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Le parole di Savino

La Cei in campo per il referendum, ma dimentica dei princìpi

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Il vicepresidente della Cei, mons. Francesco Savino, parteciperà al congresso di Magistratura Democratica per il “no” al referendum. Una scelta di campo in linea con altre prese di posizione dello stesso vescovo e dei vertici della Cei. Che però non dovrebbe occuparsi di temi opinabili, bensì di difendere i principi non negoziabili.

Ecclesia 18_02_2026
Monsignor Francesco Savino, vicepresidente Cei (ImagoEconomica)

Il vescovo Francesco Savino è uno dei tre vicepresidenti della Conferenza episcopale italiana (Cei), in rappresentanza del Sud. La sua diocesi è infatti quella di Cassano allo Jonio, in Calabria. Di recente è stata annunciata, per il prossimo 13 marzo, la sua partecipazione al congresso di Magistratura Democratica per il “no” al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Impossibile non vedere nella mossa di mons. Savino una scelta di campo a carattere direttamente politico. Lui però lo nega e, in una intervista al Corriere della Sera di ieri, 17 febbraio, dichiara: «La mia presenza non è schieramento: è una forma di responsabilità civile». Bene, ma allora dovrebbe anche andare a qualche convegno organizzato dal fronte del “sì”. Se, come dice, è «utile che anche la Chiesa partecipi a spazi di confronto dove si discute di istituzioni, garanzie, fiducia democratica», perché esercitare questa funzione solo da una parte? Tutti sanno, però, che ciò non avverrà e che il compito della Chiesa non è quello di animare il pubblico dibattito democratico. Nell’intervista Savino distingue tra principi e opzioni ma non dice che alla Chiesa istituzionale competono i primi e non le seconde, che invece spettano ai laici ben formati, e che tra le due ci deve essere coerenza.

Si sa che il vescovo Savino non è nuovo a uscite politicamente orientate. Tutti ricordano la sua considerevole attività per promuovere il riconoscimento dell’omosessualità, fino a sostenere un diritto delle persone omosessuali ad esercitarla (vedi qui). Poi ha detto che la legislazione sul suicidio assistito nel nostro Paese non è più rimandabile perché «sul fine vita è un far west e servono regole chiare». Ancora lui si è mobilitato espressamente contro l’autonomia differenziata che avrebbe spaccato l’Italia e accentuato le differenze. Nel luglio 2025, in una intervista a Migranti Press, aveva detto che se l’Unione europea chiudesse ai migranti perderebbe se stessa, sostenendo quindi un’accoglienza indiscriminata.

Ricordiamo queste sue passate prese di posizione perché mostrano una coerenza di concetti e di azioni politiche tutte indirizzate da una parte. Non è pensabile che il vescovo Savino sia “neutrale” sul referendum in questione, come egli dice. E questo non solo perché la scelta del contesto in cui intervenire è di per sé eloquente, ma anche perché la sua storia episcopale porta coerentemente lì. Non si vedono troppe differenze tra la linea politica di una Elly Schlein e le prese di posizione politiche di mons. Savino, che è certamente di sinistra, ma più verso la sinistra sociale che non quella riformista (che infatti è per il “sì”).

Rimane aperta la questione se le scelte di Savino siano strettamente personali e un caso isolato dentro la presunta neutralità della Cei o se ci sia una connivenza con lui piuttosto ampia: alla fin fine, se è vicepresidente è perché è stato votato, né dalla Segreteria della Cei è mai uscita alcuna presa di distanza dalle sue esternazioni, compresa quest’ultima notizia di Magistratura Democratica. Nonostante gli sforzi profusi per farla passare, questa idea di neutralità della Cei non convince. Le parole del cardinale Matteo Zuppi al recente Consiglio permanente avevano chiaramente messo in guardia dal pericolo di indebolire la magistratura, secondo le più diffuse argomentazioni del fronte del no. Successive dichiarazioni istituzionali hanno ridimensionato la cosa, però il dubbio rimane. Del resto, anche per la Cei, e non solo per il suo vicepresidente, vale il discorso di una lunga serie di prese di posizione fortemente orientate in un senso politico ben preciso.

Uno dei motivi ideologici di queste stranezze episcopali è certamente l’esaltazione fuori misura della Costituzione, secondo una perfetta linea dossettiana. Anche Savino lo dice nella sua intervista al Corriere, sostenendo che la Costituzione è «il patto di convivenza che ci tiene insieme, quando tutto rischia di sfilacciarsi. È la soglia comune che protegge soprattutto chi ha meno risorse, meno voce, meno strumenti: i poveri, i fragili, i meno garantiti». Da qui il divieto – lo si intuisce molto bene – di toccare la Costituzione come vorrebbero i promotori del “sì”.

Poveri noi, però, se siamo tenuti insieme solo da un “patto” e se i nostri vescovi non sanno andare più in là di un fondamento convenzionale della comunità nazionale. Poveri soprattutto i tanti “fragili” e “meno garantiti” che proprio al "rispetto" della Costituzione devono queste loro tragedie, come accade per i bambini impediti a nascere, quelli che soffrono per le loro famiglie divise, quelli che sono costretti a non avere due genitori ma uno solo oppure più di due, quelli che devono accettare di avere due genitori maschi o due genitori femmine, e quelli che vengono considerati “baby-trans” e come tali trattati nei centri di transizione di genere. Né la Costituzione, né la partecipazione, né la democrazia sono realtà fondanti, mentre compito dei vescovi sarebbe di insegnare proprio queste ultime.



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