L'inflazione sale e l’Europa dei vincoli non aiuta gli Stati
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Il costo della vita e della benzina schizza mentre Meloni mette mano alla legge di bilancio chiedendo flessibilità a Bruxelles. Nella risposta della Commissione europea c'è tutta la contraddizione di pretendere che i membri dell'Ue affrontino le crisi senza concedere loro gli strumenti per farlo.
L’autunno si annuncia caldo, e non soltanto per il clima. L’inflazione è tornata a mordere, raggiungendo il livello più alto dal settembre 2023 (4,2%), i prezzi dei carburanti e dell’energia sono schizzati verso l’alto, il costo della vita ricomincia a pesare con forza sulle famiglie e le imprese e, come se non bastasse, anche lo spread torna a farsi sentire.
È in questo scenario che il governo si appresta a mettere mano alla legge di bilancio, con risorse limitate e una lista di emergenze che invece sembra non finire mai. La domanda è semplice: che cosa può fare un governo quando l’energia aumenta, l’inflazione sale e il potere d’acquisto degli italiani viene nuovamente eroso, se anche gli strumenti di intervento vengono sottoposti a un rigido controllo europeo?
Giorgia Meloni ha scelto di bussare alla porta di Bruxelles chiedendo maggiore flessibilità. Una richiesta legata soprattutto alla necessità di fronteggiare lo shock energetico e di evitare che il conto della nuova fiammata dei prezzi venga pagato interamente da famiglie e imprese. La risposta arrivata dalla Commissione europea, però, non lascia molto spazio all’ottimismo. «Abbiamo già dato più flessibilità agli Stati membri», ha dichiarato la portavoce Paula Pinho. Poche parole che raccontano molto dell’Europa dei nostri giorni: prima si chiede agli Stati di sostenere la competitività, proteggere i cittadini, finanziare la transizione energetica, aumentare gli investimenti e affrontare le emergenze; poi, quando arriva il momento di trovare le risorse, si ricordano loro i vincoli.
È questa la contraddizione che rischia di esplodere nei prossimi mesi. L’Unione europea pretende che gli Stati siano abbastanza forti da affrontare le crisi, ma non sempre sembra altrettanto disponibile a concedere loro gli strumenti necessari per farlo. Bruxelles ricorda che una certa flessibilità è già stata concessa e che l’Italia può utilizzare la clausola nazionale di salvaguardia per determinati investimenti energetici e per la difesa. Ma la questione posta da Roma è un’altra: che cosa succede quando l’emergenza non riguarda soltanto gli investimenti, ma il costo quotidiano dell’energia, dei trasporti e della produzione? Che cosa si può chiedere a un’impresa già schiacciata dall’aumento dei costi? E soprattutto, quanto può essere protetta una famiglia se il governo deve continuamente fare i conti con margini di bilancio ridotti? È qui che l’immagine dell’“Europa matrigna”, per quanto polemica e naturalmente politica, trova terreno fertile nel dibattito pubblico italiano. Non perché Bruxelles abbia dichiarato di voler penalizzare l’Italia, cosa che non risulta, ma perché la distanza tra le regole europee e le difficoltà quotidiane rischia di diventare sempre più evidente. Mentre nelle stanze delle istituzioni si discutono clausole di salvaguardia, quote Ets (Emission Trading System, mercato europeo per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica), deficit e flessibilità, fuori da quelle stanze ci sono cittadini che fanno i conti con il prezzo della benzina e imprese che devono decidere se assorbire l’aumento dei costi o trasferirlo sui consumatori.
È una distanza che l’Europa farebbe bene a non sottovalutare. Anche perché il problema energetico non riguarda soltanto l’Italia. Roma e Praga hanno messo nero su bianco una serie di proposte per affrontare quello che definiscono l’attuale shock energetico: misure temporanee per ridurre l’impatto dei costi dell’Ets, maggiore flessibilità nell’assegnazione delle quote e un rinvio dell’entrata in vigore dell’Ets 2 per trasporti ed edifici.
Sono richieste che pongono una questione politica prima ancora che contabile: può l’Europa perseguire contemporaneamente la transizione energetica e la competitività industriale senza scaricare una parte crescente dei costi sui cittadini? La strada non può essere sempre quella di nuove tasse, nuovi vincoli o nuovi sacrifici. Se l’Europa vuole essere percepita come una comunità capace di proteggere i propri cittadini, deve dimostrare di saper reagire anche quando l’economia entra in una fase difficile. Altrimenti il rischio è che l’Unione venga vista soltanto come il luogo delle regole, dei richiami e dei conti da far quadrare.
E l’Italia conosce bene questo copione. Quando c’è da rispettare gli impegni europei, le regole sono inderogabili; quando arriva una crisi e servirebbero margini più ampi, improvvisamente quei margini diventano difficili da trovare. È una lettura politica, certamente, ma è una lettura destinata a rafforzarsi se Bruxelles dovesse chiudere la porta a ulteriori strumenti per affrontare il caro energia.
Il governo Meloni, intanto, dovrà preparare una legge di bilancio nella quale ogni scelta avrà un costo. Se destinerà più risorse alla protezione di famiglie e imprese, dovrà indicare dove reperirle. Se invece dovrà contenere la spesa per rispettare gli impegni europei, rischierà di trovarsi di fronte al malcontento di chi si aspetta interventi concreti. E lo spread sarà lì, a ricordare che i mercati guardano con attenzione alla sostenibilità dei conti italiani. È una partita difficile, nella quale non esistono soluzioni indolori. Ma proprio per questo il confronto con Bruxelles sarà decisivo.
L’Italia non può pensare di ignorare le regole europee, ma l’Europa non può pensare che le proprie regole siano sufficienti a risolvere ogni crisi. Se l’energia aumenta, l’inflazione accelera e la crescita rischia di rallentare, serve una risposta europea all’altezza del problema. Non basta dire che la flessibilità è già stata concessa. Bisogna chiedersi se quella flessibilità sia sufficiente rispetto alla realtà che sta emergendo. Perché il rischio, altrimenti, è quello di costruire un’Europa impeccabile nei conti e sempre più distante dalla vita reale.
E allora l’autunno caldo potrebbe non essere soltanto quello dell’economia italiana. Potrebbe diventare anche quello del rapporto tra cittadini, governi nazionali e istituzioni europee. Bruxelles ha ancora il tempo per dimostrare che l’Europa non è soltanto una matrigna che presenta il conto, ma una comunità capace di condividere anche i momenti difficili. La partita è appena cominciata. E questa volta, il conto rischia di arrivare direttamente nelle case degli italiani.
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