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ORA DI DOTTRINA / 82 – Il supplemento

La crisi dei lapsi

Nel III secolo si pose il problema di cosa fare con coloro che, dopo aver apostatato in tempo di persecuzioni, desideravano riconciliarsi con la Chiesa. La Santa Sede tenne una posizione, legittima, ma fu contrastata a “destra” e “sinistra”.

Catechismo 17_09_2023
Martirio di Sisto II e compagni _258_ sotto Valeriano

Non c’è stato bisogno di attendere molto tempo perché si verificassero i primi strappi interni e i primi scismi nella storia della Chiesa. Quella che nell’immaginario collettivo costituirebbe l’epoca aurea, è in realtà già un’epoca di tensioni, errori e divisioni. Come ci viene rivelato nel libro dell’Apocalisse, il demonio, non riuscendo ad avere presa né sul bambino né sulla donna, «si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù» (Ap 12, 17). Non c’è né vi sarà mai un momento nella storia della Chiesa in cui il demonio ci darà tregua, fino a quando Cristo stesso tornerà per chiuderlo definitivamente nell’Inferno.

La disciplina penitenziale dei primi secoli era molto restrittiva ed esigente. I peccatori dovevano compiere degli atti di penitenza pubblica, preceduta da una dichiarazione al vescovo nella quale si riconoscevano i propri peccati. Era la pratica della cosiddetta ἐξομολόγησις (exomológesis). Ma non tutti i peccati potevano essere così assolti: per i più gravi, come l’apostasia, l’omicidio e alcuni peccati sessuali, i peccatori non erano ammessi alla disciplina penitenziale della Chiesa, ma potevano solamente domandare al Signore di rimettere le loro colpe. La confessione auricolare, a cui siamo abituati, era di là da venire e la prassi penitenziale della Chiesa doveva ancora maturare.

San Callisto, papa dal 217 al 222, nel pieno della confusione delle dispute sulla Santissima Trinità nella lotta contro il Modalismo, decise, in virtù del potere di legare e di sciogliere conferito a Pietro e ai suoi successori, di ammettere alla exomológesis anche gli adulteri, i fornicatori e gli omicidi. E così si ritrovò contro uno dei più eminenti membri del clero romano: Ippolito (†235/6). Callisto non si avvalse del potere delle chiavi per sovvertire la legge divina: non si trattava di assolvere persone non pentite o che non avevano alcuna intenzione di porre fine al proprio comportamento immorale. Egli diede invece un’applicazione nuova e legittima al potere di assolvere conferito ai successori degli Apostoli.

Ippolito era un presbitero colto e brillante, che aveva particolarmente a cuore la custodia delle tradizioni apostoliche. La decisione di Callisto appariva ai suoi occhi come una rottura con queste tradizioni. In effetti, fino ad allora, gli adulteri e i fornicatori non erano ammessi alla exomológesis; strettamente parlando, si poteva ritenere una novità, ma era una novità che costituiva uno sviluppo e non una negazione dell’insegnamento evangelico. Ma tanto bastò perché Ippolito si scagliasse in modo veemente contro di lui, ritenendolo lassista in morale ed eretico nella dottrina (veniva accusato di essere un seguace di Sabellio), arrivando persino a farsi eleggere anti-papa. Lo scisma durò quasi vent’anni, quando il Signore permise all’imperatore Massimino il Trace (172-238) di perseguitare i cristiani. Sia Ippolito che papa Ponziano (†235) furono arrestati e uccisi. Ippolito si era riconciliato con il papa legittimo dopo essere stato inviato con lui in Sardegna, ai lavori forzati nelle miniere. Entrambi morirono martiri. La Chiesa venera Callisto, Ponziano e Ippolito come santi.

Rimaneva però il problema degli apostati: potevano costoro essere riconciliati con la Chiesa, data l’estrema gravità del loro peccato? La questione si pose in modo acuto dopo la persecuzione dell’imperatore Decio, che governò solo dal 249 al 251. Decio aveva deciso di intraprendere una politica di restaurazione religiosa nell’Impero, che lo portò ad emanare un editto con il quale richiedeva a tutti i cittadini dell’Impero non solo di «fare libazioni, sacrificare ed assaggiare le vittime sacrificate davanti alla commissione, ma dichiarare di avere sempre sacrificato e venerato piamente gli dei» (M. Sordi, I cristiani e l’Impero romano, Jaca Book, 1998, p. 111). Solo in questo modo si poteva ottenere un libello, che costituiva una sorta di salvacondotto per evitare confische di beni, arresti, torture, fino alla condanna a morte. Fu soprattutto nelle provincie dell’Impero che i cristiani vennero perseguitati, a motivo di una singolare collaborazione della popolazione con le autorità per la caccia ai cristiani, mentre a Roma la situazione appariva più tranquilla.

