Suora aggredita a Gerusalemme, sintomo del sionismo radicale
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Una nuova aggressione contro i cristiani nella Città Santa, stavolta a danno di una suora francese, colpita con violenza sul Monte Sion. Un episodio non isolato, figlio di un clima di odio alimentato dalle correnti del sionismo religioso più estremo.
Ancora un’aggressione contro i cristiani a Gerusalemme. Un nuovo episodio di violenza, che si inserisce in un quadro sempre più preoccupante e di crescente ostilità nei confronti delle comunità religiose minoritarie. Il segnale appare chiaro: le correnti più radicali del sionismo religioso stanno acquisendo visibilità e capacità di influenza, all’interno di un contesto politico e sociale sempre più polarizzato.
Non si tratta di episodi isolati né di derive marginali. La dinamica che emerge è quella di una pressione costante, che si manifesta nello spazio urbano e nella gestione quotidiana della città. L’aggressione avvenuta mercoledì scorso, 29 aprile, in pieno giorno, sul Monte Sion, nelle vicinanze della chiesa della Dormitio, ha come protagonista una suora francese, Marie-Reine, segretaria dell’École Biblique. La religiosa, dopo essere stata insultata, è stata colpita alle spalle, fatta cadere e presa a calci. Non un fatto eccezionale, ma l’indicatore di una tensione strutturale che attraversa la Città Santa e ne interroga la storica vocazione alla convivenza. La religiosa stava percorrendo una delle vie che conducono ai luoghi santi, quando è stata avvicinata da un uomo che l’ha insultata e poi aggredita [vedi qui il video dell'aggressione]. L’intervento delle forze dell’ordine ha portato al fermo dell’aggressore. Le condizioni della suora non sarebbero gravi, ma resta lo choc. E soprattutto resta la percezione, condivisa dalle comunità cristiane, che la frequenza di questi episodi stia cambiando la natura stessa della quotidianità nella Città Vecchia.
Molestie, sputi, insulti e spinte sono diventati parte di una routine che colpisce in particolare i religiosi, riconoscibili per il loro abito. Frati e suore riferiscono di essere frequenti bersagli, in un contesto in cui anche il semplice transito per le vie cittadine è oramai altamente rischioso. “Morte ai cristiani”, “Andatevene via”, “Questa non è la vostra terra”: slogan che compaiono sui muri e si ripetono insieme ad altre scritte che esprimono ostilità diretta verso la presenza cristiana. A questi episodi si sommano atti più gravi: vandalismi contro chiese, profanazioni di monasteri e cimiteri, danneggiamenti di simboli religiosi. Il quadro che emerge non è più quello di singoli episodi scollegati, ma di una sequenza che assume tratti collegabili ad un disegno più ampio. I dati disponibili indicano un incremento: nel 2025 sono stati documentati 155 incidenti contro cristiani e istituzioni cristiane, rispetto ai 111 dell’anno precedente. Le aggressioni fisiche rappresentano la voce principale con 61 casi, seguite da attacchi a proprietà ecclesiastiche (52 episodi), molestie (28) e deturpazioni di segnaletica con indicazioni religiose (14 casi).
In questo contesto, cresce anche il numero di famiglie che scelgono di lasciare la città. Non sono decisioni improvvise, ma percorsi maturati nel tempo, sotto il peso di una quotidianità sempre più problematica. Fattori di insicurezza, difficoltà economiche e restrizioni amministrative si sommano alla percezione di un progressivo restringimento degli spazi di libertà. Il sistema dei permessi limita la mobilità dei cristiani palestinesi verso i luoghi santi, mentre pressioni economiche e controversie sulle proprietà ecclesiastiche alimentano ulteriori tensioni. Alcune istituzioni religiose parlano apertamente di un processo di erosione demografica della presenza cristiana. In questo quadro, si può parlare di “pulizia etnica a bassa intensità”: una trasformazione graduale che incide sulla composizione sociale e religiosa della città.
Sul piano politico, il clima appare sempre più segnato da una radicalizzazione delle posizioni. Una parte delle tensioni viene ricondotta alle correnti del sionismo religioso più estremo, incluse frange legate al kahanismo, corrente politica risalente agli anni Settanta, che in alcuni casi hanno espresso una visione esclusiva di Gerusalemme, come spazio riservato alla sola popolazione ebraica. Tra i riferimenti politici di quest’area figura anche il ministro Itamar Ben-Gvir, sostenitore di un impianto identitario fondato su una lettura religiosa della legge e dello Stato. In questo ambito, il progetto messianico di controllo della “Terra promessa” viene talvolta posto al di sopra della normativa civile, con implicazioni che, secondo diversi analisti, alimentano un clima di legittimazione dell’azione diretta. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu si regge anche sul sostegno di queste forze politiche. Una condizione che, secondo varie letture, contribuisce a creare un contesto percepito come scarsamente limitativo rispetto agli episodi di intolleranza. Non solo la risposta istituzionale appare spesso insufficiente, ma il silenzio o la cautela vengono interpretati come segnali ambigui.
La cronaca recente riporta inoltre episodi avvenuti nello stesso periodo: mentre al patriarca Pierbattista Pizzaballa è stato impedito l’accesso al Santo Sepolcro durante le celebrazioni pasquali, gruppi di estremisti avrebbero compiuto azioni di profanazione contro luoghi religiosi cristiani e musulmani nella Città Vecchia, documentandole e diffondendole impunemente sui social. Sul piano internazionale, Israele ribadisce il proprio ruolo di garante della libertà religiosa. Il primo ministro Netanyahu ha più volte affermato che il Paese rappresenta un ambiente sicuro per le comunità cristiane. Tuttavia, una percezione diffusa nell’opinione pubblica racconta di una realtà più complessa, in cui episodi di discriminazione e intolleranza vengono percepiti come in aumento, all’interno di una crescente polarizzazione politica e sociale. Anche alcune dichiarazioni istituzionali vengono interpretate da osservatori e comunità locali come segnali contraddittori rispetto alla narrazione ufficiale.
In questo scenario s’inserisce anche l’intervento del Patriarca latino di Gerusalemme, che nella sua recente lettera pastorale ha denunciato con toni severi il deterioramento del clima cittadino. «Stiamo assistendo ad un clima di odio che si diffonde nelle strade, nei gesti e nel linguaggio», ha scritto, sottolineando come non si tratti più di episodi isolati, ma di una tendenza culturale. Pizzaballa parla di un progressivo indebolimento del tessuto morale della città e avverte che la normalizzazione del disprezzo rappresenta un rischio profondo per la convivenza. «Gerusalemme non può sopravvivere come città santa se diventa un luogo di esclusione», afferma ancora il cardinale, richiamando la responsabilità delle istituzioni e delle comunità religiose. Il silenzio di fronte all’ingiustizia viene descritto come una forma di complicità, mentre si invoca la necessità di recuperare il dialogo come unico strumento possibile di tenuta sociale.
L’aggressione alla suora francese s’inserisce in una sequenza che va oltre il singolo episodio. È parte di una trasformazione più ampia, segnata dall’intreccio di dinamiche politiche, tensioni religiose e profondi cambiamenti sociali. Mentre le indagini proseguono, resta aperta una domanda: quale spazio può ancora avere la convivenza in una città che si definisce santa per tre religioni, ma in cui l’equilibrio appare sempre più fragile?
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