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La giustizia ha i suoi tempi ma dopo decenni diventa ingiusta

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Ci sono vicende giudiziarie infinite che si riaprono come ferite che lo Stato non riesce a chiudere. Mentre i testimoni muoiono e le prove si deteriorano, la verità resta in sospeso a scapito di vittime, imputati e familiari. E persino della magistratura.

Editoriali 30_09_2026
©Manuele Mangiarotti/LaPresse 03-10-2007

La giustizia ha bisogno di tempo. Ma anche il tempo ha bisogno di giustizia. E quando gli anni diventano decenni, quando una prova riemerge dopo vent'anni o un'indagine riparte dopo quasi mezzo secolo, non basta più ripetere che “la giustizia ha i suoi tempi”. Bisogna avere il coraggio di chiedersi se quei tempi non siano diventati, essi stessi, una negazione del diritto alla giustizia.
Ci sono vicende giudiziarie che sembrano non finire mai. Cambiano i magistrati, gli investigatori, i governi, le tecnologie. Cambiano perfino le generazioni. Ma loro restano lì, sospese, come ferite che lo Stato non riesce a chiudere.

A Garlasco, a quasi vent'anni dalla morte di Chiara Poggi, una vicenda sulla quale esiste una sentenza definitiva torna sotto i riflettori per alcuni accertamenti dei Ris del 2007 che, secondo quanto emerso dalla nuova attività della Procura, non erano stati inseriti nel fascicolo dell'epoca. Non significa che si possa già parlare di prove deliberatamente occultate, né che quegli elementi siano destinati a cambiare la verità giudiziaria. Ma una domanda resta: come è possibile che oggi si torni a cercare elementi che avrebbero dovuto essere conosciuti, valutati e conservati quasi vent'anni fa?

Poi c'è David Rossi. È morto nel 2013. Per anni la sua morte è stata considerata un suicidio. Nei giorni scorsi però la Commissione parlamentare d'inchiesta ha sostenuto, sulla base degli accertamenti compiuti, una ricostruzione incompatibile con quella del suicidio e ha indicato la presenza di terze persone. Non è una sentenza penale, ma dopo tredici anni resta il fatto che una vicenda considerata a lungo chiusa è oggi nuovamente al centro di interrogativi radicali.

A Ustica gli anni sono quarantasei. Quarantasei anni dalla strage del DC-9 Itavia e dalla morte di 81 persone. E proprio ora, dopo quasi mezzo secolo, la Francia apre alla collaborazione e mette a disposizione nuovi documenti che potranno essere valutati dalla Procura di Roma.
Quarantasei anni sono più di una vita professionale. Sono il tempo nel quale un bambino diventa anziano. Nel frattempo i testimoni muoiono, le memorie si consumano, gli archivi si disperdono. Eppure la verità può ancora essere lì, ad aspettare.

Per Denis Bergamini sono passati quasi 37 anni. Il calciatore morì nel 1989 e per decenni la sua morte fu considerata un suicidio. Oggi la vicenda è approdata a una ricostruzione giudiziaria diversa e compare anche un nuovo indagato per concorso nell'omicidio.

E poi Giulio Regeni. Dieci anni dopo la sua morte è arrivata una sentenza italiana che ha condannato tre funzionari egiziani per il sequestro di persona, ma non per l'omicidio. Dieci anni per arrivare a una risposta giudiziaria che non ha ancora identificato i responsabili della sua uccisione.

Quattro vicende diverse, quattro storie che non possono essere sovrapposte. Ma una domanda comune la pongono: quanto può durare una giustizia prima che il tempo stesso finisca per diventare un'ingiustizia?
Naturalmente i processi non possono essere costruiti sulla fretta. La giustizia deve verificare, approfondire, ascoltare, garantire il diritto di difesa. Ma il tempo non è neutrale. Una prova si deteriora, un testimone muore, una memoria si indebolisce, un documento può scomparire. E una famiglia costretta ad aspettare venti, trenta o quarant'anni non subisce semplicemente un ritardo: vive una parte della propria esistenza nell'incertezza.

La lentezza, inoltre, non danneggia soltanto le vittime. Danneggia anche gli imputati, che possono trascorrere anni sotto il peso di un'accusa senza una decisione definitiva. E danneggia la magistratura, perché la credibilità della giustizia non dipende soltanto dalla correttezza delle sentenze, ma anche dalla capacità di arrivare a quelle sentenze in tempi ragionevoli.
Il problema, dunque, non è chiedere una giustizia sommaria. È pretendere una giustizia tempestiva senza che smetta di essere rigorosa.

Perché dietro ogni fascicolo c'è una persona. C'è una famiglia che aspetta. C'è una vittima che chiede verità. C'è un cittadino che vuole sapere se lo Stato è stato capace di fare il proprio dovere.
Garlasco, David Rossi, Ustica, Bergamini, Regeni: non sono la stessa storia e non hanno la stessa verità giudiziaria. Ma tutti ci ricordano che il tempo può essere alleato della giustizia soltanto fino a un certo punto.

Quando la giustizia arriva troppo tardi rischia di trovare una verità già consumata dagli anni. E una giustizia che arriva quando nessuno ricorda più, quando le prove si sono perdute e quando una generazione ha smesso di aspettare, può essere formalmente giustizia. Ma difficilmente potrà restituire tutto ciò che il tempo ha portato via.



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