• LO STUDIO

La “morte assistita”? Fa aumentare tutti i suicidi

La legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito è puntualmente seguita «da un aumento considerevole dei suicidi» di ogni tipo, anche assistiti. È la conclusione di uno studio del bioeticista e accademico David A. Jones che ha analizzato la situazione dell’Europa. Una conferma degli effetti nefasti di qualsiasi svolta legislativa mortifera.

Legalizzare la cosiddetta “morte assistita” aumenta i suicidi, ma attenzione: tutti i suicidi all’interno di un Paese. Inclusi quelli che, altrimenti, non si verificherebbero. È la preoccupante tesi messa nero su bianco dal bioeticista David Albert Jones, cattedratico alla St. Mary’s University, in un articolo pubblicato sulla rivista Journal of Ethics in Mental Health dal titolo «Euthanasia, Assisted Suicide, and Suicide Rates in Europe».

Premessa: la possibilità che legalizzare la morte assistita possa avere conseguenze sociali di questo tipo - generando, cioè, un complessivo e pericoloso clima mortifero - è un tema discusso da anni. Già un’analisi statunitense del 2015, pubblicata sul Southern Medical Journal, aveva evidenziato, anche tenendo sotto controllo alcuni fattori socioeconomici, come la legalizzazione della morte assistita fosse associata ad un aumento - di ben il 6,3% - del totale dei suicidi all’interno di una comunità. Quell’indagine, però, era stata contestata poco dopo da altri studiosi, in particolare Matthew Lowe e Jocelyn Downie, i quali avevano mosso sia rilievi metodologici (l’omissione di alcuni fattori dall’analisi di regressione) sia critiche più generali, per esempio rispetto al contesto europeo, che dimostrerebbe come la morte assistita non comporti affatto esiti disastrosi.

Non solo. Perfino a livello giurisprudenziale - si pensi in particolare alla decisione Carter vs Canada, con cui la Corte suprema canadese ha aperto alla morte assistita - negli anni si è fatto largo il principio, caro alla cultura radicale, secondo cui legalizzare il suicidio assistito porterebbe addirittura alla riduzione del fenomeno suicidario; questo perché il divieto della pratica, secondo tale visione, avrebbe l’effetto in qualche modo di costringere alcuni individui a togliersi la vita prematuramente, spinti dalla paura di non poterlo fare autonomamente quando afflitti da future e terribili sofferenze. Ma è proprio così?

Le oltre trenta pagine di studio del professor Jones dimostrano che no, le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, prendendo in esame il contesto europeo - separando gli Stati che hanno legalizzato la morte assistita dagli altri, e dividendo a loro volta i suicidi assistiti da quelli «autonomi» - il bioeticista ha scoperto che una svolta legislativa mortifera, da parte di uno Stato, è puntualmente seguita «da un aumento considerevole dei suicidi (compreso il suicidio assistito)». «Inoltre», conclude lo studioso, «i dati dall’Europa e dagli Stati Uniti indicano che sono le donne a essere maggiormente esposte al rischio di una morte prematura evitabile».

Le conseguenze sociali della legalizzazione del suicidio sono particolarmente evidenti nel confronto tra Paesi. Per esempio, se si prende l’arco temporale che va dal 2010 al 2017, si osserva che il tasso suicidario in Austria, che non ammette suicidio assistito, è diminuito mentre lo stesso valore, nella vicina Svizzera, è addirittura aumentato; forse perché quest’ultima è meta, come mostrano casi anche della cronaca italiana (si pensi a dj Fabo), di persone intenzionate a farla finita? Difficile non porsi il dilemma.

Beninteso, quello di Jones non è comunque un timore isolato. Al contrario, si tratta di una preoccupazione ormai radicata tra gli specialisti dell’argomento. Si può, a questo proposito, ricordare la presa di posizione espressa tempo addietro da Theo Boer, bioeticista, docente presso l’Università di Groningen e già membro della Commissione sull’eutanasia in Olanda, secondo cui, se nei Paesi Bassi i suicidi sono in drammatica crescita (Boer ha rilevato una impennata del 34% delle morti volontarie in 12 anni) è proprio in conseguenza del fenomeno eutanasico.

Il professore della St. Mary’s University, con il suo articolo, non ha insomma fatto alcuna rivoluzionaria scoperta. Ha però chiarito una volta per tutte quello che si temeva, e cioè che nessuna svolta legislativa verso la morte on demand è socialmente neutra; al contrario, promuove l’instaurarsi di una mentalità di morte e di rifiuto della vita destinata, a poco a poco, a dilagare. Alla faccia di quanti ancora assicurano - mentendo oppure non sapendo quello che dicono - che la questione del fine vita sarebbe tutta questione di «libertà individuale».

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