Il vicario apostolico: «In Libano un copione già scritto»
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Ciò che oggi accade nel Paese dei Cedri «è frutto di decisioni prese da anni, di cui subiamo le conseguenze», dice a La Bussola il vescovo che guida i cattolici libanesi di rito latino. Malgrado tutto è persuaso che la pace è possibile, ma non quella illusoria dei grandi di questo mondo.
L'edizione appena trascorsa del Meeting di Rimini ha avuto l'indubbio merito di dare spazio al Libano, Paese di cui in Italia poco si parla: una mostra a cura della rivista LineaTempo e due incontri con ospiti di rilievo, tra cui il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani, sono stati dedicati al Paese dei Cedri. Al di là degli appellativi ormai usurati come “mosaico di culture e religioni” o fraintesi come “Svizzera del Medioriente”, abbiamo chiesto una descrizione realistica della situazione a chi in Libano è nato e vive ogni giorno: monsignor César Essayan, vicario apostolico della Chiesa latina di Beirut.
Sua Eccellenza, sono anni che del Libano si parla, a proposito e a sproposito, come di “mosaico di religioni e culture”, senza considerare che oggi molte tessere di quel mosaico sono sbiadite, mancanti o addirittura distrutte...
Il mosaico non ci interessa come appartenenza religiosa, ma come tessuto sociale libanese – e allo stesso tempo l'appartenenza religiosa costituisce ora l'unica pace, l'unico punto di riferimento, perché lo Stato non è più un punto di riferimento. La Chiesa e le organizzazioni internazionali sono le uniche che ricostruiscono le persone e le relazioni tra le persone – prima ancora dei confini, come ci ha ricordato il Papa al Meeting. Come Chiesa ci troviamo a svolgere compiti di trauma cleaner, di “addetti alla pulizia della scena del crimine”: l'unica cosa che possiamo fare è pulire i cocci di quello che hanno distrutto gli altri.
Mentre parliamo, non si fermano i bombardamenti israeliani nel sud del Libano, così come le distruzioni sistematiche di interi villaggi, compresi quelli cristiani. Com'è possibile che qui in Occidente non si riesca a far nulla per interrompere la catena di ostilità nei confronti del Paese e dei suoi abitanti?
Ormai è tardi perché la comunità internazionale possa fare qualcosa: ciò che accade in Libano oggi è frutto di decisioni prese da anni, di cui subiamo le conseguenze – è un copione già scritto anni fa. L'Europa – se non è complice – arriva in ritardo. Prendiamo l'esplosione simultanea dei pagers, i cercapersone in dotazione agli affiliati di Hezbollah, ma anche in possesso di tanti civili libanesi, ordinata da Israele nel settembre 2024: era stata progettata almeno dieci anni prima, ed all'epoca l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 non c'era ancora stato. I tunnel costruiti da Hezbollah nel sud del Libano erano noti dal 2006, quando Israele invase il Paese durante la guerra dei trentatre giorni, eppure l'esercito israeliano li ha “scoperti” ora. Il Libano è solo un pezzetto di una guerra più ampia mirata a recuperare energie: gas, petrolio, combustibili di vario tipo.
Non c'è dunque possibilità di pace per il Libano?
Di certo non della “pace” illusoria fatta dai Grandi di questo mondo. La pace è come una grande basilica che si costruisce con il tempo e le pietre vive, non può essere un pio desiderio, o è un fuoco che nasce dallo Spirito, o non è. Nel dialogo è possibile trovare vie di uscita, soluzioni in cui tutti guadagnino qualcosa – le cosiddette win win situations – mettendo al centro il bene comune secondo gli insegnamenti della Chiesa, senza bisogno di uccidere per ottenere ciò che – peraltro – è già stato deciso a tavolino.
Il Patriarca maronita libanese Elias Hoyek, canonizzato di recente dalla Chiesa, è nella realtà dei fatti il “padre del Grande Libano”?
La decisione finale non era certamente in mano al Patriarca Hoyek: è stata presa dai francesi, che avevano ricevuto dalla Società delle Nazioni il Mandato sul Libano. La figura del Patriarca è importante in primis per la vicinanza alla gente durante il tempo di carestia seguito alla Prima Guerra Mondiale: Hoyek invitò le comunità cristiane a fare gesti forti per i poveri. La Chiesa aprì i conventi e mise a disposizione dei bisognosi le sue risorse. Esattamente come nel Libano di oggi: i politici non pensano al bene comune, dunque non possono essere il punto di riferimento per il Libano di Hoyek. La Chiesa e le associazioni internazionali stanno prendendo il posto dello Stato, che non solo non aiuta ma mette freni alle iniziative – anche se si parla ancora di Grande Libano. Il Patriarca ha intuito la vocazione del Libano, che i Pontefici hanno in seguito esplicitato, presagendo ciò che Dio vuole dal Libano: che sia una profezia per il mondo, un modello di convivenza, l'unico Paese del Medioriente che gode di libertà e democrazia.
Il vescovo maronita: «Da anni il Libano paga le guerre altrui»
L'eparca di Batroun è intervenuto al Meeting di Rimini che ha dedicato una mostra al Paese dei Cedri. Un «Paese-messaggio» con la missione di mostrare che la convivenza è possibile malgrado le contingenze storiche, ricorda a La Bussola, persuaso che non lo si può narrare soltanto secondo le logiche dei conflitti odierni tra Israele ed Hezbollah.
Libano, nuovi attacchi di Israele nel sud del Paese
Nonostante il cessate il fuoco contenuto nell’accordo di giugno, le forze israeliane hanno sferrato una nuova offensiva contro il Paese dei Cedri il 15 e 16 agosto, causando diversi morti, come ritorsione al ferimento di tre soldati di IDF.
«Il beato Hoyek voleva fare del Libano una terra di libertà»
Considerato uno dei creatori del Grande Libano, il patriarca Elias Hoyek è stato beatificato lo scorso 25 luglio. «Egli guardava alla politica con gli occhi del Vangelo. Sotto il suo impulso, i maroniti furono tra i primi popoli dell'Oriente a far trionfare l'idea moderna di patria». La Bussola intervista padre Dany Dargham.
Il Libano teme un'invasione di jihadisti siriani
In una situazione in cui gli accordi con Israele restano sulla carta, a Beirut sono già chiari i segnali di una infiltrazione di estremisti islamici provenienti dalla Siria per dare man forte nella lotta a Hezbollah.