Molti furono i martiri, ma molti furono coloro che preferirono offrire un sacrificio, anche tra il clero, con le proprie mani (sacrificati) o chiedendo ad altri di offrirlo in proprio nome (libellatici), quasi a voler attenuare la propria responsabilità. Vi erano poi i turificati, che avevano accettato di bruciare incenso in onore degli dei pagani, e i traditores, che avevano consegnato i libri sacri alle autorità imperiali. Noi pensiamo giustamente al terzo secolo e all’inizio del quarto come all’epoca dei martiri, ma bisogna anche ricordare che fu parimenti l’epoca degli apostati.

Cessata la persecuzione, con la morte di Decio, come comportarsi con coloro che in sostanza avevano apostatato? La maggiore incidenza persecutoria in Africa spiega come mai la prima posizione al riguardo venne presa dai vescovi africani riuniti a Cartagine, radunati da san Cipriano (210 ca - 258). Si decise in sostanza di agire diversamente a seconda delle situazioni, riammettendo senz’altro coloro che, pentiti, avevano ceduto sotto minaccia di morte, e prevedendo comunque per tutti una vita di penitenza, che poteva durare anche per tutto il resto della loro vita.

Il pontefice san Fabiano (†250) accolse la posizione del Concilio cartaginese, incontrando però una forte opposizione. Anche il suo successore, san Cornelio (†253), mantenne la stessa posizione. Ebbe così inizio un nuovo scisma, che fece capo a Novaziano (†257 ca), eletto come anti-papa, in opposizione a Cornelio. È importante notare che i novazianisti, che si facevano chiamare katharoi (i puri) non per una presunta purezza personale, ma perché ritenevano di aver conservato la purezza della dottrina, non sostenevano l’impossibilità del perdono degli apostati, ma il fatto che questo perdono potesse essere concesso solo da Dio e non dalla Chiesa, come la prassi aveva fino ad allora in effetti attestato.

Quello dei novazianisti è in sostanza uno scisma che nasce da un’incomprensione da un lato del reale potere di rimettere tutti i peccati di coloro che si pentono, dato alla Chiesa da Cristo, e dall’altro del potere dato a Pietro di legare e sciogliere. Sia san Fabiano che san Cornelio avevano infatti l’autorità di decidere che la prassi della exomológesis poteva evolvere, accogliendo anche quei peccatori prima esclusi.

Si venne a creare una situazione di grande lacerazione e tensione: la retta fede veniva aggredita sia sul fronte “sinistro” da parte dei lassisti, portatori di una falsa misericordia, che volevano la riammissione dei lapsi senza penitenza, sia sul fronte “destro” dai novazianisti, che invece contestavano che la Chiesa potesse avere il potere di rimettere il peccato di apostasia. Gli uni e gli altri erano molto numerosi; i novazianisti, in particolare, sopravvissero per almeno quattro secoli, con i propri vescovi e numerosi fedeli, dando tra l’altro prova di retta dottrina nelle dispute cristologiche seguite al Concilio di Nicea, anche quando questo costò loro la persecuzione, insieme ai cattolici, da parte di Costanzo II (317-361), che aveva imposto la formula semiariana di Acacio di Cesarea (†366). Segno che già nel III secolo era tutt’altro che facile e scontato discernere la verità dall’errore e prendere posizioni che fossero in tutto nella linea della Chiesa.



ORA DI DOTTRINA / 81 - IL SUPPLEMENTO

Le crisi nella Chiesa, la storia aiuta ad affrontare il presente

10_09_2023 Luisella Scrosati

È un errore di prospettiva storica credere che le crisi del passato fossero più facili di quella attuale. Invece, guardare a quelle crisi, e a come il Signore ha guidato la Chiesa a superarle, è fondamentale per affrontare il presente.