Il volto che tutti cercavano. Santa Veronica tra fede e poesia
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Il suo nome non compare nei Vangeli canonici ma ha il significato di «vera icona», l'immagine del volto di Gesù rimasto impresso sul velo con cui lei lo asciugò. La storia e la letteratura l'hanno immortalata quale immagine del desiderio umano di vedere il volto di Dio.
La storia dell’emorroissa
Una donna senza nome, eppure uno dei volti più riconoscibili della cristianità: così la tradizione occidentale ha consegnato alla memoria santa Veronica, la figura che nella Via Crucis appare alla sesta stazione mentre asciuga il volto di Cristo. Il suo nome non compare nei Vangeli canonici, ma la sua immagine – custode di un panno divenuto nei secoli la «vera icona», la vera immagine del volto di Gesù – è tra le più celebri della pietà medievale.
Le prime tracce del nome emergono negli Atti di Pilato, dove la donna è identificata con l’emorroissa (Bernike in greco, Veronica in latino) che, stretta tra la folla, riesce a toccare il mantello di Gesù ottenendo la guarigione. Nel Vangelo di Luca, interrogata da Cristo, riconosce pubblicamente il gesto; e Gesù la congeda dicendo che la sua fede l’ha salvata.
Nella Storia ecclesiastica Eusebio di Cesarea (265‑340) racconta che la miracolata vivesse a Cesarea di Filippo, davanti alla cui casa si ergeva una statua in bronzo che commemorava il miracolo: una donna inginocchiata davanti al Maestro, che le tende la mano. La statua – afferma Eusebio – era ancora visibile ai suoi tempi e fu distrutta, secondo Sozomeno, sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata (361‑363).
Dal XIII secolo a Roma prende forma il culto del Santo Volto, legato al velo della Veronica. Nel 1208 papa Innocenzo III lo espone per la prima volta al popolo, concedendo indulgenze ai fedeli che pregano davanti alla reliquia. L’ostensione, accompagnata da una processione tra San Pietro e Santo Spirito in Sassia, diventa presto un appuntamento fisso del calendario romano. Durante una di queste celebrazioni, nel 1300, Bonifacio VIII trova l’ispirazione per istituire il primo Giubileo della storia. In quell’anno il velo diventa una delle grandi Mirabilia Urbis, la reliquia più ambita dai pellegrini.
Dai secoli successivi la Veronica è ormai identificata come una delle pie donne che asciugò il volto di Gesù durante la salita al Calvario: l’immagine sofferente rimase impressa sul panno. Secondo una tradizione, la donna sarebbe venuta a Roma portando la reliquia e l’avrebbe donata al papa Clemente.
Il sudario della Veronica nella Commedia
Dante stesso testimonia la celebrità del Santo Volto. Nella Vita Nova, scritta tra il 1292 e il 1294, ricorda la reliquia venerata a Roma:
«Dopo questa tribulazione avvenne, in quello tempo che molta gente va per vedere quella imagine benedetta la quale Iesu Cristo lasciò a noi per essemplo de la sua bellissima figura, la quale vede la mia donna gloriosamente, che alquanti peregrini passavano per una via la quale è quasi mezzo de la cittade ove nacque e vivette e morio la gentilissima donna».
Più di vent’anni dopo, nel canto XXXI del Paradiso, giunto dinanzi alla Candida Rosa, Dante si volta verso Beatrice e trova invece un vecchio benevolo: è san Bernardo. Il poeta osserva il suo volto con la stessa intensità con cui un pellegrino contempla il sudario della Veronica nella basilica di San Pietro:
Qual è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fame non sen sazia,
ma dice nel pensier, fin che si mostra:
“Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”;
tal era io mirando la vivace
carità di colui che ’n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.
La Veronica diventa così, per Dante, simbolo del desiderio umano di vedere il volto divino: un paradigma del pellegrinaggio interiore che culmina nella visione di Dio.
Il vecchierello pellegrino a Roma del Petrarca
Petrarca – che pure finge con Boccaccio di non possedere neppure una copia della Commedia – riprende questa immagine nel celebre sonetto XVI del Canzoniere. L’esistenza dell’uomo è paragonata a quella di un vecchio stanco che, negli ultimi giorni della sua vita, lascia tutto per recarsi a Roma a vedere la Veronica: l’icona del volto di Cristo, forse il Santo Volto oggi a Manoppello, allora ancora visibile nella città papale. E il nome della Veronica è nascosto nell’espressione «forma vera» dell’ultimo verso.
Il sonetto apre con un ritmo rapido: il verbo «movesi», con la particella enclitica «si», imprime slancio all’immagine del vecchio che parte. La forma vezzeggiativa «vecchierel» e la dittologia «canuto et biancho» fissano una figura tenera e fragile. La seconda quartina rallenta il passo: gli accenti imitano la cadenza della camminata, mentre il gerundio «trahendo» rende il peso della stanchezza.
Nelle terzine il pellegrino giunge finalmente a Roma, dove contempla il volto di Cristo che spera di rivedere in Paradiso. Solo nella seconda terzina Petrarca rivela la propria condizione: il suo pellegrinaggio non è verso Gerusalemme o Roma, ma attraverso i luoghi della vita, alla ricerca della «disïata […] forma vera» di Laura, la sua Veronica interiore.
Così, la Veronica, da figura evangelica senza nome a simbolo medievale del desiderio di vedere il volto di Dio, attraversa secoli di devozione e di poesia. In Dante e Petrarca diventa immagine del cammino umano verso ciò che più profondamente si ama: un volto da ritrovare, una presenza da riconoscere, una verità da contemplare.
Il vecchierel canuto e bianco alla ricerca della Veronica
Se nel Canzoniere è descritta la storia dell’anima di Petrarca, dal peccato alla conversione, in un percorso ideale verso l’incontro con Cristo, all’interno della raccolta si trova una poesia che descrive il pellegrinaggio a Roma alla ricerca della Veronica, espressione della condizione dell’homo viator.
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