Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Enrico II a cura di Ermes Dovico
segni dei tempi

Le rogazioni, antidoto alla "liturgia laica" del terrore

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Di fronte alla guerra, ai mali fisici e spirituali un tempo si invocava in processione l'aiuto di Dio e dei santi, sapendo di non essere soli. Dimenticati quei riti è tornata la paura, funzionale alla "narrazione" del mondo.

Ecclesia 06_05_2024
La benedizione dei campi di grano - Jules Breton (1857)

Il 25 aprile scorso, festa di San Marco, evangelista, è stato per secoli il giorno delle “Litanie maggiori”, che ricorrono piuttosto a ridosso delle altre sorelle, le “Litanie minori”, che cadono il lunedì, martedì e mercoledì antecedenti la solennità dell'Ascensione del Signore, tradizionalmente celebrata di giovedì, esattamente quaranta giorni dopo la Santa Pasqua. In pratica, oggi, domani e domani l'altro. A ben vedere, le cosiddette Rogazioni sono ancora presenti nel Benedizionale, in Appendice, e indicate sempre per i tre giorni che precedono l'Ascensione, che però ora, quasi ovunque, è celebrata di domenica. Ma di esse ormai non c'è più traccia. Le tradizionali e partecipatissime processioni, che partivano dalle migliaia di chiese di tutta Italia, d'Europa e del mondo, dove si era appena conclusa la Messa celebrata all'alba, per snodarsi nelle campagne al canto delle Litaniæ Sanctorum hanno ormai lasciato campo libero ai cortei politicizzati del 25 aprile.

Su di noi incombe una guerra che potrebbe essere la più devastante della storia, mentre in molti posti del pianeta, anche vicinissimi a noi, la guerra ha già falcidiato le famiglie e distrutto quanto gli uomini avevano faticosamente edificato; le forze della natura mettono di frequente a nudo la fragilità dell'uomo; ogni anno è un accrescersi del numero di persone che contraggono malattie gravi, a volte sconosciute, che spesso portano rapidamente alla morte; quei beni primari che permettevano alle famiglie di trascorrere con una relativa tranquillità la propria vita sono stati erosi  a causa di politiche internazionali sciagurate. Se guardiamo alla vita della Chiesa, la situazione non è certamente più rosea. E non c'è bisogno di srotolare i dati sempre più negativi relativi alle vocazioni e alla vita sacramentale del popolo di Dio, aggravate da un pontificato devastante, che ormai ha superato il decennio.

Nonostante la retorica dei segni dei tempi, questi tempi non li vogliamo riconoscere; tempi che richiederebbero di moltiplicare gli atti penitenziali e le suppliche a Dio, non solo di qualche pio devoto, ma della Chiesa intera. E ci meritiamo così pienamente il rimprovero del Signore: «Ipocriti! (…) Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?» (Lc 12, 56). Ipocriti! Stiamo a discutere di cambiamento climatico, di guerre, di finanziarie, di svolte green, ma non sappiamo giudicare che questo tempo è più che mai il tempo della supplica al Cielo.

E così abbiamo inspiegabilmente tolto anche quelle suppliche che c'erano, finendo per dare agli uomini la sensazioni di essere abbandonati a se stessi. Non credo si sia soppesato abbastanza il messaggio che si è dato ai cristiani e al mondo intero con la decisione di lasciar cadere in disuso le Rogazioni. Ho ascoltato con grande interesse quanto Maurizio Milano, nel primo de “I venerdì della Bussola” spiegava circa la narrazione, ossia la propaganda del “pifferaio di Davos” e di tutti i pifferai che si sono succeduti e si succederanno nella storia. Qual è la dinamica fondamentale di ogni narrazione? Quella di agire in modo performativo sulle emozioni e le sensazioni degli uomini. Non è una narrativa diretta alla ragione, ma a quella sfera primaria della nostra persona che di fatto poi condiziona e orienta i nostri pensieri e le nostre azioni.

Questa narrativa, ogni narrativa, non è fatta semplicemente di informazioni verbali e notizie, che non riuscirebbero a fare presa, in modo profondo e duraturo, sugli uomini; essa è invece costituita da immagini, musiche, rituali, azioni in grado di coinvolgere i cinque sensi, prima e più radicalmente dell'aspetto cognitivo, per imprimersi nella memoria cognitiva e soprattutto emotiva.

Ora, pensare che la soluzione sia “semplicemente” azzerare questa narrazione, per poter dare spazio all'oggettività della ragione significa non comprendere come l'uomo di fatto è e si comporta. È alla luce di questo sano realismo che la Chiesa ha costruito con pazienza e attenzione la propria narrativa. Non una narrativa ideologica opposta ad un'altra ideologica, ma una narrativa vera ad un narrativa falsa, una narrativa che libera ad una narrativa che rende schiavi, una narrativa che dà pace e confidenza, ad una narrativa che fa crescere paura e disperazione.

