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BRUXELLES

La rivolta degli agricoltori arriva nella capitale dell'Ue

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Stavolta gli agricoltori hanno portato la loro protesta fin nel cuore dell'Ue, a Bruxelles. Le politiche ecologiste hanno fatto scoppiare la loro collera. Qualcuno li ascolta?

Politica 02_02_2024
La protesta degli agricoltori a Bruxelles (La Presse)

Chiamatelo come volete ma l’invasione di ben più di mille trattori e migliaia di agricoltori da tutti i paesi europei vista ieri a Bruxelles e la protesta incendiaria, non solo in senso figurato, che hanno inscenato a pochi passi dalle stanze del potere istituzionale dell’Unione Europea, segna un punto di non ritorno.

Ebbene da ieri, dopo un intero anno che dall’Olanda alla Germania, dalla Francia all’Italia, dalla Polonia alla Romania, dalla Penisola iberica al Belgio le proteste sono divenute via via più rumorose, fondate  e insistenti, i responsabili dei governi e delle istituzioni europee non possono più fingere di non sapere del malessere crescente e dilagante. Paradossalmente le migliaia di agricoltori europei si sono ritrovati a Bruxelles a pochi mesi dall’uscita di scena di Franz Timmermans, il Vicepresidente della Commissione, a cui era stata attribuita non solo la delega al Green Deal ma, di fatto, tutti i pieni poteri per devastare la competitività europea, attraverso misure ideologiche che hanno indebolito e impoverito l’intero tessuto sociale ed economico del continente.

Gli agricoltori, arrivati da tutta Europa per protestare contro la Politica agricola comune (Pac) e il Green Deal, hanno preso di mira Place de Luxembourg, davanti alla sede del Parlamento europeo, dove hanno appiccato alcuni roghi con legna e pneumatici e hanno abbattuto una statua. Tra le richieste di chi sta scendendo in strada ci sono le linee d'indirizzo comunitarie di cui l'Ue ha fatto la propria bandiera negli ultimi anni: il già citato Green Deal, l'importazione di prodotti agricoli provenienti da Paesi dove non sono in vigore regolamenti produttivi e sanitari affini a quelli europei, i vincoli e gli incentivi per non coltivare terreni, la tassazione, la mancata riqualificazione della figura dell'agricoltore ed i mancati sconti sui carburanti, il blocco della liberalizzazione dei prodotti agricoli con molti paesi extraeuropei, inclusi quelli del sud-America.

Insieme a queste obiettive ingiustizie, Timmermans e i suoi sostenitori in Parlamento, troppo spesso con il colpevole placet del PPE, hanno inoltre approvato e chiesto il rispetto di normative assurde, quali quella del «ripristino della natura» la riduzione di «emissioni inquinanti» di suini e il pollame, minacciando anche di vietare la caccia di «lupi e animali predatori» di greggi ed armenti, nella convinzione di riportare il continente europeo all’onirica e pericolosissima landa selvaggia preistorica. Ovviamente ad Ursula Von der Leyen devono essere fischiate le orecchie per tutta la notte di mercoledì e per la giornata di ieri e non solo per le urla ed i cori scanditi dagli agricoltori («Ursula, we are here!», ovvero «Ursula siamo qui!») ma anche per le pressioni da parte dei governi affinché la Commissione affronti con decisione e determinazione un rilancio significativo delle politiche agricole e una corrispondente rimodulazione efficace delle folli pretese ambientaliste imposte a tutti i paesi dell’Unione Europea.

Sebbene la protesta di ieri sia stata una dimostrazione di unità, le sfide per gli agricoltori variano enormemente, non solo tra Paesi e regioni, ma anche per l'attività stessa. Ciò che funziona per un produttore di latte fiammingo significa poco per un coltivatore di pomodori siciliano. Così come la distanza tra il campo e il piatto può essere grande, lo è anche il divario tra la legislazione europea e i suoi effetti territoriali e settoriali ma, nel rispetto delle differenze, ciò che pare unire i contadini e gli imprenditori agricoli di tutta Europa non è certo la comune radice di destra o di estrema destra, etichetta impropriamente affibbiata per banalizzarle la protesta.

Ciò che unisce tutti gli agricoltori è invece la comune ribellione verso l’ideologia ambientalista, imposta dalle maggioranze rosse e verdi del Parlamento e della Commissione europea, come anche l’eccessiva liberalizzazione del mercato ed apertura ai paesi extra europei, oltre ai mancati controlli e alle allegre speculazioni sui prezzi dei prodotti agricoli fatti dalle multinazionali e dalle catene della grande distribuzione. La risposta a tali preoccupazioni che proviene dalla Commissione è stata sinora ridicola e offensiva.

La scorsa settimana, giovedì 25 gennaio la Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen aveva incontrato le parti interessate della filiera alimentare e le Ong del settore, per lanciare un percorso di «dialogo strategico» tra i gruppi agricoli e i funzionari e Commissari europei che dovrebbe proseguire sino al prossimo giugno. I temi all’ordine del giorno sono tanti, si va dal reddito degli agricoltori e la qualità della vita nelle aree rurali all'agricoltura sostenibile, dall'innovazione e alla competitività del sistema alimentare dell'Ue.

Un tavolo di dibattito comune della durata di sei mesi è una urtante presa in giro verso le urgenti richieste di agricoltori e contadini che devono già rispettare le penalizzanti norme imposte dalla politica agricola comune (PAC 2023-2027) tra cui obiettivi ambientali più ambiziosi in linea con il Green Deal. I potenti del continente, concentrati ieri sugli aiuti all’Ucraina, nemmeno avranno visto il cartello con la scritta “Diciamo no al dispotismo”, issato a pochi metri dal luogo della riunione del Consiglio europeo, eppure quello slogan è il giudizio greve degli europei sull’Europa e sulle sue folli istituzioni.