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La Sapienza apre a Leone le porte rimaste chiuse per Ratzinger

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«Chi cerca la verità cerca Dio»: con queste parole il Papa ha iniziato la visita all'ateneo romano, auspicando una «nuova alleanza educativa» con la Chiesa, in seno alla quale lo Studium Urbis è nato e cresciuto. Un evento che diciotto anni dopo rende giustizia a Benedetto XIV che dovette rinunciarvi perché "colpevole" di leso laicismo.

Ecclesia 15_05_2026
foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse

La visita di Leone XIV all’università La Sapienza di Roma era un evento atteso da diciotto anni, dalla mancata lectio magistralis di Benedetto XVI prevista il 17 gennaio 2008 in un clima carico di tensioni, inaugurato dalla lettera di 67 docenti che auspicavano l’annullamento di quello che definirono «incongruo evento» e culminato con l’occupazione del rettorato da parte dei collettivi al grido di «Fuori il Papa dall’Università». Il Papa più accademico della storia recente, benché invitato dal Magnifico Rettore, dovette rinunciare a visitare l’ateneo (ma non a inviare il testo preparato per l’occasione) perché “colpevole” di leso laicismo.

Le porte sbarrate a Ratzinger si sono riaperte per Prevost nella mattinata di giovedì 14 maggio, accolto dall’applauso degli studenti (non quelli del 2008 per evidenti ragioni anagrafiche), a poco più di trentacinque anni dall’ultima visita papale, quella compiuta da san Giovanni Paolo II il 10 aprile 1991, che faceva seguito a quella di san Paolo VI il 14 marzo 1964. La Sapienza e i Papi è anche il titolo della mostra allestita per l’occasione e visitata da Leone XIV: un rapporto che risale alle origini stesse dell’ateneo romano, alla bolla In supremae praeminentia dignitatis di Bonifacio VIII che nel 1303 sancì la fondazione dello Studium Urbis.

Leone XIV ha compiuto una «visita pastorale», come ha tenuto a precisare nella prima tappa, nella Cappella universitaria intitolata alla Divina Sapienza, rivolgendo un breve saluto a braccio. «Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio»: poche parole che hanno fatto, per così dire, da “antifona”. E il «desiderio di verità» riaffiora nel discorso tenuto in Aula Magna, gremita di studenti e docenti, e introdotto dal saluto della Magnifica Rettrice Antonella Polimeni.

«Con cuore di pastore» il Papa ha esordito rivolgendosi anzitutto agli studenti, guidandoli ad interrogare i «sentimenti contrastanti» che li animano o li inquietano mentre percorrono i viali della città universitaria. «Vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare». Determinanti negli anni universitari le amicizie e «l’incontro con diversi maestri del pensiero», oltre al «desiderio di verità» che si fa ricerca. Naturale, e non solo per l’appartenenza religiosa del Papa, il richiamo ad Agostino «che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza».

Leone XIV non ignora le prove accanto alle promesse  e alle speranze: «non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai». È il «volto triste» dell’inquietudine, che «dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni» e che il Papa attribuisce alla «menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia». Eppure anche «questo malessere spirituale di molti giovani» è rivelatore, nella misura in cui «ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!».

È un malessere che porta ciascuno a interrogarsi su di sé: «“Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio», alla quale «possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli», poiché «noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura»: un intreccio di relazioni che si plasma in modo speciale negli anni dell’università.

«A chi è più adulto» questo malessere rivolge un’altra domanda: «Che mondo stiamo lasciando?». Alla radice di «un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra» Leone XIV (che ripete il grido dei predecessori «Mai più la guerra!» e denuncia un «riarmo» che viene chiamato «difesa») individua «un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale». Ancora una volta il Papa non si limita a un elenco di “criticità” (menziona inoltre inoltre un «secondo fronte di impegno comune» nell’ecologia, richiamando la Laudato si’ di Francesco) ma individua i nodi e con essi le vie per trasformare «l’inquietudine in profezia».

È la fede a illuminare gli scenari che appaiono più oscuri, perché «specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare». L’esatto contrario di «un paradigma possessivo e consumistico» la cui implosione «libera il campo al nuovo che già germoglia». Il Papa esorta i giovani «ad aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso» e «passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza».

Sapienza, cui è intitolata l’università stessa, che – ricorda – «porta un nome divino», e ha a che fare col sapere e quindi con la verità e la carità. «Insegnare è una forma di carità», afferma, rivolto ai docenti, ed «è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità». In tal senso è molto più che «formare un ricercatore o professionista» perché «il sapere non serve solo raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è».

Non meno significative, anche alla luce del vulnus del 2008, le parole conclusive in cui Leone XIV auspica che la sua visita sia «segno di una nuova alleanza educativa tra la Chiesa che è in Roma e la vostra prestigiosa Università, che proprio in seno alla Chiesa è nata e cresciuta». Come a ricordare che, a fondare la Sapienza fu un Papa, con buona pace dei contestatori laicisti di Ratzinger. Resta però la domanda: «perché Leone sì e Benedetto no?». L’ha posta UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali) ad alcuni dei firmatari di allora (il promotore Marcello Cini nel frattempo è deceduto e non è il solo), molti dei quali hanno espresso gioia per la visita di Prevost ma pochi sono entrati nel merito, su cosa sia cambiato tra lui e Ratzinger. Tra questi il fisico Fernando Ferroni confessa «grande simpatia» per Prevost: «è anche laureato in matematica!», mentre la simpatia della fisica Valeria Ferrari è motivata dal «modo in cui tiene il timone dritto a fronte delle provocazioni del bullo americano». Per il mondo laicista e anche per una parte del mondo cattolico sembra questa in effetti la differenza tra il Papa dell'altroieri e quello di oggi, che gode di improvvisa popolarità e solidarietà “interessata” ma solo per schierarlo nell'agone politico sul fronte anti-Trump.



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