Leone XIV: concistoro "sinodale" ma non siano solo procedure
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Aprendo i lavori del sacro collegio il Papa conferma la modalità mutuata dai sinodi senza ignorare il malessere manifestato da alcuni. Ai cardinali Prevost chiede di «lavorare insieme nel servizio della Chiesa» ed è tornato a coinvolgerli dopo il "congelamento" del precedente pontificato.
Che le modalità di lavoro del concistoro siano ormai «sinodali» è stato lo stesso Leone XIV ieri a riconoscerlo nel suo intervento introduttivo. Nell'aula Paolo VI ha infatti incoraggiato i cardinali «a vivere con convinzione il lavoro nei gruppi», ammettendo che «per molti di noi, non è il modo abituale di svolgere un concistoro» e aggiungendo però che «in questo esercizio ecclesiale anche noi impariamo la sinodalità praticandola, impariamo insieme a crescere nella comunione». Li ha inoltre rassicurati del fatto che avranno la possibilità di intervenire personalmente o fargli avere delle osservazioni riservate.
Insomma, al Papa non sfugge il malessere di diversi cardinali per questa modalità di lavori che penalizza i più anziani. Prevost però non vuole tappare la bocca al sacro collegio che, anzi, ha il merito di aver coinvolto dopo il lungo congelamento del pontificato bergogliano. Era un impegno preso nei giorni del conclave che ha scelto di mantenere. Leone ha difeso questa intuizione, spiegando di aver voluto che «questi incontri ci aiutassero a imparare sempre più a "lavorare insieme nel servizio della Chiesa" e a proseguire "una conversazione che mi aiuti nel servizio della missione di tutta la Chiesa"». La ritiene, infatti, «una delle responsabilità più importanti affidate al collegio cardinalizio». Ed ha chiesto di essere accompagnato dai cardinali non solo in questi due giorni di lavori, ma nel suo ministero quotidiano.
L'insistenza sulla sinodalità – definita «non un insieme di procedure» ma «un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere» e non «una diminuzione dell’autorità» ma un aiuto «a comprendere più profondamente il significato dell’autorità stessa, che esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune della Chiesa» – è anche un modo per rassicurare i più bergogliani, intimoriti che col cambio di pontificato il percorso sinodale possa interrompersi.
I lavori di ieri, in ogni caso, si sono concentrati più sull'esterno che sull'interno. E dunque più sul mondo che sulla Chiesa. «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» e «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» sono stati i titoli delle prime due sessioni.
Nella sintesi fornita dalla Sala Stampa i temi vengono snocciolati uno dopo l'altro, ma senza un approfondimento. E dunque sappiamo che si è parlato di guerre, polarizzazioni, fake news, crisi della democrazia, fenomeno migratorio, violenza contro le minoranze religiose ed etniche, antisemitismo, droga, criminalità, crisi della famiglia, solitudine, giovani e così via. Per capire bene di cosa e come si è effettivamente discusso bisognerà aspettare qualche giorno o almeno qualche ora. Nella sintesi non si fa alcun accenno a temi potenzialmente divisivi. Ma questo non esclude che siano stati affrontati nei singoli tavoli. La sintesi della seconda sessione ha riportato che alcuni gruppi «hanno condiviso la necessità di superare la logica della guerra giusta, poiché il vangelo non si impone con la forza, e di parlare piuttosto di diritto ad una difesa proporzionata».
Oggi le due sessioni si concentreranno sulla Magnifica humanitas e sulla sinodalità. I lavori ripartiranno al termine della Messa celebrata a San Pietro dal cardinale decano Giovanni Battista Re. Ma forse il momento più atteso per i membri del sacro collegio, specialmente per coloro che hanno meno possibilità di incontrare di persona il Papa, sarà quello in cui riusciranno a fargli «pervenire liberamente osservazioni o riflessioni riservate», come da lui stesso indicato nel discorso di apertura.
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