Lo Stato di diritto si applica anche al Garante della privacy
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Lo scandalo che ha travolto l'autorità per la protezione dei dati personali impone di non mettere da parte la prudenza e la presunzione d'innocenza per non scambiare le ipotesi investigative con responsabilità accertate. Un rischio elevato per non cedere al processo mediatico.
Lo scandalo che ha investito il Garante per la protezione dei dati personali, finito sotto indagine della Procura di Roma con le ipotesi di reato di corruzione e peculato, si colloca in una fase particolarmente delicata del dibattito pubblico sul ruolo e sull’autorevolezza delle autorità indipendenti, chiamate a esercitare poteri incisivi su soggetti pubblici e privati di enorme rilevanza economica e politica.
Quando a finire sotto indagine sono le autorità indipendenti, chiamate per mandato costituzionale a vigilare su diritti fondamentali come la riservatezza, il rischio di confondere il piano delle ipotesi investigative con quello delle responsabilità accertate è particolarmente elevato. Per questo, più che mai, è necessario mantenere prudenza, sospendere il giudizio e attenersi a fatti verificabili, nel rispetto della presunzione di innocenza.
Secondo quanto emerso finora e fatte salve tutte le garanzie previste dall’ordinamento, l’inchiesta ruoterebbe attorno a una serie di presunti comportamenti che, se confermati, delineerebbero un quadro problematico fatto di possibili conflitti di interesse e di un atteggiamento giudicato da alcuni osservatori eccessivamente morbido nei confronti di grandi gruppi industriali.
In particolare viene richiamata la vicenda che riguarda Meta, colosso dei social network, per la quale si era inizialmente parlato di una sanzione da 44 milioni di euro per violazioni in materia di trattamento dei dati personali, sanzione che però, nel corso del procedimento, si sarebbe di fatto dissolta fino a perdere ogni efficacia concreta, alimentando interrogativi sulle ragioni di un esito così favorevole all’azienda.
Altro capitolo controverso è quello relativo a Ita Airways, destinataria di una multa, da parte del Garante privacy, di importo poco più che simbolico, circostanza che ha suscitato polemiche anche per la presunta contropartita rappresentata da tessere fedeltà e agevolazioni di viaggio, elementi che gli inquirenti dovranno verificare per accertare se abbiano avuto un qualche ruolo nelle decisioni assunte o se si tratti di semplici coincidenze prive di rilievo penale.
A rendere il contesto ancora più incandescente è intervenuta la trasmissione Report, che ha rivolto critiche durissime al Garante dopo la sanzione da 150.000 euro inflitta alla Rai per la diffusione dell’audio dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano nel cosiddetto caso Boccia, una decisione che la redazione del programma ha giudicato sproporzionata e potenzialmente lesiva del diritto di cronaca, leggendo in quella scelta un atteggiamento punitivo nei confronti del giornalismo investigativo. Ma c’è anche chi insinua che l’inchiesta di Report sul Garante privacy sia proprio una vendetta per quel provvedimento sanzionatorio.
È in questo intreccio di episodi, decisioni amministrative e reazioni mediatiche che si è innestata l’indagine della magistratura, accompagnata dalle perquisizioni negli uffici del Garante da parte della Guardia di Finanza, chiamata a raccogliere documentazione e riscontri utili a chiarire se vi siano state pressioni indebite, utilità personali o scambi impropri tali da configurare responsabilità penali. Tuttavia, come impone il rispetto dello Stato di diritto, è doveroso ribadire che i 4 membri del Collegio dell’Autorità Garante sono da considerarsi innocenti fino a eventuale sentenza definitiva e che allo stato attuale si è nel campo delle contestazioni e delle ipotesi investigative, non di fatti accertati.
Proprio per questo, se si vogliono anche solo insinuare sospetti su presunti condizionamenti dell’azione dell’Autorità, occorre quantomeno sospendere il giudizio complessivo sull’intera vicenda e attendere con prudenza gli esiti degli accertamenti in corso, evitando di trasformare un’inchiesta in un processo mediatico sommario. Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare un clima di sensazionalismo che non giova né alla ricerca della verità né alla credibilità delle istituzioni, mentre la posta in gioco resta altissima: da un lato la tutela effettiva dei dati personali dei cittadini, dall’altro la fiducia nell’imparzialità di chi è chiamato a vigilare su uno dei diritti fondamentali nell’era digitale.
Solo gli sviluppi dell’indagine, supportati da prove e riscontri oggettivi, potranno dire se le ombre che oggi si addensano sull’operato del Garante abbiano un fondamento o se siano destinate a dissolversi, come altre volte accaduto, lasciando spazio a una valutazione più equilibrata e meno emotiva dei fatti.
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