Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
GOLFO PERSICO

Si tratta con l'Iran a Ginevra, mentre aumenta la pressione militare

Dobbiamo attenderci un conflitto in Iran? Non è detto. Anche se lo schieramento degli Usa nella regione è imponente, domani le delegazioni si incontreranno di nuovo a Ginevra. E Trump subisce forti pressioni contrarie all'intervento.

Esteri 25_02_2026
Propaganda anti-americana a Teheran (AP)

Dobbiamo attenderci un conflitto in Iran? L’Iran non ha accettato, almeno finora, alcun compromesso con gli Usa sul programma nucleare, che risulta danneggiato ma non distrutto nella precedente Guerra dei 12 Giorni del giugno 2025. Non accetta neppure il disarmo missilistico, anzi sta procedendo di gran lena alla ricostruzione del suo arsenale, giudicato “irrinunciabile” da Teheran. Inoltre il regime islamico continua a reprimere con grande violenza una rivolta popolare interna che non si placa, nonostante il presidente statunitense avesse intimato di non usare la forza.

Lo schieramento della marina statunitense, nelle acque del Mediterraneo orientale e del Golfo Persico, sta diventando imponente. Solo contando le unità che sono a tiro dell’Iran e che potrebbero condurre un attacco contro la Repubblica Islamica, sono in navigazione 2 portaerei nucleari (la Ford e la Lincoln), 13 cacciatorpediniere lanciamissili e 3 fregate da combattimento litoraneo. Sebbene alcuni giornalisti lo paragonino allo schieramento che precedette l’invasione dell’Iraq (Operazione Iraqi Freedom) nel 2003, oggi gli Usa hanno inviato circa la metà delle navi inviate allora. Semmai è paragonabile alla forza aeronavale che colpì l’Iraq nella breve Operazione Desert Fox del 1998, quella decisa dall’allora presidente Bill Clinton per punire Saddam Hussein dell’espulsione degli ispettori Onu.

La consistenza della forza aeronavale, contando anche gli aerei della Us Air Force basati a terra nel Golfo (30 F-35 e 10 F-22, oltre a una settantina di aerei più vecchi, fra F-16, F-15 e A-10), fa pensare alla volontà di lanciare un raid limitato per raggiungere un obiettivo politico. Nessuna intenzione di distruggere il regime nel suo insieme, tantomeno di invadere l’Iran (non ci sono consistenti forze di terra nell’area), ma di colpirlo per indurlo ad accettare le condizioni poste da Trump per smantellare il programma nucleare e missilistico. La settimana scorsa sono falliti i colloqui a Ginevra, giovedì 26 febbraio (domani, per chi legge) è previsto un secondo round negoziale sempre a Ginevra. E il peso dello schieramento aero-navale americano, aumentato fra il primo e il secondo negoziato deve farsi sentire.

Gli effetti della minaccia sono però inferiori del previsto. Lo si deduce dal commento sorprendentemente sincero del capo negoziatore americano Steve Witkoff. Di ritorno da Ginevra, ha descritto un Trump incredulo: perché Tehran non accetta un accordo sul nucleare, di fronte al rischio concreto di subire un attacco americano? «Non voglio usare la parola “frustrato”, perché [il presidente, ndr] ha molte alternative, ma è curioso di sapere perché non hanno capitolato», ha detto Witkoff ai microfoni di Fox News.

Harold Rhode, mediorientalista statunitense, spiega a Fiamma Nirenstein de Il Giornale: «Bisogna capire: [l’Iran, ndr] usa due misure. La prima è quella della forza dell’avversario, la seconda quella della volontà di usarla. La forza la vede esposta; ma vede anche l’incertezza. Trump aspetta, rimanda... Quindi la sua minaccia di azioni mostruose vuole incunearsi nell’incertezza umanitaria tipica dell’Occidente».

Se Trump è incerto, e spera che l’Iran accetti le sue proposte di disarmo missilistico e nucleare senza dover ricorrere all’uso della forza militare, lo si deve a forti opposizioni interne ed esterne. All’interno deve fare i conti con una forte fronda isolazionista repubblicana. L’animatore di questa corrente non è un uomo politico, ma è un giornalista e influencer: Tucker Carlson. Le sue interviste e i suoi show online, sulla piattaforma X, spostano potenzialmente milioni di voti. E la tesi di Carlson, ripetuta all’infinito è sempre quella: la guerra contro l’Iran non è una guerra degli americani, è una guerra di Israele. Tucker Carlson sta conducendo da due anni una serrata campagna contro Israele e la sua (vera o presunta) influenza sugli Usa, finendo anche per dividere una audience protestante evangelica che, sino alla guerra a Gaza, era compatta al fianco lo Stato ebraico. Nelle alte sfere, il maggior oppositore del conflitto iraniano è lo stesso vicepresidente JD Vance che non ha mai fatto mistero della sua opposizione a tutti gli interventi all’estero anche se, nella sua posizione, deve rimanere molto cauto nelle dichiarazioni. Trump ha anche a che fare con un Pentagono isolazionista, uscito scornato e deluso dalla Guerra Globale al terrorismo (di fatto conclusa con la triste ritirata dall’Afghanistan) e sempre meno propensa a interventi.

Un altro motivo di incertezza riguarda le alleanze internazionali. Per qualsiasi azione armata nel Golfo, gli Usa hanno sempre fatto uso della base di Diego Garcia, gestita in condominio con il Regno Unito. Ma dal governo Starmer non è arrivata luce verde per un appoggio, anche perché la disputa sulle isole Chagos, di cui la base fa parte (Starmer intende cederle allo Stato di Mauritius, Trump, dall’inizio dell’anno, si oppone al trasferimento di sovranità) ha contribuito a rendere più tesi i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. Inoltre, i paesi del Golfo in prima linea, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, sinora si sono detti contrari a un’azione armata.

Ciò che rende debole, anche nel negoziato, la posizione iraniana, è il suo conflitto interno. Anche in questo ultimo fine settimana, la rivolta contro il regime islamico è scoppiata di nuovo nelle università e si registrano tuttora gravi scontri fra i gruppi di Basij e gli studenti contestatori. Ma ciò che indebolisce il regime lo rende ancor più disperatamente determinato a restare al potere contro le minacce esterne e interne. Quindi a Ginevra è possibile che arrivi un secondo “no”, anche giovedì prossimo. Non è detto che il rifiuto provochi subito la guerra, ma di sicuro la avvicina.