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ELEZIONI COMUNALI

Calabresi e Sala, storie insolite della sinistra milanese

A Milano si voterà l'anno prossimo per eleggere il nuovo sindaco. Per la sinistra si propone Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato da Lotta Continua. Un omicidio che la sinistra ha elaborato? Nel frattempo l'attuale sindaco Sala torna nel Pd. In cambio di un posto in Senato?

Politica 08_09_2026
Mons. Delpini, Mario Calabresi e Giuseppe Sala (ImagoEconomica)

La corsa a sindaco di Milano sta diventando qualcosa di più di una semplice sfida elettorale: è una radiografia impietosa del centrosinistra italiano, delle sue contraddizioni e, soprattutto, della sua crescente difficoltà a spiegare quale sia oggi la propria identità. Due vicende, in particolare, dovrebbero far riflettere. La prima riguarda Mario Calabresi, il candidato in pectore che ha lasciato gli incarichi privati in Chora Media, la realtà da lui fondata, per tenersi libero in vista di una probabile investitura. Certo, ci sono ancora le primarie e Pierfrancesco Majorino potrebbe riservare sorprese. Ma se Calabresi dovesse scendere davvero in campo, avrebbe un profilo capace di parlare anche oltre il tradizionale elettorato di centrosinistra, forse persino di pescare voti in settori moderati del centrodestra. Potrebbe addirittura essere il candidato in grado di chiudere la partita al primo turno.

E proprio qui emerge il primo paradosso. Non è un problema, sia chiaro, che Calabresi possa candidarsi con il centrosinistra. È un problema politico, e storico, che quella candidatura porta inevitabilmente con sé. Mario Calabresi è il figlio del commissario Luigi Calabresi, assassinato nel 1972 dopo una violentissima campagna politica e mediatica condotta contro di lui negli ambienti della sinistra radicale. Per quell'omicidio furono condannati esponenti di Lotta Continua. Nessuno può seriamente sostenere che il Pd di oggi sia Lotta Continua, né che il centrosinistra contemporaneo sia responsabile delle scelte e delle parole di una parte della sinistra extraparlamentare degli anni Settanta. Ma proprio per questo il caso Calabresi dovrebbe obbligare il centrosinistra a una domanda scomoda: quanto della propria storia ha davvero elaborato? Quanto ha fatto i conti con quella stagione di odio politico, di delegittimazione dell'avversario e di violenza che attraversò una parte della sinistra italiana?

Per decenni il centrosinistra ha chiesto alla destra di fare i conti con il proprio passato. Quando però il passato riguarda la propria area politica, la memoria sembra diventare improvvisamente selettiva. La candidatura di Calabresi potrebbe allora produrre un cortocircuito persino salutare: quello di costringere una sinistra che pretende di essere moderna, europea e progressista a guardarsi allo specchio. Potrebbe essere il segno di una sinistra finalmente capace di superare le proprie vecchie appartenenze, oppure l'ennesima dimostrazione che certe pagine vengono semplicemente archiviate quando diventano politicamente scomode.

La seconda anomalia porta direttamente a Giuseppe Sala. Il sindaco uscente ha attraversato negli ultimi anni una curiosa evoluzione politica. Prima l'avvicinamento ai Verdi europei, con una distanza sempre più evidente dal Pd; poi, durante la stagione del governo Draghi, il tentativo di costruire una rete dei sindaci e uno spazio centrista e riformista insieme a figure come Luigi Di Maio e altri protagonisti di quella stagione. Quell'operazione non è mai diventata il grande soggetto politico che alcuni immaginavano. E oggi, guarda caso, Sala sembra essere tornato all'ovile del Pd, fino a dichiarare che voterebbe Elly Schlein in eventuali primarie. Anche qui nulla di illegittimo: in politica si può cambiare idea. Ma quando i cambi di collocazione diventano troppi, il dubbio sorge spontaneo: si tratta di evoluzione politica o di semplice fiuto per la convenienza?

A rendere il quadro ancora più interessante sono le voci secondo cui Schlein avrebbe già prospettato a Sala un futuro in Parlamento, magari come senatore, e persino un incarico ministeriale in caso di vittoria del centrosinistra alle prossime politiche. Non essendoci conferme pubbliche, queste indiscrezioni restano tali e non possono essere spacciate per un accordo già fatto. Ma Sala ha già detto di voler fare il ministro dello Sviluppo economico: dunque l'ambizione nazionale non è un'invenzione dei suoi detrattori. E allora il ritorno alla casa madre assume un significato politico preciso.

Il punto non è accusare Sala di incoerenza perché ha cambiato idea. Il punto è chiedersi quale sia il progetto che dovrebbe tenere insieme un sindaco che ieri cercava un'autonomia dal Pd e oggi ne sostiene la segretaria. È questa la vera domanda che Milano pone al centrosinistra: che cosa siete diventati? Una sinistra riformista? Un partito progressista? Un'alleanza ambientalista? Un cartello elettorale capace di inglobare giornalisti, sindaci, ex centristi, civici e pezzi di establishment purché abbiano buone possibilità di vincere?

Calabresi può essere il candidato capace di sfondare al centro; Sala può riciclarsi come uomo di governo; Schlein può allargare il Pd a personalità lontane dalla sua tradizione. Tutto legittimo, tutto elettoralmente comprensibile. Ma resta una domanda che nessun sondaggio può cancellare: dove è finita l'identità? Perché trasformismo e pragmatismo non sono sinonimi. Il primo consiste nel cambiare casacca quando cambia il vento; il secondo nel cambiare strumenti senza rinunciare a una direzione. Ed è proprio la direzione che oggi sembra mancare. Il paradosso è che il centrosinistra pretende di rappresentare il futuro mentre continua a convivere con una memoria del passato mai veramente elaborata e con una classe dirigente che cambia spesso collocazione senza chiarire fino in fondo il motivo.

La partita di Milano, dunque, non riguarda soltanto chi occuperà Palazzo Marino. Riguarda la credibilità di un'intera area politica. Se Calabresi sarà scelto perché capace di conquistare voti anche a destra e Sala tornerà nel Pd perché intravede una nuova carriera nazionale, sarà difficile non chiedersi se dietro questa macchina elettorale esista ancora una visione politica oppure soltanto una formidabile capacità di adattamento. Una cosa è certa: una sinistra che chiede agli altri di fare i conti con la propria storia dovrebbe avere il coraggio di fare altrettanto con la propria. E un centrosinistra che cambia continuamente pelle dovrebbe almeno spiegare quale sia, sotto le tante maschere, il volto che vuole mostrare agli elettori.