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CONTINENTE NERO

Mali, il jihad dilaga. Giunta militare e russi non lo arginano

In Africa occidentale, le nuove giunte militari, soprattutto quella del Mali, si sono dimostrate incapaci di arginare il jihad. Dilagano gruppi legati ad Al Qaeda e nemmeno i mercenari russi riescono a impedire la loro espansione.

Esteri 28_04_2026
Bamako, durante il golpe (AP)

Mentre l’interesse di tutti è come al solito rivolto al Medio Oriente, non si presta la dovuta attenzione alle notizie sempre più allarmanti che arrivano dall’Africa occidentale, dai paesi minacciati dal jihad, la guerra santa islamica. All’inizio di aprile a impressionare è stata la conferma che in Burkina Faso le vittime civili si sono moltiplicate da quando nel 2022 i militari hanno preso il potere con due colpi di stato (gennaio e poi settembre). Da allora il jihad ha esteso e intensificato le operazioni. Nel solo periodo che va dal gennaio del 2023 all’agosto del 2025 almeno 1.837 civili sono stati uccisi, inclusi decine di bambini. Il dato sconvolgente è che la maggior parte delle vittime, 1.255, sono state uccise dai soldati governativi e dalle milizie che combattono al fianco dell’esercito regolare: principalmente nel corso di azioni contro i gruppi jihadisti condotte senza riguardo per i civili, ma anche, a quanto riportano molti testimoni, senza motivazione apparente, se non il puro esercizio di potere.

Il Burkina Faso è uno dei tre Stati dell’Africa occidentale che da alcuni anni hanno deciso di fare a meno degli aiuti militari forniti per oltre dieci anni dalle Nazioni Unite e dai paesi europei e piuttosto di chiedere aiuto alla Russia per contrastare il jihad. Gli altri due sono il Niger e il Mali, anch’essi governati da giunte militari. Ed è il Mali che, più ancora del Burkina Faso, da oltre un anno sta patendo le conseguenze delle scelte fatte dai suoi leader. Anche in Mali il jihad non ha quasi più trovato ostacoli. Nel paese ha le sue basi il gruppo jihadista Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), il più potente e temuto in Africa Occidentale, affiliato ad al Qaeda, creato nel 2017 dalla fusione di quattro gruppi terroristici. Dopo i colpi di stato militari del 2020 e del 2021 il Jnim ha riconquistato parte dei territori persi, ha esteso il suo raggio d’azione, intensificato le attività. Non si è limitato ad attacchi e attentati. Lo scorso anno ha messo in ulteriori difficoltà la giunta militare riuscendo a bloccare le principali arterie e in particolare quella che unisce il Mali al Senegal, impedendo così l’afflusso di beni di consumo e, cosa più importante, di carburante alla capitale Bamako.

Lo scorso 25 aprile il Jinm insieme all’Fla, Front de libération de l’Azawad, il gruppo armato separatista fondato nel 2024 che rivendica l’indipendenza delle regioni settentrionali del paese popolate in prevalenza dall’etnia Tuareg, ha sferrato una serie di attacchi a basi militari e altri obiettivi in diverse città, inclusa la capitale dove è stato attaccato anche l’aeroporto internazionale. Con un comunicato che è stato pubblicato dal Site Intelligence Group, un servizio di sicurezza privato statunitense, ha rivendicato la responsabilità degli attacchi messi a segno in punti chiave del paese: oltre a Bamako, Kati, la roccaforte dei militari golpisti, Sevare, importante crocevia nel centro del paese, Mopti, uno dei principali porti fluviali, Kidal, più a nord, e Gao, nel centro sud. Anche il portavoce dell’Fla ha annunciato che è stato preso il controllo di alcune parti di Gao, di uno dei due campi militari di Kidal e successivamente di tutta la città.

A Kati è stato ucciso anche il ministro della difesa, il generale Sadio Camara. Un’auto imbottita di esplosivo guidata da un jihadista suicida si è lanciata contro la sua abitazione. Durante lo scontro a fuoco che ne è seguito, il generale è stato gravemente ferito ed è deceduto in ospedale.

L’attuale governo maliano è guidato dal generale Assimi Goita. Il primo colpo di stato nel 2020 era stato accolto da molti cittadini con entusiasmo. Scene di gioia e festa si erano viste nella capitale Bamako. La speranza era che i militari fossero meno corrotti e soprattutto che fossero più efficaci nella lotta contro il jihad. In effetti Goita questo aveva promesso: di sconfiggere i jihadisti, di riportare la sicurezza nel paese. Ma non ha mantenuto la promessa, nonostante il sostegno dei mercenari russi, del gruppo paramilitare Wagner prima e poi dell’Africa Corps. Si difende dicendo che la colpa è di nemici stranieri. Il 27 aprile il ministro degli esteri, Abdoulaye Diop, lo ha ribadito in una intervista rilasciata all’agenzia di stampa Reuters. Ha accusato “stati confinanti e potenze straniere” di sostenere i gruppi terroristici, ma ha rifiutato di indicarli.

Già nella sera del 25 aprile il portavoce del governo, Issa Ousmane Coulibaly, aveva dichiarato che la situazione era del tutto sotto controllo, che le truppe maliane avevano ucciso diverse centinaia di aggressori e avevano respinto i loro attacchi ovunque nel paese. Ma queste affermazioni contrastano con quelle del Jnim e dell’Fla e anche di fonti militari. Il 26 aprile, ad esempio, i soldati russi hanno detto di aver lasciato Kidal e che altrettanto hanno fatto i militari maliani.

Di recente la giunta militare ha cercato di riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti. Questo forse spiega il fatto che il Jnim il 25 aprile, mentre erano in corso i combattimenti, ha dichiarato di non aver preso di mira i partner russi dell’esercito governativo, che pure sono in Mali per combatterlo, e di voler costruire “un rapporto futuro equilibrato ed efficace”. L’ambasciata russa a Bamako tuttavia ha condannato fermamente, in un post sui social media, gli attacchi “vili”.

Da parte sua il ministero degli esteri russo in un comunicato ha dichiarato: «gli sforzi per eliminare i gruppi armati continuano. Le informazioni preliminari suggeriscono che le forze di sicurezza occidentali potrebbero essere state coinvolte nel loro addestramento».