Cos'è accaduto da svariati decenni a questa parte? Che, mentre il mondo stava costruendo la propria micidiale e penetrante narrativa, noi cattolici abbiamo abbandonato la nostra. Mentre il mondo capiva che era attraverso segni e rituali capaci di plasmare le emozioni, e non grandi discorsi, che l'uomo sarebbe stato facilmente manovrabile, noi abbiamo riempito le celebrazioni di parole e le abbiamo svuotate di riti, gesti, profumi, canti, paramenti, colori unici e particolari. Noi abbiamo abbandonato il campo, e il mondo perverso di Davos e degli altri pifferai se l'è preso. E come poteva essere altrimenti?

La narrazione che ha soppiantato quella cristiana punta in una sola direzione: la paura. Una paura che dev'essere mantenuta costantemente, perché deve plasmare fin nel midollo ogni singola vibrazione dell'uomo. All'orizzonte ci sono sempre nubi minacciose, che certamente rovesceranno tutte insieme quanti più fulmini e grandini possibili. A meno che – questo è il punto decisivo – non accettiamo ora di prendere provvedimenti dolorosi, forse tragici, ma non così tragici come quello che certamente avverrà. Di fronte alla minaccia terribile, ogni sacrificio è giustificato, ogni sacrificio è doveroso. L'uomo rimane così solo, con la paura nel cuore, la tragedia all'orizzonte e l'unica via d'uscita possibile: la strada dolorosa tracciata dai tecnocrati e dai loro progetti.

La narrativa cristiana, quella vera, cambia la prospettiva. Non nega che questa vita sia una valle di lacrime, ma fa sperimentare concretamente all'uomo che c'è speranza, gli fa toccare con mano la vicinanza di Dio e la sua onnipotenza. Non si tratta di dirglielo a parole, con prediche infinite e ripetitive, si tratta di mettere l'uomo nella situazione in cui l'esperienza dei suoi cinque sensi lo aiuti, per così dire, a toccare quanto di reale esiste oltre la sua vita sensibile. L'esperienza, non le prediche.

Torniamo alle nostre Rogazioni. I fedeli realizzano di non essere soli: perché sono in processione, insieme a tanti altri fratelli di quaggiù, e perché nel canto delle litanie dei santi, sentono risuonare nelle loro orecchie i nomi di decine di fratelli, che per loro intercedono, e ai quali si rivolgono cantando incessantemente l'ora pro nobis. Sentono nominare i pericoli reali che incombono su di loro: la guerra, le malattie, la morte eterna, la morte improvvisa, ma ogni volta il loro sospiro trova la consolazione di un Dio che ascolta il loro libera nos, Domine, che opera come una soprannaturale catarsi. Essi vedono materializzarsi la benedizione divina nell'acqua benedetta che dall'aspersorio scende sulle loro terre e su loro stessi. Sanno che ogni loro lavoro, ogni loro lacrima, ogni loro preoccupazione è presente al cospetto dell'Altissimo, come il profumo dell'incenso che colma le loro narici e che vedono salire al Cielo, come una colonna di fumo. Una colonna che richiama loro la presenza di Dio che li protegge in questo deserto, come protesse i loro padri nel Sinai.

La paura è compagna dell'uomo da dopo il peccato originale. Da una parte, però, abbiamo le direttive burocratiche dei tecnocrati, spietate e senza eccezioni; dall'altra Dio onnipotente che si fa vicino, che mostra la sua benevola volontà all'uomo che si rivolge a Lui e in Lui confida. Ma di questi e altri riti benedetti, per un malsano razionalismo entrato nella testa dei nostri pastori, non resta che qualche sporadica traccia. E la paura è tornata ad invadere il cuore degli uomini, strumento perfetto per poterli rendere schiavi e burattini.



PREGHIERE

Quelle rogazioni che la Chiesa ha dimenticato

04_09_2016 Luisella Scrosati

Così scriveva quel grande mistico che è stato don Divo Barsotti: « l’unica arma per il combattimento del popolo di Dio è la preghiera e la penitenza. Già sapeva il giudaismo, prima ancora del cristianesimo, che l’unico atto cui Dio ha promesso efficacia è la preghiera, che ha potere sul suo cuore». Parole che andrebbero meditate anche oggi, davanti allo scatenarsi della violenza della natura, come i terremoti, e del male dell'uomo.

La memoria

Le devozioni all’Addolorata, tra processioni e preghiere

15_09_2023 Antonio Tarallo

Tante le preghiere e le pratiche religiose in onore di Maria Addolorata. Tra le più famose, la corona dei Sette Dolori, la Via Matris e le Litanie. Nel culto pubblico spiccano le processioni, diffuse in tutta Italia.

FEDE E COVID

Le processioni dimenticate (ma tornano i caroselli)

08_07_2021 Ermes Dovico

In Italia tornano i caroselli e cadono giustamente molti limiti all’aperto, ma dopo circa un anno e mezzo di virus le processioni sono quasi del tutto sparite dal panorama cattolico. L’accordo del 2020 tra Cei e Governo le permette, nel rispetto di precise norme anti-Covid, ma in certi casi sono le diocesi a prevedere ulteriori restrizioni o perfino a vietarle. Senza motivi validi.