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L'AVVENTURA DEL VIAGGIO - IL PURGATORIO/20

La processione finale e la profezia di Beatrice

Siamo ormai giunti agli atti finali del Purgatorio. Nella foresta si sta dispiegando una processione mistica dal valore profondamente simbolico. Sette candelabri sono seguiti da altrettanto liste luminose, poi da ventiquattro seniori e da quattro animali. Sopraggiunge poi un carro, trainato da un grifone...

Cultura 26_10_2014
Dante nel fiume Eunoè

Abbiamo visto che il tono di Beatrice, che da dieci anni non ha visto Dante, appare duro nelle parole e nelle battute rivolte al poeta. Gli angeli sono così colpiti dall’atteggiamento di lei che le chiedono perché lo avvilisca in tal modo: «Donna, perché sì lo stempre?». Allora Beatrice sintetizza tutta la storia della Vita nova. Per breve tempo lei lo ha sostenuto con la sua compagnia, fintantoché fu in vita fino al 1290. Quando salì in Cielo e la sua bellezza aumentò di fronte alla gloria di Dio, invece di essere conquistato maggiormente, Dante si allontanò e si dimenticò di lei. Non servì a nulla il fatto che Beatrice cercasse più volte di andargli in soccorso e di impetrare grazie per lui. 

Dante cadde così in basso che per salvarlo la Vergine Maria ricorse alla strategia di cui siamo venuti a conoscenza nel secondo canto dell’Inferno, cioè la Madonna ricorse a santa Lucia (a cui il poeta era particolarmente devoto) che, a sua volta, chiese l’intervento di Beatrice stessa. Ora è necessario che quest’ultima che accompagnerà Dante nei Cieli, prima che lui dimentichi il male compiuto bevendo dell’acqua del Lete, sia profondamente contrito per il peccato. Soltanto a quel punto, Dante viene immerso nelle acque del fiume. Ora, finalmente ricondotto dinanzi a Beatrice, ammirando tutta la sua bellezza, il poeta rimane in estasi.

Siamo ormai giunti agli atti finali del Purgatorio. Nella foresta si sta dispiegando una processione mistica dal valore profondamente simbolico. Sette candelabri sono seguiti da altrettanto liste luminose, poi da ventiquattro seniori e da quattro animali. Sopraggiunge poi un carro, trainato da un grifone: tre donne sono alla destra, quattro alla sinistra. Chiudono la processione sette personaggi, divisi in un primo gruppo di due persone, un secondo di quattro e, infine, un vegliardo. È inutile perdersi nella complessa analisi dei simboli attraverso le diverse interpretazioni. Ci limiteremo qui a riportare la vulgata più diffusa. 

I sette candelabri sono le sette chiese dell’Apocalisse (o il settemplice spirito di Dio) da cui scaturiscono i sette doni dello Spirito Santo. I ventiquattro seniori dovrebbero essere i libri dell’Antico Testamento, mentre i quattro animali rappresentano gli evangelisti. Il carro è la Chiesa che viene trainata da Cristo (grifone) che ha la doppia natura di uomo e di Dio. I sette personaggi che chiudono il corteo sono gli Atti degli Apostoli, le epistole di san Paolo, le lettere di Pietro, di Giacomo, di Giovanni e di Giuda e l’Apocalisse. 

Ora la processione si arresta quando giunge nelle vicinanze di un albero. Alcuni eventi attraggono l’attenzione del poeta. Dapprima un’aquila che proviene dal cielo colpisce la corteccia dell’albero e il carro con forza. Entrano nel carro prima una volpe affamata, messa in fuga da Beatrice, e poi l’aquila che vi lascia dentro le penne. Un drago che sale dalla terra squarcia il fondo del veicolo che si deforma: crescono sette teste cornute, una a ogni angolo e tre sul timone. Infine, appaiono una meretrice che amoreggia con un gigante. L’interpretazione più plausibile è quella che legge nelle vicende del carro le vicissitudini della storia della Chiesa. L’aquila rappresenta l’Impero romano e le prime persecuzioni dei cristiani. La volpe rappresenta le eresie che sono cacciate dalla predicazione e dalla scienza divina. Le penne dell’aquila che cadono nel carro sono la donazione di Costantino. Il drago con le ali e la cresta può essere Maometto e la diffusione dell’Islam, oppure l’anti Cristo o ancora gli scismi che hanno dilaniato la Chiesa e che hanno sottratto tanti fedeli. La deformazione del carro documenta la corruzione della Chiesa. La meretrice potrebbe essere la Chiesa assoggettata al re di Francia durante la cattività avignonese.

Nel canto XXXIII del Purgatorio Beatrice profetizza che l’aquila non rimarrà per troppo tempo senza eredi. Arriverà un «cinquecento diece e cinque» mandato da Dio che ucciderà la donna con cui amoreggia il gigante. Le profezie dantesche non si sciolgono mai completamente, mantengono sempre un carattere criptico e enigmatico. 

Vediamo tre possibili interpretazioni. Nella prima «Cinquecento diece e cinque» viene scritto in numeri latini DXV, anagramma di DVX, ovvero guida o comandante. Pur non sapendo con certezza a chi Beatrice stia alludendo, crediamo che possa trattarsi di un personaggio politico o un imperatore (Arrigo VII?) cui possono essere ascritti una palingenesi, una rinascita universale, la fine del rapporto tra la chiesa corrotta e il potere temporale (autorità del re di Francia Filippo il Bello). Nella seconda congettura le lettere DXV sono le iniziali di Dominus Christus Victor (la X è l’iniziale del nome di Cristo nella lingua greca) ovvero «Cristo Signore Vincitore». Infine, «cinquecento» può essere letto anche come tre parole distinte «cinqu’ e cento» ovvero «centocinque»: quindi «cinquecento diece e cinque» rappresenterebbe la ripetizione del centocinque, che è anche l’ultimo verso della profezia del veltro nel canto I dell’Inferno (v. 105 «e sua nation sarà tra feltro e feltro»). 

Questa profezia che chiude il Purgatorio e che è stata esplicitata da Beatrice rimanderebbe, quindi, a quella del veltro che apriva l’Inferno manifestata a Dante dal maestro Virgilio. Le prime due cantiche si chiuderebbero così con un rimando circolare profetico in cui Beatrice sostituisce Virgilio nel compito di guida nel cammino dell’aldilà. Lasciamo, però, un alone di mistero attorno alla profezia di Beatrice e passiamo alla conclusione del viaggio nel secondo regno. Matelda accompagna Dante e Stazio all’immersione nelle acque dell’Eunoè che permettono di ricordare il bene compiuto. Dopo quest’ultimo rito il Fiorentino è «puro e disposto a salire alle stelle». Con lo stesso termine «stelle» si era conclusa la prima cantica («E quindi uscimmo a riveder le stelle») così come si concluderà il Paradiso con il mirabile verso «amor che move il sole e l’altre stelle». La parola «stella» è alla base del termine «desiderio» (che deriva «de sideribus» ovvero «proveniente dalle stelle») che sarà centrale nel Paradiso, luogo del compimento pieno di ogni desiderio umano.