già tante altre volte in passato, risorse, fondi e vaccini. Quando circa un anno fa sono stati disponibili i primi vaccini, l’Oms ha subito avviato il programma internazionale di aiuti COVAX, inteso a far sì che i Paesi ricchi donassero dosi o contributi finanziari a quelli a sviluppo basso e medio, in gran parte africani. Ma attualmente meno del 7% degli africani risultano vaccinati. Tuttavia, se adesso nel continente la campagna di vaccinazione è in forte ritardo, non è tanto, e di certo non solo, per mancanza di vaccini, ma per  “difficoltà logistiche”: estrema, strutturale scarsità di personale sanitario, impraticabilità di territori privi di infrastrutture, estese regioni controllate o comunque infestate da gruppi armati che le rendono troppo pericolose per rischiare di organizzarvi dei centri vaccinali.

Dalla Cina arriveranno presto un miliardo di dosi, oltre ai 180 milioni già consegnati nei mesi scorsi. Lo ha promesso Xi Jinping il 29 novembre. Il 30 novembre l’India, che ha già fornito 25 milioni di dosi a 41 stati africani, ha annunciato che intensificherà la consegna di vaccini prodotti nelle sue fabbriche. Pochi giorni prima, il segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken, durante la sua prima visita in Africa, ha confermato che il suo Paese donerà oltre 1,1 miliardi di dosi, anche queste in gran parte destinate a Paesi africani. Inoltre ha promesso che gli Usa contribuiranno a far sì che gli africani possano fabbricare i vaccini di cui hanno bisogno. Altri Stati “ricchi” in precedenza si sono impegnati in tal senso, rispondendo alle rivendicazioni di autonomia espresse da alcuni leader africani.

“Perché dobbiamo dipendere dal resto del mondo per tutto? – domandava il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni parlando a un vertice dell’Oms lo scorso luglio – Ci dobbiamo vergognare. È una vergogna che tutto il continente aspetti sempre di essere salvato dagli altri. Ma l’egoismo dimostrato dai Paesi sviluppati in questo frangente deve servire a far sì che gli africani si decidano a diventare autosufficienti. È ora che smettano di aspettare donazioni di vaccini e incomincino a produrseli”. Come? Costruendo fabbriche farmaceutiche… grazie a contributi forniti da Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e da chiunque altro donatore, privato o pubblico, si faccia avanti. Quanto alle componenti dei vaccini, “niente paura – aveva concluso Museveni – alcune ci mancano, ma le compreremo, non abbiamo bisogno di regali”.

Miliardi di dosi di vaccini, miliardi di aiuti e prestiti. La Cina, inaugurando in Senegal il vertice di cooperazione Cina-Africa, un incontro che si svolge ogni tre anni a partire dal 2000, ha detto che, delle dosi promesse, 600 milioni arriveranno direttamente e il rimanente sarà fornito sotto altre forme, ad esempio investendo in centri di produzione di vaccini in Africa. Inoltre ha confermato che nei prossimi anni sarà aperta una linea di credito pari a 10 miliardi di dollari. Blinken da parte sua ha assicurato il proseguimento della Prosper Africa Initiative, creata per incrementare commercio e investimenti, la Growth and Opportunity Act, meglio nota come Agoa, voluta dal presidente Clinton per consentire accesso preferenziale al mercato USA da parte di paesi in via di sviluppo, e il Build Back World, una iniziativa avviata nel giugno del 2021 dai paesi del G7 che fa concorrenza alla Cina nel campo dello sviluppo di infrastrutture.

Blinken ha ribadito nei Paesi visitati – Kenya, Nigeria e Senegal – che è ora di trattare l’Africa come un soggetto, non come un oggetto di scelte geopolitiche. “Troppe volte – ha detto – i Paesi africani sono trattati come partner minori o peggio”. Ma l’immagine dell’Africa in realtà, al di là delle dichiarazioni di intenti, continua a essere quella di un continente in costante bisogno di assistenza, di doni, aiuti, incentivi che dei donatori decidono come, quando e in che misura concedere.

Né potrebbe essere diversamente. Tra gli Stati africani che per “difficoltà logistiche” hanno difficoltà a svolgere una campagna di vaccinazioni globale c’è la Repubblica democratica del Congo che, già all’inizio di marzo, aveva ricevuto 1,7 milioni di dosi. A fine aprile però era risultato che ne aveva utilizzate solo mille. Per evitare che scadessero e dovessero essere buttate via, 1,3 milioni di dosi erano quindi state spedite ad altri Paesi africani. Proprio in questi giorni il Congo è al centro di uno scandalo di grosse proporzioni. Da una fuga di documenti bancari è emerso che società e imprese possedute dalla famiglia dell’ex presidente Joseph Kabila, in carica dal 2001al 2019, e da persone a lui vicine hanno dirottato sui loro conti bancari milioni di dollari di fondi pubblici. D’altra parte già nel 2012 si diceva che Kabila avesse stornato dalle casse pubbliche circa 5,5 miliardi di dollari. Il Congo è uno degli Stati africani che registrano una crescita economica costante: tra il 2010 e il 2019 in media un incremento del Pil del 6,1%. Scandali come questo, ultimo di una serie interminabile, spiegano perché la crescita economica in Congo, e nella maggior parte dei Paesi africani, non si traduca quanto dovrebbe in sviluppo umano.  

Nel 2002 una commissione dell’Onu aveva denunciato lo sfruttamento, il saccheggio delle immense risorse naturali del Congo da parte delle leadership al potere. “Noi siamo congolesi – era stata la risposta ufficiale dei politici accusati – e quindi possiamo fare quel che vogliamo del nostro paese, le sue risorse ci appartengono, non si può dire che le stiamo saccheggiando”.

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