Libano, anche per l’Epifania piovono le bombe di Israele
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Nel Paese dei Cedri le feste natalizie sono state funestate dagli attacchi delle forze armate israeliane, che hanno bombardato anche il 6 gennaio. Il nostro reportage da Tiro, a Messa con le comunità melchita e maronita, con la preghiera che allevia la durezza della quotidianità.
In Libano le feste natalizie, compresa la coda lunga dell'Epifania, sono state funestate fino all'ultimo dai colpi senza quartiere di Israele. Domenica 4 gennaio le forze armate israeliane (IDF) hanno ucciso due persone nella località turistica di Jmayjme: secondo l'esercito israeliano si trattava di «due agenti di Hezbollah impegnati nella ricostruzione di infrastrutture militari» della milizia sciita. Per inciso, secondo il quotidiano israeliano Maariv, lo stesso giorno il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe tenuto una riunione del Consiglio di sicurezza per valutare lo stato di preparazione di IDF in vista dell'impegno sui "fronti regionali": segnatamente Iran, Yemen, Libano e Gaza. Anche se conviene leggere simili dichiarazioni attraverso la lente della campagna di disinformazione portata avanti dallo Stato Ebraico, la famigerata hasbara, il Libano non è nella condizione di dormire sonni tranquilli.
Nella notte tra domenica e lunedì l'esercito libanese e il corpo di interposizione di Unifil si sono dispiegati nei pressi di Mais al-Jabal, sul confine con Israele, in risposta a un'incursione di terra che ha visto soldati di IDF penetrare in territorio libanese. La vigilia dell'Epifania, in mattinata, un drone israeliano ha provocato una vittima a Breikaa, nel sud del Paese, mentre un altro attacco di IDF ha distrutto un allevamento di polli nel villaggio cristiano-maronita di Khiam, sul confine con Israele; nel pomeriggio il portavoce di lingua araba dell'IDF, Avichay Adraee, ha diramato ordini di evacuazione agli abitanti di alcune località che l'esercito israeliano ha effettivamente bombardato poco dopo a causa della presenza sul loro territorio di «infrastrutture di Hamas ed Hezbollah»: Anan, Sarafand e Kfar Hatta nel sud del Paese, Manara e Ain el Tineh nella valle della Bekaa.
All'alba del 6 gennaio un attacco di IDF ha distrutto un edificio residenziale di tre piani nei pressi di Ghaziye, vicino a Sidone, nel sud, provocando decine di feriti. Nel pomeriggio, un attacco di IDF ha ucciso due persone a Kfardounine, vicino al confine israeliano, e nel villaggio di Aita al Chaab una bomba sonora ha colpito alcune persone che ispezionavano le loro abitazioni andate distrutte in un precedente attacco.
La mattina del 6 gennaio ci portiamo a Tiro, capoluogo del Sud ingiustamente martoriato e terra di cristiani sin dai tempi di Cristo, per passare la giornata dell'Epifania – Eid Ghattas in arabo – con le comunità cattoliche del luogo. La città è piena di sole e vita, il suq affollato, i bambini giocano ai piedi di un grande albero di Natale allestito nella piazza principale del centro. Poco distanti, decine di pattuglie dell'esercito libanese controllano l'altro lato della strada: «è solo routine» avvertono, ma la risposta non convince, forse nemmeno loro.
Diversamente da quella latina, le Chiese cattoliche orientali il 6 gennaio ricordano il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano ad opera di san Giovanni Battista, che la tradizione occidentale quest’anno celebra invece la domenica successiva, l'11 gennaio. Nel Levante si usa in questo giorno benedire l'acqua che verrà poi utilizzata tutto l'anno, e confezionare certi dolci speciali fritti nell'olio – ricordo del corpo di Gesù immerso per il Suo battesimo nelle acque del Giordano. Si tratta di tradizioni antichissime e cariche di significati simbolici che rischiano seriamente di scomparire tra i mille rivoli della diaspora, con l'emigrazione forzata dei cristiani dai loro luoghi originari. Nella cattedrale greco-melchita di Saint Thomas, risalente al XVIII secolo, celebra solennemente Messa l'arcivescovo di Tiro, Georges Iskandar, a cui si stringe una cinquantina di persone, tra cui spicca il coro, che ha la responsabilità non da poco di cantare le parti liturgiche spettanti all'assemblea.
La liturgia, in arabo, siriaco e aramaico scorre piacevolmente, allontanando i pensieri dalle cure dell'attualità. Dopo la celebrazione i fedeli si radunano nel salotto dell'arcivescovado. L'atmosfera è rilassata, ci si scambiano gli auguri, si offrono caffè e cioccolatini, si commentano i fatti del giorno. Non si parla della guerra, tantomeno delle aggressioni israeliane in corso a pochi chilometri di distanza. Molti dei presenti intrattengono rapporti importanti con l'estero – c'è chi studia in Europa ed è tornato per le vacanze natalizie, chi intrattiene rapporti di lavoro con l'America del Sud. Chiediamo a Sara (nome di fantasia), studentessa di una grande università del Nord Italia, se dopo la laurea vorrà tornare in Libano. Ci guarda perplessa: «Sarebbe bello, ma...». Fadi (nome di fantasia) è un sessantenne di Tiro che ha interessi in Brasile; gli chiediamo conferma della fuga di cittadini libanesi dal Venezuela a Rio de Janeiro dopo l'attacco di Trump. «In realtà, molti libanesi sono scappati dal Venezuela già dieci anni fa, allo scoppiare della crisi», ci risponde. «Per il resto, la diaspora libanese in Venezuela riflette il tessuto sociale della Repubblica Bolivariana: alcuni hanno già lasciato il Paese per il Brasile o altri Stati del Sud America, o sono rientrati in Libano; altri sperano in un futuro migliore dopo l'attacco americano, pregando che il Venezuela sia finito in buone mani». All'indomani dell'attacco il segretario di Stato degli USA, Marco Rubio, ha dichiarato alla tv americana che Hezbollah non sarà più autorizzato ad operare in territorio venezuelano. Washington non tollererà più l'esistenza nell'emisfero occidentale, ha affermato, di un Paese che serva da punto di appoggio per organizzazioni considerate ostili agli interessi americani. In Venezuela, dunque, «non ci sarà più alcuna presenza iraniana o di Hezbollah».
Nel pomeriggio ci uniamo alla comunità maronita, che celebra la Messa dell'Epifania nella cattedrale di Nostra Signora del Mare. Le campane che richiamano i fedeli in chiesa sono suonate all'antica: tre ragazzi di varie età si attaccano felici alle funi, un divertimento fuori dal tempo. Anche intorno all'altare la presenza di ragazzi e bambini si fa notare, mentre i fedeli presenti in questo caso sono pochi. Il celebrante Padre Georges benedice l'acqua; il rito, più agile di quello melchita, scivola via in meno di un'ora. Anche in questo caso, la dimensione della preghiera allontana e riduce gli affanni e le preoccupazioni. Dopo la Messa ci si scambiano gli auguri: “Deyim Deyim” si dice, per l'eternità, che il Signore ti benedica per sempre. Padre Georges si scusa, è occupato con la distribuzione di farmaci che si tiene in parrocchia una volta al mese. Alla spicciolata, i fedeli se ne vanno alle loro occupazioni. Anche questa giornata è passata, in attesa di vedere quello che accadrà.

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