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il manifesto

La "destra" che sogna Zaia c'è già ed è radicale e liberal

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Nel suo "manifesto" politico, Luca Zaia delinea un tipo di destra che non è più destra, ma fa sue tutte le istanze progressiste e radicali. E che già la destra al governo ha assimilato. 

Editoriali 08_01_2026

Zaia e la cultura di destra che non c’è. Il 5 gennaio scorso l’ex governatore della Regione Veneto Luca Zaia ha affidato alle pagine de il Foglio la descrizione di un suo personalissimo manifesto politico affinché la destra possa darsi una svolta. A sinistra.

Il manifesto, anzi: il Manifesto si articola in diversi punti programmatici: autonomia, politica estera, sicurezza e ordine pubblico, giovani e infine destra e libertà. Eccetto quest’ultimo punto, gli altri temi rimandano in qualche modo, seppur in modo opaco, ad un approccio destrorso. Quando invece Zaia affronta il tema “Destra e libertà” l’humus culturale progressista è più accentuato.

Scrive l’ex governatore: «La destra vincente è quella liberale. Quella liberticida perde. Lo dico con chiarezza: i temi etici, civili, del fine vita, delle unioni civili non possono essere tabù ideologici. La destra, il centrodestra, di oggi non è quella di cinquant’anni fa, e non sarà quella di domani. Le questioni legate ai diritti civili e al fine vita non possono essere liquidate con un sì o con un no pregiudiziale. […] Una destra matura non impone visioni, ma costruisce regole chiare, rispettose, capaci di tenere insieme libertà personali, responsabilità collettiva e ruolo dello stato».

In sintesi il pensiero di Zaia sul ruolo dello Stato in relazione al bene comune è il seguente: elevare a diritto qualsiasi desiderio personale fintantoché tale diritto non entri in collisione con la sfera della libertà personale altrui. Un liberalismo alla Stuart Mill, ma un liberalismo sposato appieno anche dalla cultura di matrice levantina e dalla politica progressista. Diametralmente opposta la visione della Dottrina sociale della Chiesa che impone al governante di riconoscere i principi della legge naturale e di tutelarli nella misura in cui arrechino beneficio al bene comune. Esiste dunque un bene oggettivo della persona nella sua dimensione sociale che deve essere riconosciuto. Di contro non tutte le esigenze soggettive sono da riconoscere. Zaia invece predilige uno Stato che attribuisce qualsiasi tipo di diritto rispetto ad uno Stato che riconosce il diritto solo quando consono alla lex naturalis.

Ma l’articolo di Zaia su il Foglio merita interesse soprattutto per un altro aspetto. Zaia non si è accorto che la destra che vorrebbe, esiste già. L’anticultura progressista, relativista, soggettivista, nichilista, modernista e aggiungete tutti gli “ista” che volete è già pervasivamente presente nel tessuto culturale italiano in ogni sua piega, anche nelle pieghe dei partiti di centrodestra. La famigerata operazione gramsciana di occupazione dei gangli culturali italiani è riuscita pienamente. Come è stranoto la cultura di sinistra ha preso il monopolio di giornali, case editrici, teatri, scuole, università, cinema, televisioni, social, enti musicali, artistici, coreutici e così ha deformato le coscienze di intere generazioni di italiani. Una cultura dove assenti ingiustificati sono la patria, l’identità, la famiglia, la natura, la tradizione, l'ordine naturale, gli assoluti morali, la metafisica e la trascendenza.

Questo spiccato orientamento sinistrorso rivoluzionario si rileva in modo importante nelle tematiche sensibili, ossia nei diritti civili, per usare l’espressione di Zaia la quale – forse l’ex governatore si è scordato – è di matrice radicale. La gente, il popolino, anche quello che vota a destra, è favorevole e spesso pratica l’aborto, l’eutanasia, la contraccezione, il divorzio, l’omosessualità, la fecondazione artificiale.

Esemplifichiamo. La rivoluzionaria marxista Alexandra Kollontaj nel suo La morale sessuale della classe operaia (1918) scriveva: «L'attuale forma della vita matrimoniale è solo una categoria storica transitoria». Giorgia Meloni fino a qualche tempo fa conviveva, non era sposata, e da tale convivenza ne nacque anche una figlia. Friedrich Engels, uno dei padri ignobili del comunismo, ebbe a scrivere nel suo L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato (1884): «La durata dell'impeto d'amore sessuale individuale è molto diversa, a seconda degli individui, specialmente negli uomini, e una positiva cessazione di una inclinazione o la sostituzione di essa con una nuova passione amorosa, fa del divorzio un beneficio sia per le due parti che per la società». Matteo Salvini è persona divorziata. Due casi tra molti nelle fila degli esponenti di centrodestra. Non vogliamo qui esprimere un giudizio morale sulle condotte private – non spetta chiaramente a noi – ma evidenziare solo un dato di fatto da cui discende una doppia considerazione. Il fatto è questo: la cultura marxista è diventata condotta diffusa anche dei leader della destra. Le categorie morali della sinistra sono anche quelle della destra, seppur con caratteristiche meno accentuate. Tuttalpiù se si prende da parte un politico di destra e si parla in privato lontani da orecchi indiscreti su questioni morali forse riuscirete a cogliere la vaga presenza di alcuni fumosi principi non completamente appiattiti sulla vulgata corrente.

La doppia considerazione che discende dal fatto è invece la seguente: in primo luogo non ha più senso parlare di cultura di sinistra e destra perché quest’ultima è pressoché scomparsa a favore della prima, fagocitata perché più debole non concettualmente, ma nelle coscienze delle singole persone. In secondo luogo è molto difficile credere che chi sposa alcuni principi in privato poi dia l’anima affinchè nel pubblico vengano sconfessati. Ad esempio, quale politico che ha fatto ricorso alla provetta poi vorrebbe modificare in senso meno permissivo la legge 40?

La destra quindi non c’è più o, se vogliamo essere benevoli, potremmo dire che sinistra e destra si assomigliano sempre più. Gemelli eterozigoti. L’unica differenza sta in questo: la sinistra vuole sempre più distruggere l’ordine naturale; la destra non vuole ricostruire e conserva le macerie causate dai precedenti governi progressisti: ad esempio nel gennaio di tre anni fa il Governo di centrodestra si impegnò a non toccare la 194. Più volte il premier Meloni dichiarò che la 194 non verrà modificata (clicca qui e qui a p. 570). E ricordiamoci che anche questa impostazione è marxista: nel 1920 l’Unione Sovietica, primo Paese al mondo a farlo, legalizzò l’aborto con un apposito decreto. In modo analogo il Governo non pensa minimamente di metter mano ad esempio alle leggi sul divorzio, sulla fecondazione artificiale e sulle unioni civili. Nei peggiori dei casi, poi, questo esecutivo procede nella stessa direzione distruttiva della sinistra, ma più lentamente: vedi il disegno di legge sul suicidio assistito. Raramente fa un passettino indietro rispetto alla direzione rivoluzionaria. Pensiamo alla legge che qualifica la pratica dell’utero in affitto come reato universale.

È quindi errato pensare ad una cultura di sinistra e di destra, perché esiste, anche tra gli esponenti del centrodestra, pressoché solo una cultura di sinistra, ossia liberista, come auspicato da Zaia, il quale è la prova vivente che un leader di destra utilizza, in relazione ai principi non negoziabili, le medesime categorie sinistre della Schlein.