Israele: lo scontro fra religiosi e laici sulla leva militare obbligatoria
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In Israele, la guerra e il richiamo di riservisti ha esacerbato lo scontro fra i laici, che prestano servizio militare e i religiosi che ne sono esenti. Una questione vitale che divide la stessa maggioranza del governo Netanyahu.
Israele ha bisogno di soldati. Ma una parte degli israeliani continua a rifiutare l’uniforme. È il paradosso che sta mettendo sempre più sotto pressione il governo di Benjamin Netanyahu: mentre l’esercito chiede nuovi uomini e i riservisti vengono richiamati anche per mesi, la comunità ultraortodossa scende in piazza per difendere il diritto all’esenzione dal servizio militare. Una frattura che attraversa il Paese e che la guerra ha reso impossibile da ignorare. La protesta degli haredim non è più una questione interna alla loro comunità, né una delle tante battaglie della coalizione: è diventato uno scontro politico, perché tocca la modalità con cui Israele distribuisce il rischio, il sacrificio e gli obblighi di cittadinanza.
La guerra ha fatto saltare un equilibrio che per decenni aveva consentito di tenere insieme esigenze militari e privilegi religiosi. Oggi, mentre i soldati combattono e le famiglie dei riservisti sostengono il peso della mobilitazione, l'idea che decine di migliaia di studenti delle yeshivot possano evitare il servizio militare è sempre più difficile da difendere agli occhi di una parte crescente della società israeliana. Per gli haredim, però, non è in gioco un privilegio: è il diritto di preservare un modello di vita fondato sullo studio della Torah. È su questa linea di frattura che si sta giocando una partita che mette in discussione non solo la coalizione di Netanyahu, ma il patto che tiene insieme la stessa società.
La contrapposizione è particolarmente forte perché l'esercito occupa un posto centrale nella società israeliana. Il servizio militare è stato, per generazioni, un'esperienza comune, un luogo di socializzazione, e in molti casi, un accesso a reti professionali e opportunità di carriera; per chi viene richiamato ripetutamente durante la guerra, costatare che altri cittadini siano esclusi da quell'obbligo rende la questione immediatamente politica. La Corte Suprema, nel 2024, ha stabilito che in assenza di una legge che prevede l'esenzione, gli studenti delle yeshivot dovrebbero essere arruolati come tutti gli altri cittadini soggetti alla leva. Da allora il problema è diventato una delle principali vulnerabilità del governo Netanyahu, la cui maggioranza dipende anche dai partiti ultraortodossi, Shas e United Torah Judaism, che hanno più volte minacciato di abbandonare la coalizione se venisse imposto un arruolamento di massa dei loro elettori.
Per Netanyahu il margine di manovra è stretto: da un lato, deve rispondere ai vertici militari che sollecitano un arruolamento più diffuso e a una società in cui il peso dei riservisti è diventato sempre più notevole; dall'altro, il primo ministro non può permettersi una rottura con i partiti religiosi, pena la sopravvivenza della coalizione. La disputa, inoltre, non si ferma alle caserme, perché il nodo della leva coinvolge lo Stato sociale, il mercato del lavoro, la scuola e il rapporto tra religione e Stato. Una quota significativa di haredi, in età lavorativa, rimane fuori dalle attività professionali per dedicarsi esclusivamente allo studio. Ma l’esenzione militare è anche legata alla discussione su tasse, trasferimenti pubblici e contributi economici alle diverse comunità.
La questione coinvolge persino l’estrema destra. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura di riferimento del sionismo religioso, deve fare i conti con una base elettorale nella quale il servizio militare è considerato un dovere civile e religioso; per molti sionisti, combattere per Israele non contraddice la religione, anzi; da qui il disagio verso qualsiasi concessione agli haredim. È una divisione che non può essere spiegata soltanto con lo scontro tra laici e religiosi, perché la società israeliana è il risultato di trasformazioni profonde: il Paese, nato nel 1948, era dominato da un'élite aschenazita, europea, laica e in larga parte socialista, mentre nei decenni successivi gli ebrei mizrahi, arrivati soprattutto dal Medio Oriente e dal Nord Africa, sono diventati una componente centrale della vita politica e culturale israeliana.
La distinzione tra mizrahi e sefarditi richiede però cautela. In senso storico, i sefarditi sono i discendenti delle comunità ebraiche della penisola iberica espulse dopo il 1492; in Israele il termine viene spesso utilizzato in modo più ampio per indicare gli ebrei non aschenaziti, compresi molti mizrahi, ed è diventato anche una categoria politica e religiosa, come dimostra il partito nato dall'incontro tra l’identità sefardita e il mondo haredi: lo Shas. Le due categorie, tuttavia, non coincidono: gli ultraortodossi comprendono comunità sia aschenazite sia sefardite, mentre la maggioranza degli ebrei mizrahi e sefarditi non è ultraortodossa. La crisi della leva non oppone quindi semplicemente «religiosi» e «orientali» al resto del Paese, ma diverse concezioni della cittadinanza e del rapporto tra individuo, Stato e comunità.
Negli ultimi decenni gli haredim hanno, inoltre, acquisito un peso demografico e politico crescente, anche grazie ad una natalità superiore alla media nazionale. La loro forza parlamentare è diventata indispensabile per la destra, e allo stesso tempo, sempre più difficile da conciliare con le esigenze di un esercito impegnato in una lunga guerra. È qui che la leva diventa il punto di intersezione di trasformazioni diverse: non si discute soltanto di quanti uomini debbano essere arruolati, ma di quale modello di società Israele voglia essere.
Il conflitto ha accelerato questo confronto, senza comunque, creare divisioni irreversibili tra laici e religiosi, tra gruppi sociali e tra diverse concezioni dello Stato; ha fatto, però, salire il costo di ogni squilibrio. Quando i riservisti vengono richiamati più volte e le perdite aumentano, l'esenzione di una parte della popolazione non appare più come una questione astratta di status religioso, ma come un problema di legittimità politica. Se una parte della società sostiene che il proprio contributo non debba passare dall'esercito, mentre un'altra considera il servizio militare il principale dovere civico, quale collante può tenere insieme le due posizioni?
L'Israele contemporaneo è molto diverso da quello delle origini: il ruolo dei laburisti che hanno dominato i primi decenni è ormai marginale; la destra è diventata il principale centro politico, gli haredim fanno pesare la loro presenza politica, la religione ha conquistato uno spazio pubblico molto più ampio e le identità mizrahi e sefardite sono ormai parte integrante della società. La crisi della leva è il punto in cui queste trasformazioni diventano una questione decisiva: per Netanyahu significa tenere insieme una coalizione dipendente dai partiti ultraortodossi e una società nella quale cresce la pressione per una distribuzione più uniforme degli obblighi. Le proteste davanti ai centri di reclutamento, le minacce dentro la coalizione e il malcontento dei riservisti sono manifestazioni dello stesso problema: il vecchio equilibrio tra le diverse componenti della società israeliana non regge più, dev’essere rinegoziato. E sarà questa, oltre alla guerra e alle prossime elezioni, una delle partite decisive per il futuro del Paese.

