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cristianofobia ai mondiali

Mangia, prega e segna, ma se sei islamico, non cristiano

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Il tedesco Nmecha prega dopo il gol e viene subissato di critiche: «Fissato con Cristo, cupa visione dell'umanità»; Per il talento spagnolo Yamal, invece, alzare le braccia al cielo per Allah è stato un gesto da «vero musulmano». Mentre la sottomissione all'Islam ci consegna lo stadio a misura di halal. 

Editoriali 23_06_2026

Il cristianesimo dà fastidio anche ai Mondiali, mentre all’Islam si fanno ponti d’oro. Non è passata inosservata nella sua patria, la Germania, la preghiera che il calciatore Felix Nmecha ha pronunciato al termine della partita che la nazionale teutonica ha giocato contro Curaçao vincendo 7 a 1. Proprio l’attaccante tedesco di origini nigeriane ha dato con un suo gol il via alla goleada tedesca. Ma non è per ragioni meramente sportive che ce ne occupiamo.

Il motivo è legato alla sua fede cristiana. Una fede, è di professione evangelica, che il giovane attaccante vive in modo pubblico.

Dopo aver segnato il gol, si è inginocchiato sul prato, ha formato con le mani una corona sulla testa e l’ha depositata sul campo. Poi ha teso le mani verso il cielo e successivamente ha pubblicato una foto di questo momento su Instagram con le parole “Thank you Jesus!”. Dopo la partita, inoltre, ha formato un cerchio di preghiera insieme a Jonathan Tah e a un paio di giocatori di Curaçao.

Il motivo di questo atteggiamento è legato alla sua fede cristiana. «Il calcio è la mia passione, Gesù è il mio fondamento» aveva detto in passato e «ogni volta che entro in campo, non si tratta di me, ma di glorificare Dio». Parole e atteggiamenti che stanno facendo storcere il naso a più di uno nel suo paese, alle prese con una drammatica secolarizzazione, come sulla Bussola scriviamo spesso a proposito della Germania.

Le critiche che gli sono piovute addosso provengono tutte dalla stampa, che ha non solo criticato Nmecha, ma lo ha pure dileggiato. «Un calciatore professionista con la fissa per Cristo: cartellino rosso per Gesù!»; «Il giocatore della nazionale tedesca Felix Nmecha ostenta la sua fede come un ostensorio. Dietro di essa si nasconde una cupa visione dell'umanità». «La preghiera di Nmecha dopo la partita dei Mondiali è una pietra d'inciampo». Cose così, per far capire il tenore di articoli livorosi, che scavano nel suo passato per trovare una mela bacata da azzannare.

E che infatti trovano. Il calciatore, infatti, in passato aveva criticato l’ideologia omosessualista portata avanti dalle brigate Lgbt che anche in Germania sono molto agguerrite.

E così lo accusano di essere omofobo e transofobo: «Il giocatore aveva precedentemente condiviso o messo "mi piace" a diversi contenuti transfobici e omofobi sul suo account Instagram. In uno dei post, il movimento LGBTQ+ e il concetto di "Pride" venivano paragonati al diavolo. In un altro, un estremista di destra statunitense derideva una persona trans minorenne», si legge sulla stampa tedesca. Apriti cielo. Tanto è bastato per farlo diventare un bersaglio di critica e scherno che va ben oltre il rettangolo di gioco.

Non è una novità che la cristianofobia in Europa si stia radicalizzando proprio prendendo come pretesto la critica alle ideologie antiumane, che si sono imposte nel Vecchio Continente. E così, anche una manifestazione di lode a Dio per un semplice gioco, diventa occasione per tappare la bocca. 

Infatti, il caso si allarga perché Nmecha ha detto di appartenere ad una sorta di congrega internazionale di calciatori, che hanno in comune non la squadra d’appartenenza di club e nemmeno la nazionale e neppure il ruolo, ma semplicemente la loro fede in Gesù Cristo.

Ballers in God” (tradotto: giocatori in Dio) è una rete, parlare di movimento è esagerato, fondata nel 2015 dal calciatore inglese John Bostock e che si prefigge di utilizzare il calcio per diffondere il messaggio di Gesù Cristo, supportando e guidando i giocatori nella loro fede. Lodevole, soprattutto se pensiamo che il mondo del calcio, e dello sport in generale ad alti livelli, è quanto di più lontano da certi valori evangelici.

Ma non per certa stampa e, evidentemente certa opinione pubblica tedesca ed europea, che rimprovera a questi calciatori di non limitarsi a vivere nel privato la loro fede, pena appunto la scomunica. Perché, il problema sta tutto nel portare la fede nell’agone pubblico e misurarla con le ideologie invece che vanno per la maggiore.

Ma che ci sia un doppiopesismo neanche tanto latente è provato da altri due episodi che hanno come teatro lo stadio di Atlanta, dove domenica la Spagna ha battuto 4 a 0 l’Arabia Saudita.

Qui, la religione sotto osservazione è l’Islam, ma guardiamo bene che trattamento ha ricevuto.

Anzitutto lo stadio si è preparato ad accogliere i tifosi sauditi con tutti gli onori: spazi appositi dedicati alla preghiera islamica e offerta di cibi halal nei punti ristoro dell’impianto. Più che libertà religiosa, siamo nel campo di un gesto di sottomissione che difficilmente a parti rovesciate vedremmo negli stadi di Rabat. Celebre, infatti, è il segno di croce che Cristiano Ronaldo fece in diretta tv dopo aver segnato un gol quando giocava nell’Al Nasr. Scatenò un putiferio, venne redarguito anche se la passò liscia, probabilmente grazie all’ingaggio milionario che gli fece da scudo. Ma il motivo era semplice: in Arabia è vietata ogni forma di ostentazione pubblica della fede. I calciatori non possono entrare in campo facendosi il segno di croce, che per la verità anche da noi, ha acquisito un valore scaramantico più che di manifestazione pubblica di fede. In ogni caso, sarebbe impensabile in Arabia una norcineria in uno stadio per far felici i tifosi occidentali amanti di carne di maiale e costine alla brace.

Sottomissione americana a parte, sempre nella stessa partita, è interessante notare il destino rovesciato capitato a Lamine Yamal, stella nascente della nazionale spagnola e, come noto, di origini marocchine per parte di padre. Al suo debutto con la nazionale delle Furie rosse al mondiale, Yamal ha segnato e durante l’esultanza si è inginocchiato alla maniera islamica, puntando le braccia al cielo. Un chiaro segno di ossequio ad Allah.

Del resto, il giovane fuoriclasse del Barcellona non è la prima volta che ostenta la sua fede islamica in pubblico. E lo ha fatto anche domenica, nella seconda partita dei campioni d’Europa al Mondiale americano.

Proteste? Zero. Critiche in Spagna per questa ostentazione della fede? Neanche lontanamente l’ombra. Anzi, certi siti musulmani hanno esaltato il gesto del calciatore che non è certo il primo (anche Antonio Rüdiger e Mohamed Salah lo hanno fatto). Ovvio che il Mondiale è una vetrina capace di fissare anche nell’opinione pubblica certi gesti e cristallizzarli. L’opinione pubblica europea invece, scatenata contro Nmecha, zitta. Per il musulmano Yamal sono piovuti elogi, per il povero cristiano Nmecha solo critiche. Ed è anche da questi particolari, parafrasando De Gregori, che si giudica un giocatore e - aggiungiamo noi - il termometro della cristianofobia.