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STATI UNITI

Illinois, Cupich e le suore ricorrono contro la legge sul suicidio

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Il cardinale e arcivescovo di Chicago e due congregazioni religiose hanno fatto causa allo Stato dell’Illinois contro la normativa sul suicidio assistito che limita fortemente l’obiezione di coscienza. Un nuovo caso dopo quello di New York.

Vita e bioetica 05_09_2026
Suore carmelitane per gli anziani e gli infermi (foto tramite Becket Fund)

Come già avvenuto per l’aborto, nei vari Stati federati degli USA si stanno via via approvando leggi che introducono il suicidio assistito. E ci sono Stati, a guida democratica, che si distinguono per norme particolarmente radicali che limitano fortemente l’obiezione di coscienza. Uno di questi è l’Illinois, dove il prossimo 12 settembre entrerà in vigore una legge (End-of-Life Options for Terminally Ill Patients Act) che obbliga gli operatori sanitari a cooperare in vario modo al suicidio assistito, pena l’incorrere in significative sanzioni.

Ma come già avvenuto nello Stato di New York, dove lo scorso luglio è stata avviata una causa contro una legge simile a quella dell’Illinois, anche qui la Chiesa cattolica sta resistendo. Il 3 settembre il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, due congregazioni religiose femminili – le Piccole sorelle dei poveri e le Suore carmelitane per gli anziani e gli infermi – e un farmacista (Luke Vander Bleek) hanno intentato una causa contro l’Illinois, chiedendo alla competente corte distrettuale di bloccare l’intera legge dichiarandola incostituzionale o quantomeno di disapplicare quelle sue parti che negano l’obiezione di coscienza e perciò in contrasto con la legge federale e il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.

Come già a New York, anche in questo caso i ricorrenti sono rappresentati da un gruppo di legali del Becket Fund for Religious Liberty. La legge dell’Illinois, firmata il 12 dicembre 2025 dal governatore Jay Robert Pritzker, garantisce solo in parte l’obiezione di coscienza, ponendo delle gravissime limitazioni a questo diritto. Gli operatori sanitari che si rifiutano di partecipare al suicidio assistito devono comunque, secondo la nuova legge statale, informare i pazienti del loro “diritto” a uccidersi con l’aiuto dello Stato, aiutarli nell’articolato processo per ottenere l’idoneità a ricevere sostanze letali e indirizzarli verso chi gli può procurare quelle stesse sostanze. Una simile cooperazione al male è richiesta anche ai farmacisti dell’Illinois, che devono o prescrivere direttamente le sostanze utilizzate per il suicidio o indirizzare l’aspirante suicida verso una farmacia che non fa obiezione di coscienza.

E non è finita qui. La nuova legge non solo obbliga a informare sul suicidio come una delle possibili “opzioni” per i malati terminali (con una prognosi di massimo sei mesi di vita), ma minaccia la libertà stessa degli operatori sanitari di parlare contro il suicidio. Come spiega il Becket Fund in un comunicato stampa, «la definizione di coercizione e influenza indebita» contenuta nella legge «è talmente ampia da rischiare di punire le suore e altri operatori sanitari dell’Arcidiocesi semplicemente per aver detto a un paziente sofferente: “Non ucciderti. Gesù ti ama. La tua vita è preziosa”».

La nuova normativa istituisce dunque quello che i ricorrenti chiamano a ragione un “obbligo di consulenza sul suicidio”, che porterà inevitabilmente a far aumentare i tassi di suicidio nello Stato, normalizzando la pratica di togliersi la vita tra i più fragili e tra i più lontani da Dio. Non è un caso che la legge voglia ridurre così sfacciatamente la libertà dei cattolici di testimoniare la propria fede, che qui equivale a difendere il dono della vita in ogni sua fase, fino alla morte naturale, e a non cooperare al male. Nella causa si ricorda il ruolo storico dei cattolici dell’Illinois nell’assistere i malati, «spesso senza tener conto della loro capacità di pagare», e nel dotare lo Stato americano del suo primo ospedale, fondato nel 1852 a Chicago dalle Suore della Misericordia. Oggi come allora, i cattolici donano speranza a chi rischia di disperarsi in ragione della sua malattia, prendendosi cura del malato di turno come se si trattasse di Cristo stesso. E questa opera è stata portata avanti principalmente dalle congregazioni religiose dedite alla cura degli infermi, come quelle che hanno fatto ricorso contro la legge dell’Illinois. «L’assistenza fornita dalle suore è forse più importante ora che mai, visto che il tasso di suicidi continua a crescere in tutta la nazione, in particolare tra alcune delle fasce più vulnerabili della popolazione, tra cui i poveri, gli anziani e i veterani. Sempre più spesso, le suore si sentono in dovere di combattere la menzogna secondo cui alcune vite non valgono la pena di essere vissute e che arrendersi sia l’unica opzione».

Resistere al male, oltre che necessario, porta i suoi frutti. Nella causa contro lo Stato di New York i ricorrenti (tra cui quattro congregazioni di suore) hanno ottenuto, almeno temporaneamente, di non essere obbligati a partecipare al suicidio assistito. Riguardo all’Illinois, già ad agosto era stata presentata una causa contro la legge sul suicidio: anche in questo caso è stata ottenuta una sua sospensione temporanea, valida però solo per i ricorrenti, tra cui figura il vescovo di Springfield, Thomas Paprocki, che ha fatto ricorso insieme a una casa di cura luterana e a un gruppo di medici.

Ma queste parziali, temporanee, vittorie non possono lasciare tranquilli, perché si è innescato un processo per cui il male – qui il “suicidio medicalmente assistito”, pratica in aperta contraddizione con la vocazione del medico – è sempre più favorito dalle leggi e non si riconosce nemmeno l’elementare diritto a opporvisi attraverso l’obiezione di coscienza. Un piano inclinato che riguarderà sempre più anche il nostro Paese, se non si invertirà la rotta.



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