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dati e riflessioni

L'ora di religione tiene, nonostante tutto. Il perché è nella ricerca di senso

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Nonostante la crisi l'ora di religione tiene ancora. Forse perché, pur spogliati di tutto, i giovani hanno ancora la speranza di trovare un senso. 

Editoriali 14_02_2026

Entro oggi 14 febbraio genitori o studenti dovranno decidere, nel presentare domanda di iscrizione, se avvalersi o meno dell’ora di religione cattolica per l’anno scolastico 2026-2027. Il mese scorso l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) ha diffuso i dati, provenienti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e dalle province autonome di Trento e Bolzano, relativi all’adesione all’insegnamento della religione cattolica (Irc).

L’anno scolastico 2024-2025 segna un 1% di adesioni in meno rispetto all’anno precedente. Il trend di coloro che non vogliono partecipare all’Irc è in lievissima crescita negli anni. C’è meno adesione al Nord che al Sud. In vetta troviamo la Valle d’Aosta con il 34,4% degli studenti che non partecipano all’Irc. A seguire Toscana e Liguria con il 30%. La regione più virtuosa è la Basilicata: solo il 3,2% non entra in aula mentre si parla di religione.

Il bicchiere in questo caso non è mezzo pieno, ma per quattro quinti pieno. Infatti, l’adesione all’Irc dalle scuole di infanzia – dove decidono i genitori – alle scuole superiori – dove alla fine seppur minorenni decidono i ragazzi – è dell’80% come media.

I dati, dunque, non possono che sorprendere positivamente. La sorpresa nasce infatti dal fatto che questi ragazzi vivono, anzi sopravvivono nell’era del post-cristianesimo e questo determina altri post: il postumano, innanzitutto. Siamo diventati disumani se qualifichiamo come diritti la strage dei bambini non ancora nati o l’uccisione della famiglia per mezzo della scure del divorzio. Viviamo poi nel post-natura. Siamo snaturati se ormai l’omofilia largheggia nei cuori di molti e nelle leggi di altrettante nazioni e se un bimbo può essere partorito non da sua madre e venire alla luce dopo che per 31 anni è rimasto congelato in un freezer. Il nostro quotidiano poi si snoda nel tempo della post-storia. Siamo anacronistici tanto siamo lontani dalla tradizione, dai costumi, dalle consuetudini e dalle usanze che dovrebbero essere le quattro pareti che ci fanno da casa. Non più narrazione del passato se non quella che ne rintraccia solo le colpe. E questo ci fa barbari, perché senza epica non c’è etica.

Ecco, questo è l’état d'esprit collettivo che in cui macerano i nostri ragazzi. E non hanno mai conosciuto altri orizzonti. Eppure, vogliono rimanere in classe un’ora in più per l’ora di religione. Per quale motivo? Azzardando una risposta, potremmo dire che questi ragazzi probabilmente non vogliono conoscere meglio la religione cattolica o le altre religioni. Non interessa loro minimamente. Nell’insipienza totalizzante, nella livellazione spietata della sensibilità c’è forse solo ancora una voce che grida nel loro deserto: l’insoddisfazione esistenziale. Nel fondo di ogni cuore, anche se coperto da tonnellate di banalità e mediocrità, palpita l’esigenza di dare senso alla propria vita. Sicuramente i ragazzi partecipano all’Irc con scetticismo perché già a 14-15 anni sono ormai cinici e disillusi, ma una tenue speranza alberga ancora in loro, la speranza di trovare un significato ai loro insuccessi, ai loro limiti, alle loro sofferenze, alle loro solitudini così social, alle loro paure ed ansie.

Come abbiamo accennato, è stato tolto a loro tutto pensando che quel tutto fosse un vincolo e dunque una catena: niente Dio perché non vogliamo un giudice delle nostre azioni; niente fredde regole razionali perché sono preferibili i morbidi consigli del cuore; niente passato perché il futuro è migliore; niente patria perché si vive meglio all’estero; niente autorità perché siamo tutti uguali; niente legami sentimentali perché vogliamo essere liberi. E, così liberi da tutto, i ragazzi sono diventati poveri di ogni cosa. Spogliati di ogni ricchezza, vagano nudi nel freddo della nostra contemporaneità. Privati di tutto, stringono in mano nulla. E allora in questo buio nulla forse l’ora di religione è una piccola luce, non una certezza, ma una tenue speranza che nelle parole del prof e dei compagni si possa scoprire una trama diversa, diversa da quella insegnata da TikTok, dai reels, dai meme che fa rima con cose sceme.

Da qui l’auspicio di una pastorale che si faccia educazione a scuola declinandosi secondo questa attuale sensibilità dei ragazzi perché la ricerca di senso possa farli approdare a Cristo. Unico senso per ogni uomo, anche per loro. Alcuni segnali già ci sono di questo percorso non canonico per scoprire Dio nella propria vita: persone lontane dalla pratica della messa domenicale prendono in mano la Bibbia; giovani che non frequentano ambienti cattolici sentono l’esigenza di stare da soli, di trovare pace nei monasteri o negli eremi; altri giovani seguono influencer che parlano di anima, di peccato, di redenzione, etc. Non sono per forza di cose strade perfette da suggerire a chiunque, ma sicuramente sono indizi. Sono il lucignolo fumigante da non spegnere perché forse quella pallida fiammella potrà un giorno appiccare il fuoco ad una grande pira.

L’Irc allora può diventare un’occasione preziosa per intercettare queste inquietudini profonde, ma solo a patto di dare risposte vere, senza compromessi, senza annacquamenti, senza infingimenti. Perché non è di questo che hanno bisogno i ragazzi. Loro sono assetati di radicalità, di risposte nette, così nette da essere necessariamente divisive, chiare, tanto chiare da essere luminose. Ma per far ciò occorrono docenti preparati, sani nella dottrina, comunicativi, di profonda fede, di preghiera e con la schiena dritta. Insomma, prof innamorati del loro Preside che sta in Cielo.