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Ma la generosa Germania non può fare miracoli

Ha fatto parecchio scalpore la decisione della Germania di aprire le proprie frontiere ai migranti. Una scelta che alcuni hanno visto come un segnale di civiltà di Berlino al resto d’Europa, altri come un gesto obbligato di fronte a un’emergenza che l’Europa non sarebbe stata in grado di accogliere. E adesso...

Angela Merkel tra i profughi arrivati in Germania

Ha fatto parecchio scalpore, meno di due settimane fa, la decisione della Germania di aprire le proprie frontiere ai migranti. Una scelta che alcuni hanno visto come un segnale di civiltà di Berlino al resto d’Europa, altri come un gesto obbligato di fronte a un’emergenza che l’Unione europea (che secondo alcuni coincide con la Germania) non sarebbe stata in grado di accogliere. Applausi e inni ai tedeschi über alles che si sono clamorosamente spenti quando, due sere fa, il governo tedesco ha deciso la chiusura temporanea delle frontiere.

Il ministro dei Trasporti Alexander Dobrindt ha denunciato il «totale fallimento delle politiche di difesa dei confini» attuate dall’Ue, mentre il suo collega agli Interni, Thomas de Maizière, ha annunciato «controlli provvisori per arrivare a una procedura ordinata di afflusso» per garantire la «sicurezza» (interrompendo anche il collegamento con Vienna da cui sarebbero dovuti arrivare 1.800 profughi) e invitato gli altri Stati europei a non «sfruttare la disponibilità d’accoglienza della Germania». Dare una valutazione complessiva dell’(apparente) drastico cambio di rotta tedesco sarebbe ovviamente molto difficile. C’è chi pensa che la Germania, così come gli altri Paesi meno toccati del nostro dall’immigrazione (clicca), dovrebbe accogliere di più e chi, al contrario, giudica la difesa dei confini un diritto inalienabile di ogni nazione.

Comunque la si pensi, vale la pensa far notare un aspetto che i tedeschi hanno molto chiaro mentre a volte,nel nostro dibattito politico, tende a sfumare: la distinzione fra migranti e profughi. In una conferenza stampa di ieri Steffen Seibert, il portavoce di Angela Merkel, ha precisato che la Germania manterrà «per diverse settimane» il controllo alle frontiere ma che «i controlli temporanei non sono la stessa cosa di una chiusura. I rifugiati continueranno a venire in Germania e speriamo che ciò avvenga nel solco di un processo ordinato». A conti fatti la Germania, finora, ha accolto solo siriani che – a differenza dei migranti di altre zone come il Nord Africa - scappano da una guerra. Il vicecancelliere socialdemocratico Sigmar Gabriel ha previsto l’arrivo di un milione di persone nel 2015 che – ha precisato – non potranno essere accolte solo dalla Germania: già perché sebbene nei Länder tedeschi «il diritto all' asilo politico non ha un limite per quanto riguarda il numero di richiedenti» (Merkel dixit), un’accoglienza così massiccia sarebbe difficilmente sostenibile.

Basti pensare che – stando all’Unhcr - la Germania ospita già oggi 217mila rifugiati e oltre 226mila richiedenti asilo (ma il dato non è stato sicuramente aggiornato di recente) contro i 252mila accolti e 55mila richiedenti della Francia e i 93mila accolti e 45mila richiedenti dell’Italia. Per non parlare della stazione di Berlino che, nei giorni scorsi, si è trovata in una situazione di sovraffollamento oggettivamente insostenibile. Il fatto che perfino la Germania, Stato notoriamente organizzato, si sia trovata impreparata di fronte ai numeri dell’accoglienza dovrebbe suggerirci due cose. La prima è che la soluzione al problema dev’essere europea, nel vero senso del termine: chi accogliere, dove e in che termini è una materia che andrebbe decisa a Bruxelles, e non a Berlino, Parigi, Roma, Madrid. Quel che ci vuole è una politica comune che scelga e applichi delle linee guida in grado di spalmare i disagi (che oggettivamente ci sono) su più territori, senza caricare eccessivamente quelli di arrivo (leggi Italia) o destinazione finale (leggi Germania).

L’altra lezione da tenere in mente è che l’accoglienza non può essere indiscriminata. Dev’essere rapportata alle reali capacità di ogni singolo Paese e, come abbiamo detto, basata sulla distinzione fra migranti economici e profughi. Non è solo una semplice questione giuridica di lana caprina - per la Convenzione di Ginevra del 1951 rifugiato è «colui che, (...) temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese», semplici migranti tutti gli altri – ma sostanziale: se l’Europa ha il dovere di accogliere le persone che rischiano la vita per una guerra non può, però, sostenere da sola un esodo da tutti i Paesi che si trovano in difficoltà economiche.

Non è questione di egoismo, ma di disponibilità oggettive. In Italia la disoccupazione è al 12,4%, in Francia al 10,5%, in Spagna al 22,7%: solo la Germania, col suo 4,7%, è ancora oggi un’isola felice. In una situazione del genere, in cui gli stessi italiani, francesi e spagnoli sono alla ricerca di occupazioni anche “umili”, è difficile che un migrante possa trovare lavoro. Ancora una volta non si tratta di razzismo, ma di realtà: un datore di lavoro preferisce di solito assumere una persona che conosce la propria lingua. A meno che, ovviamente, l’obiettivo non sia il lavoro nero e sottopagato in stile caporalato.

Stando così le cose ci si dovrebbe chiedere se sia legittimo accogliere delle persone per offrirgli una prospettiva di indigenza o sfruttamento. Non sarebbe forse meglio, a questo punto, accogliere solo le persone che l’economia europea è in grado di riassorbire? Può sembrare più cinico ma non è detto che, in molti casi, l’accoglienza indistinta e pelosa non sia ancor più disumana. 

 

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