In Libano, Tripoli affonda (letteralmente) in un paese che sprofonda
Tripoli, nel nord del Libano, sta letteralmente affondando in una serie di frane. Abusivismo edilizio e mancanza di prevenzione fanno molti morti. Metafora di un paese che continua a sprofondare nella sua crisi economica.
Tripoli, nord del Libano. Neanche il tempo di iniziare il nuovo anno, che la seconda città del Paese ha cominciato lentamente a sprofondare. Nel giro di poche settimane diciassette persone sono morte, inghiottite da frane spaventose che hanno trascinato via le loro abitazioni. Due persone, padre e figlia, sono rimaste vittime il 24 gennaio del crollo del loro palazzo nel quartiere El Qobbeh; altre quindici hanno perso la vita domenica 8 febbraio nel cedimento di due stabili adiacenti nel quartiere di Bab el Tabbaneh.
«Siamo arrivati a questa situazione per tutta una serie di motivi» ci dice al telefono Hadi (nome di fantasia), impiegato presso la Municipalità di Tripoli. «Intanto è stato costruito dovunque, con la connivenza dei nostri politici corrotti, senza un piano regolatore, senza controlli strutturali. I quartieri confinanti di El Qobeh e Bab al Tabbaneh sono stati edificati su terreni sismici sotto i quali passa un fiume, chiamato Abu Ali; i terremoti che si sono susseguiti negli anni, ultimo quello del febbraio 2023, li hanno danneggiati, e così i bombardamenti che in varie occasioni hanno interessato la città. Gli inquilini di questi edifici vecchi e malandati, in virtù di una legge risalente a prima degli anni Ottanta, pagano pochissimo di affitto per le loro abitazioni e non vogliono lasciarle, perché spesso non sanno dove altro andare; o meglio, per lasciarle vorrebbero un indennizzo che lo Stato non è in grado di assicurare loro. Non vogliono o non possono nemmeno riparare i danni subiti nel tempo dalle loro abitazioni. Per tutte queste ragioni gli edifici residenziali di interi quartieri di Tripoli stanno cadendo, l'uno dopo l'altro».
In conseguenza del secondo e più rovinoso crollo, Tripoli è stata dichiarata città sinistrata e sono stati sgomberati 114 edifici, misura che - facile a dirsi ora - sarebbe stato necessario prendere in via precauzionale, prima che si verificassero i danni.
A onor del vero, due settimane dopo i fatti di El Qobbeh il Primo Ministro Nawaf Salam aveva promesso che avrebbe messo mano con urgenza al dossier sulla situazione abitativa di Tripoli – secondo i dati in possesso della Municipalità circa un migliaio di edifici in città soffrono di gravi problemi strutturali - onde prevenire nuovi crolli. E invece una volta di più Tripoli si è rivelata suo malgrado un concentrato di tutto quello che in Libano non funziona: Stato assente, speculazioni sulla pelle dei poveri, abusivismo, sperequazioni sociali, emergenze ambientali. È facile paragonare l'affondamento della città a quello, metaforico ma neanche troppo, dell'intero sistema Paese - facile ma inevitabile.
Quello di Tripoli, città a maggioraza sunnita, è forse il distretto economicamente più depresso del Libano. Qui il tasso di disoccupazione è altissimo; alcuni quartieri marginalizzati, tra cui Bab el Tabbaneh, sono da sempre rifugio di gruppi di fondamentalisti islamici, protagonisti di scontri periodici con la locale comunità alawita e con l'esercito libanese. Eppure da Tripoli provengono alcuni degli uomini più ricchi del mondo: i fratelli Taha e Najib Mikati, quest'ultimo più volte Primo Ministro del Libano, in questo momento occupano rispettivamente i posti 1102 e 1101 nel ranking di Forbes.
Anche il businessman e più volte ministro dell'economia Mohammad Safadi è originario di Tripoli, ma né la sua fondazione a supporto dei bisognosi, né le elargizoni pro forma dei fratelli Mikati hanno giovato alla città.
All'indomani dei crolli, il Presidente della Repubblica, Joseph Aoun, ha visitato le aree franate e ricevuto una delegazione della Municipalità di Tripoli assicurando il suo sostegno alla città, come si apprende da un post della Presidenza libanese su X. Secondo il Presidente della Municipalità Abdel Hamid Karime, il Presidente Aoun e il Primo Ministro Salam hanno dimostrato pieno coinvolgimento nella vicenda, la qual cosa lo ha convinto a ritirare le sue dimissioni, rassegnate nell'immediatezza della tragedia.
In contemporanea con la visita a Tripoli, il Presidente Aoun ha ratificato la Legge sul bilancio, approvata nei giorni scorsi dal Parlamento e di fatto imposta al Libano dal Fondo Monetario Internazionale; una legge che limita, se possibile ancor di più, il margine di manovra delle istituzioni libanesi a beneficio dei cittadini. Detto in altre parole, non ci sono soldi per nessuno, soprattutto non ce ne sono per i più bisognosi.
Come chiosa amaramente Ici Beyrouth, a Tripoli «Mentre l'emergenza soccomberà sull'altare del calcolo politico, altri edifici cadranno. E con loro, quel che resta della credibilità di uno Stato in procinto di esalare l'ultimo respiro».

