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medio oriente

La guerra di Israele a Hezbollah fa scempio del Libano

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Sono migliaia di civili, bambini compresi, a cadere sotto il fuoco israeliano nel sud del Libano in reazione agli effimeri successi della milizia sciita. A livello internazionale regna il silenzio sullo scempio del Paese dei Cedri.

Esteri 02_06_2026
Foto: Elisa Gestri

Mentre languiscono le trattative di pace tra Iran e Stati Uniti – Teheran insiste per includere tra le clausole dell'accordo la cessazione delle ostilità in Libano, ma la controparte non sembra ricettiva da questo punto di vista – l'esercito israeliano ha repentinamente intensificato le “operazioni terrestri” nel Paese dei Cedri. Ciò significa essenzialmente due cose: la prima, che l'esercito israeliano (Israel Defense Forces, IDF) ha sfondato la “Zona di difesa avanzata” stabilita unilateralmente nel sud del Libano dallo Stato Ebraico nell'aprile scorso ed ha occupato militarmente l'area a nord del fiume Zaharani (40 chilometri dal confine con Israele, 65 da Beirut); la seconda, che l'aviazione israeliana sta bombardando a tappeto due terzi del Libano (sud, centro e ovest), mietendo ogni giorno dozzine di vittime civili e spingendo forzatamente la popolazione dei governatorati di Tiro, Nabatyie ed ora Saida a nord dello Zaharani. Inoltre, il premier israeliano Netanyahu e il Ministro della Difesa Katz hanno preannunciato imminenti attacchi su Beirut «con il consenso dell'amministrazione USA», dichiarando che la Capitale non avrà pace «finché non regnerà la calma nel nord di Israele».

In seguito all'annuncio e ai relativi ordini di evacuazione di IDF, centinaia di migliaia di persone stanno lasciando la città a partire dalla Dahyie, la periferia sud sede del “Quartier generale di Hezbollah”; andranno ad unirsi al milione e trecentomila sfollati interni provocati dall'avanzata di IDF nel Paese. Tali manovre sono giustificate dallo Stato Ebraico con la necessità di «eliminare la presenza di Hezbollah dal territorio libanese» e «proteggere dalle incursioni di Hezbollah il nord di Israele» ma ad essere uccisi, dati alla mano, sono migliaia di civili di ogni età, sesso, affiliazione politica e appartenenza religiosa: per la precisione 3433 dal 2 marzo scorso, di cui 62 solo nelle ventiquattr'ore precedenti alla rilevazione, secondo gli ultimi dati ufficiali del Ministero libanese della Salute Pubblica, e 10395 i feriti.

Secondo Reliefweb tra il 2 marzo e il 25 maggio erano stati uccisi dal fuoco israeliano almeno 217 bambini, ma il numero è cresciuto drammaticamente in quest'ultima settimana di violenta offensiva israeliana. Dal canto suo, la milizia sciita è impegnata a sua volta in una lotta senza quartiere con le truppe israeliane in territorio libanese e ha intensificato i lanci di razzi e le incursioni di droni sulla Galilea, provocando evacuazioni di interi insediamenti e chiusure di scuole ed edifici pubblici. Secondo fonti di IDF, dal 2 marzo scorso gli attacchi di Hezbollah hanno provocato la morte di 26 soldati e di quattro civili, di cui uno colpito per errore dal fuoco amico, e lo sfolllamento di migliaia di persone nel nord di Israele. «Distruggeremo cento palazzi di Beirut per ogni soldato di IDF ferito da un drone di Hezbollah», ha dichiarato recentemente il Ministro israeliano delle Finanze Smotrich, in relazione alla "guerra dei droni" che ha portato effimeri successi alla milizia sciita e provocato le estese ritorsioni israeliane sui civili cui assistiamo in questi giorni.

Davanti allo scempio di un intero Paese la comunità internazionale, compresa l'amministrazione Trump, ha mantenuto finora quello che sembra un “prudente riserbo”; le cancellerie dell'est come dell'ovest non hanno protestato contro quella che è una vera e propria ecatombe di civili durante una tregua – ricordiamo che dal 17 aprile scorso è in vigore un cessate il fuoco tra Libano e Israele, paradosso insopportabile anche solo da scrivere. I media mainstream quando (e se) hanno parlato del Libano non hanno esitato ad utilizzare le veline di IDF come unica fonte, sposando acriticamente il punto di vista del più forte.

Intanto l'IDF ha conquistato il castello di Beaufort, fortezza crociata del dodicesimo secolo che sovrasta Nabatiye. Bombardato mercoledì scorso, quel che resta del sito – in arabo Qalat al Shaqif – è stato espugnato domenica dalla Brigata Golani, che ha piantato sopra le rovine la propria bandiera e quella di Israele. Gli “eroici” militari della Golani non hanno trovato nessun nemico asserragliato all'interno a difendere il Castello, ma l'operazione secondo Netanyahu «costituisce uno scatto decisivo della politica» israeliana; la bandiera con la stella di Davide che domina da un'altura il territorio sottostante ha un significato, simbolico e materiale, molto chiaro.

Dopo che Israele ha diffuso in termini trionfalistici la notizia della presa del Castello, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno iniziato timidamente a criticare l'avanzata dello Stato Ebraico in Libano; in particolare Emmanuel Macron, che nel Paese dei Cedri conserva numerosi interessi, ha scritto su X quanto sia «urgente che le armi tacciano una buona volta» e che «niente giustifica la massiccia escalation in corso in Libano».

Mentre scriviamo, Donald Trump ha annunciato che, grazie a una sua telefonata «molto produttiva» con Netanyahu, «le truppe israeliane non marceranno su Beirut», e che quelle già in viaggio «stanno tornando indietro». Trump ha aggiunto di aver intrattenuto, attraverso «alti rappresentanti», una «buona conversazione telefonica con Hezbollah» che avrebbe «acconsentito a smettere di sparare».
La telefonata ha avuto luogo dopo che le Guardie della Rivoluzione iraniana hanno minacciato di aprire «nuovi fronti» e tenere chiuso lo stretto di Hormuz a causa dell'escalation israeliana in Libano.

Potrà la Capitale libanese, vera ossessione dello Stato Ebraico, tirare un sospiro di sollievo? È decisamente presto per dirlo. Nei giorni 2 e 3 giugno è previsto a Washington il terzo round dei “negoziati diretti” tra Libano e Israele. Finora il Paese dei Cedri – che non ha, lo ricordiamo, nessun potere negoziale – sembra poter contare solo sull'Iran per non essere totalmente distrutto; pare il minimo dovuto a un Paese che alla Repubblica Islamica è stato costretto a sacrificare, volente o nolente, migliaia di suoi figli.