• CORTE SUPREMA

Le dimissioni di Breyer e il giudice ideologico di Biden

Il giudice della Corte Suprema, Stephen Breyer, 83 anni, annuncia che si dimetterà. Il profilo del successore è già pronto: Biden promette che sarà una donna e di colore. Non importano le qualità, conta soddisfare le lobby Lgbt e abortiste. Ma i Repubblicani e i pochi Dem moderati protestano.

Il 27 gennaio il giudice della Corte Suprema Stephen Breyer ha ufficialmente notificato al presidente Biden la sua intenzione di dimettersi alla fine dell’attuale mandato. Nella stessa lettera Breyer ha espresso specificamente il suo desiderio di avere il suo successore prima di dimettersi, tra fine giugno e inizio luglio prossimi. Biden ha già detto, su pressione di esponenti socialisti del Partito Democratico,  di voler adempiere alla promessa elettorale di nominare un giudice donna e di colore, ma la semplice scelta in base al sesso, alle convinzioni pro abortiste ed Lgbt e al colore della pelle, non soddisfa nemmeno gli stessi Democratici e trova opposizioni forti tra i Repubblicani.

Breyer con i suoi 83 anni è il giudice più anziano della Corte Suprema, era stato nominato nel 1994 dal presidente Bill Clinton e, pur essendo un noto difensore del diritto all’aborto, più volte negli ultimi mesi aveva resistito alle richieste di dimissioni che gli erano venute soprattutto dai Democratici. Lo aveva fatto nel maggio scorso, a pochi mesi dall’entrata in carica di Biden, poi in agosto e ancora a settembre e novembre, nonostante le pressioni di parte dei Democratici e delle lobby abortiste ed Lgbti preoccupate per una maggioranza conservatrice della Corte Suprema e impaurite da possibili decisioni contrarie ai propri interessi. Biden, ormai preda dei contrasti interni al Partito Democratico e con l’ala oltranzista sempre più polemica, ha fatto sapere, tramite la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki, che “manterrà la sua promessa di nominare una prima giudice afro-americana donna alla Corte Suprema della nazione”. Un’anticipazione che è stata confermata dallo stesso Biden: “Nominerò una persona con straordinarie qualifiche, carità, esperienza e integrità. E quella persona sarà la prima donna nera mai nominata alla Corte Suprema degli Stati Uniti... la nomina avverrà entro la fine di febbraio”. Nella stessa dichiarazione Biden ha detto di incaricare la sua vice, Kamala Harris, consolidata abortista e pro Lgbt, di selezionare e individuare i migliori candidati.

Una scelta che dimostra quale direzione si voglia prendere nell’Amministrazione Biden, ideologizzare e politicizzare la nomina del giudice della Corte Suprema. L’Atlantic, mensile della sinistra liberal americana, nella sua pagina online ha già pubblicato la lista dei candidati che verranno sottoposti alla Harris e a Biden: più facilmente, questa lista era pronta e concordata con le grandi lobby, sin dal giorno della vittoria dei Democratici del 2020. La candidata Ketanji Brown Jackson di 51 anni “soddisfa molti requisiti per l’establishment” ed è di sicure convinzioni pro aborto, immigrazionismo, Lgbt. Ha le stesse credenziali della Ivy League dei giudici in carica, ha conseguito sia la laurea e il dottorato in legge ad Harvard e ha curato la Harvard Law Review. Ha lavorato per tre giudici federali, incluso Breyer, dal 1999 al 2000, e verrebbe direttamente dalla Corte d’Appello del Circuito di Washington, il secondo tribunale più importante del Paese dopo la Corte Suprema. La Jackson ha un pregio impareggiabile per la sinistra democratica: ha preso moltissime decisioni da giudice contro l’Amministrazione Trump e questo, in un Paese nel quale i Democratici sono in caduta libera e inseguono il mito del nemico Trump come unico messaggio politico, è una caratteristica fondamentale.

Tra le altre candidate c’è Leondra Kruger, 45 anni; è un giudice associato della Corte Suprema della California, è vista come una delle scelte migliori per i Democratici ma in California talvolta si è schierata con i giudici più conservatori. Poi c’è la giurista J. Michelle Childs, un giudice federale della Carolina del Sud, sostenuta dal capogruppo dei Democratici alla Camera James Clyburn; il giudice Wilhelmina Wright della Corte distrettuale del Minnesota; il giudice Leslie Abrams Gardner, che siede nella Corte distrettuale della Georgia ed è la sorella della candidata e idolo della sinistra Dem Stacey Abrams.

In tutto ciò, il principale problema da risolvere per Biden è quello di individuare un candidato competente e che abbia dato prova di saggezza e conoscenza della dottrina. Infatti due dei protagonisti dell’opposizione interna alle derive estremiste di Biden, la senatrice Kyrsten Sinema e il senatore Joe Manchin - che in queste settimane sono stati l’ago della bilancia e hanno bocciato sia le norme bandiera sul rilancio economico da 3 mila miliardi di Biden, sia l’abolizione del regolamento che permette il filibustering da parte dell’opposizione, in un Senato Usa (50-50) dove i Democratici hanno un solo voto di maggioranza, quello della presidente Harris decisivo in caso di pareggio -, hanno già dichiarato che valuteranno con attenzione i candidati per le competenze e qualità e non certo per le promesse di Biden fatte all’ala estrema del partito.

Da parte dei Repubblicani, che ricordano bene gli scandali montati ad arte dalla sinistra durante le audizioni dei giudici Brett Kavanaugh nel 2018 e Amy Coney Barrett nel 2020, si sono già lanciati i primi avvertimenti a Biden. Il capogruppo al Senato Mitch McConnell ha invitato Biden a non ascoltare i suggerimenti della sinistra del suo partito per individuare i candidati; il senatore Hawley ha preferito ironizzare sull’ossessione sul genere sessuale del prossimo giudice espressa di Biden, capo di un’amministrazione che vuole al contrario “abolire tutti i generi sessuali”, promettendo battaglia a tutto campo se la scelta dovesse ricadere su persone impreparate e ideologizzate. La battaglia è iniziata: sulla carta la maggioranza della Corte Suprema rimarrà comunque composta da giudici devoti alla Costituzione e perciò pro vita e pro famiglia. Ora, certo, la vera sfida dirompente sarà tutta all’interno dei Democratici, dove si rischia la deflagrazione tra massimalisti socialisti e lobby, da un lato, e moderati dall’altro.

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