"Matrimonio" saffico con tanto di prete
Una militante LGBT si unisce civilmente e si inventa una liturgia nuziale che mima quella cattolica, con tanto di prete che tiene l'omelia.
Francesca Cavallo è una scrittrice e attivista LGBT. La Cavallo si è unita civilmente con Marlen Cirignaco. Su Vanity Fair ha raccontato così questa scelta: «Lo chiamo “matrimonio”, anche se per la Repubblica italiana è un’unione civile, e per il Vaticano non è niente. […] Intorno all’unione civile non c’è né una liturgia né un rito. Per legge c’è solo la lettura degli articoli del codice civile, così, in genere, si compensa l’aridità di questa pratica con un discorso affettuoso da parte dell’officiante civile, o magari con la lettura di lettere d’amore o di voti da parte delle spose.
[…] E poi c’è la questione della fede. Dio – com’è naturale – è del tutto assente dal rito civile, ma ha un ruolo importante sia nella mia vita che in quella di Marlen. Per tutte queste ragioni, quando ho cominciato a immaginare il rito con il quale avremmo fondato la nostra famiglia, sapevo che non mi sarebbe bastato leggere una lettera d’amore alla donna che avevo davanti, e ascoltare le parole che lei avrebbe rivolto a me. […] Se dunque si vuole radicare in Dio il proprio patto d’amore e ci si trova davanti a un vuoto totale di proposte, come si fa? Per me, tutto è partito da un brano dalla Prima lettera dell’evangelista Giovanni che mi era capitato di leggere e che mi aveva molto colpito: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi”.
Quel passaggio ha sbloccato qualcosa dentro di me, dentro di noi, che era congelato da tanto. Ci ha incoraggiate a pensare che – tutto sommato – nessuno potesse dirci se potevamo pregare o meno al nostro matrimonio, e soprattutto che non avevamo bisogno che nessuno certificasse la sacralità della nostra unione.
A partire da quel brano abbiamo scelto gli altri: una lettura dall’Antico testamento (il sogno di Giacobbe), un Salmo responsoriale (83) e il Vangelo (Gv 15, 9-17), mantenendo la struttura della liturgia della parola. Dopo aver scelto tutte le letture, ho scritto un rito di fondazione della famiglia che, con la partecipazione dei nostri quattro testimoni e dell’officiante civile, potesse esprimere con maggiore concretezza l’impegno che noi traiamo dalla Parola appena ascoltata.
Ho poi scritto le transizioni tra i vari momenti, che nella messa sono governate dal Messale romano, ma nel nostro caso, chiaramente, non lo sono. La scrittura della cerimonia è importante per difendere la solennità del momento: nessuna cerimonia solenne viene affidata alla verve dei partecipanti, perché ogni parola, ogni gesto, ogni frase devono avere un significato preciso nella cornice simbolica del rito.
Qualche anno fa, qualcuno mi aveva inoltrato un video di un sacerdote che, a messa, aveva letto alcuni pezzetti del mio romanzo autobiografico Ho un fuoco nel cassetto. La cosa mi aveva incuriosito e mi era venuto naturale parlare con lui del progetto che io e Marlen stavamo coltivando. Gli abbiamo mandato il lavoro che avevo fatto e gli ho chiesto se se la sentisse di accompagnarci in quella giornata, non per celebrare il nostro matrimonio, ma per fare l’omelia e guidare un momento di preghiera della comunità che si sarebbe riunita intorno a noi. Mi ha detto di sì.
Qualche settimana prima del rito ho anche telefonato al mio amico e grande teologo Vito Mancuso, esponendogli il viaggio che avevamo fatto e le riflessioni che ci avevano accompagnato nell’anno di preparazione al matrimonio.
“Ho uno scrupolo, Vito”, gli ho detto. “Ci stiamo ritagliando una religione su misura? Stiamo facendo una cosa superficiale?”. “Nulla in me si è ribellato a quello che mi hai raccontato”, mi ha risposto».
Dunque una coppia lesbica si è inventata una paraliturgia per celebrare la propria relazione omosessuale con l’appoggio di un sacerdote e di un ateologo di fama come Vito Mancuso, soggetti che dovrebbero essere ripresi dalle autorità ecclesiali. Un'operazione letteralmente dissacratoria e prevedibile: se l'unione gay è riconosciuta civilmente e socialmente perchè non riconoscerla anche dal punto di vista religioso?
Il tutto ha una sua coerenza interna e una sua incoerenza esterna. Dal punto di vista soggettivo se la Cavallo pensa di amare la compagna e pensa che questo basti per essere famiglia ne discende che potrebbero sposarsi anche in Chiesa. Da un punto di vista non più soggettivo, ma oggettivo la relazione omosessuale non può essere qualificata come amore perché intrinsecamente disordinata, contraria all’ordine naturale della persona. Una prova è l’impossibilità per natura e non per accidens di procreare. Ed essendo il matrimonio un istituto di diritto naturale lo stesso è inconciliabile con una condizione contraria a natura.
A margine: si consiglia a chi vuole usare le religione cattolica per i propri scopi di “usarla” in toto, dottrina antropologica inclusa. Il resto è sentimentalismo.

