Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santissimo Nome di Maria a cura di Ermes Dovico
ANNIVERSARIO

Le risate di Mamdani, la libertà di Bush, la guerra di Trump: i volti dell'11-9

Il 25mo anniversario degli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington, preceduto e accompagnato dalle polemiche. Mamdani ride mentre vengono letti i nomi delle vittime. Bush rivendica l'esportazione della democrazia. Trump promette la vittoria in Iran.

Esteri 12_09_2026

Il 25mo anniversario degli attacchi dell’11 settembre a New York e Washington, doveva segnare un momento di riconciliazione in un’America sempre più polarizzata. Nonostante gli sforzi, non ce l’hanno fatta. Questa commemorazione sarà ricordata per le polemiche, oltre che per la memoria delle vittime.

La brutta figura l’ha rimediata soprattutto Zohran Mamdani, sindaco di New York, ripreso quando rideva, assieme ad Alexandria Ocasio Cortez, mentre, fra le lacrime dei famigliari e dei sopravvissuti, venivano letti i nomi di tutte le vittime dell’attentato. Le risate di Alexandria Ocasio Cortez forniscono un’arma retorica formidabile per tutti i suoi avversari, proprio quando vorrebbe (anche se non lo ha ancora annunciato) candidarsi nelle primarie democratiche per la presidenza. Quelle di Mamdani si aggiungono a una lunga fila di polemiche che lo hanno riguardato. Alla vigilia della commemorazione, un gruppo di famigliari delle vittime ha raccolto più di 100mila firme per chiedere che il sindaco non si presentasse alla cerimonia.

Le accuse che gli vengono rivolte sono gravi: ha assunto come consigliere l’avvocato Ramzi Kassem, difensore di un terrorista di Al Qaeda. In una delle cerimonie in ricordo delle vittime, Mamdani è stato ripreso mentre consegna a Kassem la penna con cui firma i decreti esecutivi: immagini che hanno aumentato l'ira dei famigliari delle vittime. La seconda accusa è ancora più inquietante: per fare campagna nella comunità musulmana di Brooklyn, si è fatto accompagnare dall’imam Siraj Wahhaj, sospetto co-cospiratore del primo attentato al World Trade Center del 1993, dunque il primo atto di guerra di Al Qaeda contro gli Usa. La terza accusa è quella di aver sfruttato, per la sua campagna elettorale, anche la visibilità dell’influencer di estrema sinistra Hasan Piker, che nel 2019, in uno dei suoi podcast aveva dichiarato apertamente: “L’America si è meritata l’11 settembre”.

L’ex sindaco Rudolph Giuliani, infine presente alla cerimonia (nonostante inizialmente avesse detto di non voler incontrare il nuovo primo cittadino), nei giorni scorsi aveva chiesto al suo successore di non farsi vedere. Alla fine ha accettato di stringergli la mano. Un gesto di riconciliazione accompagnato da poche lapidarie parole, che i lettori di labiale hanno tradotto in: “Ho pregato per lei”.

Nella celebrazione di New York non c’era spazio per i discorsi. Tutto quel che si doveva dire, era già stato detto nei giorni precedenti. Il messaggio video del sindaco Mamdani evita ogni riferimento politico, ricorda le vittime, gli eroi, i primi soccorritori. La battaglia politica è in quel settimo minuto di silenzio che, da questa volta, è stato aggiunto. I precedenti 6 minuti di silenzio ricordano le vittime immediate dell’attentato: quelle dei due aerei finiti sui grattacieli del World Trade Center, quelle morte nel crollo delle due torri, quelle morte nell’attentato al Pentagono e gli eroi dello United 93 che si ribellarono ai dirottatori, impedendo loro di raggiungere l’obiettivo, ma morendo nello schianto al suolo dell’aereo, in Pennsylvania. Il settimo minuto celebra, per la prima volta, i morti per le conseguenze dell’11 settembre: tutti coloro che si sono ammalati per i fumi tossici sprigionati da Ground Zero (il luogo del crollo), a partire dai primi soccorritori, oltre che degli abitanti della zona. Si tratta di una battaglia politica e polemica, lanciata da Mamdani, con la pubblicazione di 170mila pagine di documenti, finora riservati, in cui si dimostra che le autorità di allora fossero al corrente del livello di tossicità dell’aria nell’area dell’attentato. Nonostante, in pubblico, affermassero (a partire dai primi giorni) che l’aria fosse pulita.

A New York non è andato il presidente Trump che, per la seconda volta, ha preferito ricordare l’11 settembre al Pentagono, Washington. Nella “sua” città ha inviato ancora il vicepresidente JD Vance, che si è incontrato con tutti gli ex presidenti ancora in vita: Obama, Biden, Bush (in carica al momento dell’attentato) e Clinton. Proprio George W. Bush, assieme all’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice, nel corso di un evento separato, ha raccontato i momenti dell’attacco e la risposta politica della sua amministrazione. Un intervento che farà certamente discutere, perché Bush non rinnega nulla, nonostante la polemica sulle guerre in Afghanistan e Iraq sia andata talmente oltre da cambiare il volto del Partito Repubblicano. Il movimento Maga, che sostiene Trump, è nato anche come contestazione delle “guerre infinite” e si oppone alla filosofia di Bush della “esportazione della democrazia”. Bush ha invece ribadito che la libertà non è “un dono dell’America”, ma “un dono del cielo”, che «ogni uomo vorrebbe essere libero», che la difesa della propria libertà e il sostegno di quella altrui non sono separabili. L’11 settembre è stato un attacco, «non solo ai nostri palazzi, ma anche ai nostri valori», da parte di chi «odia la libertà degli americani». Per cui la guerra al terrorismo viene letta da Bush come una “guerra sui valori”. Il discorso è generico, non si riferisce specificamente all’ideologia islamista degli attentatori. L’unico riferimento all’islam è positivo, nel discorso di Bush, quando ricorda la sua visita al centro islamico di New York, immediatamente dopo l’attentato: «Ho riconosciuto che l’islam è una religione di pace, che i terroristi rappresentavano una sua deviazione».

Il discorso di Trump, al Pentagono, è molto diverso, sia per i valori che esprime, sia per i toni: è il discorso di un presidente in guerra. Dopo aver ricordato le vittime, per nome e raccontato le loro storie, le loro vite quotidiane distrutte all’improvviso, i loro ultimi atti di eroismo, Trump ha dichiarato che «I terroristi che ci hanno attaccato pensavano di poter instillare paura e indebolire il nostro spirito. Ma l'America non si lascia intimidire, e coloro che ci proveranno si uniranno presto alla lunga lista di nemici sconfitti che hanno osato mettere alla prova il nostro coraggio». Ha citato la Repubblica Islamica dell’Iran come il principale “sponsor del terrorismo” ed ha ribadito, ancora una volta che «non avrà mai un'arma nucleare». Si tratta di un’altra guerra, contro un altro potere islamico, sciita invece del sunnita Bin Laden, ma viene inquadrata come prosecuzione ideale della stessa lotta contro lo jihadismo nemico dell’America.