• RITO AMBROSIANO

Il vescovo Scola: «Milano, non perdere di vista Dio»

L’ingresso nella metropoli del nuovo arcivescovo, card. Angelo Scola: «Un cristianesimo che non diventi cultura, non è più in grado di comunicarsi».

Card. Angelo Scola

 

«Anch’io ho fatto il chierichetto da bambino. Ho cominciato in seconda elementare. C’erano turni molto rigidi. Ricordo che la mia mamma, abbastanza decisa e dura, mi buttava giù dal letto per andare alla prima Messa del mattino».

L’ingresso in diocesi del nuovo arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, non è cominciato con il bagno di folla e gli applausi in pazza Duomo, con la banda musicale e le autorità civili e militari schierate al gran completo. Ha avuto inizio qualche ora prima, nella chiesa di San Leonardo, nel paese natale di Malgrate, alle porte di Lecco. Qui ha risposto alle domande dei ragazzi, con semplicità, dando subito la misura della sua fede e della sua umanità. «Ricordo, della mia esperienza di chierichetto, un episodio particolare», ha detto il nuovo arcivescovo. «Con i miei amici cercavamo sempre un modo per restare inginocchiati meno tempo possibile, perché era faticoso. Poi, un giorno - io ero piccolino - durante la visita pastorale in parrocchia del cardinale Schuster, lo vidi stare in ginocchio per un’ora intera in adorazione davanti al Sacramento, immobile. È stato allora che ho capito cosa volesse dire la presenza e l’importanza di Dio nella nostra vita e la vicinanza nell’affetto a Cristo».

«La mia vocazione ha avuto due momenti significativi», ha raccontato ancora il cardinale Scola ai bambini e ai fedeli di Malgrate. «Quando ero in quarta elementare venne un missionario e ci parlò con così tanto entusiasmo della sua vocazione e della sua missione, da suscitare in me il desiderio di andare con lui. Poi, da grande, dopo l’università, mi resi conto che avevo ancora questo richiamo e che era più forte della prospettiva, pur bellissima, del matrimonio.  Per questo vi dico: se sentite un’inclinazione a Dio, che in questi tempi non è cosa ovvia, prendetela sul serio». Poi la visita al cimitero, dove sono sepolti i suoi genitori e il fratello, che ricorderà esplicitamente al termine della Messa in cattedrale come coloro che hanno accompagnato dal principio il suo cammino.

Momento culminante della giornata inaugurale del ministero episcopale di Scola a Milano sono state le parole da lui pronunciate all’omelia della solenne celebrazione eucaristica, davanti ai quasi 25mila fedeli che hanno gremito il Duomo e la piazza. Il nuovo arcivescovo ha citato ampiamente uno dei suoi predecessori sulla cattedra di Sant’Ambrogio, Giovanni Battista Montini, in particolare una frase profetica del futuro Paolo VI che risale addirittura al 1934: «Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea».  Per Scola, «nel giovane Montini era ben chiara una convinzione: un cristianesimo che non investa tutte le forme di vita quotidiana, cioè che non diventi cultura, non è più in grado di comunicarsi». E’ il superamento di questa «separazione tra la fede e la vita» che si propone come primo compito il successore di Tettamanzi. La solenne e festosa cerimonia in Duomo, che non ha avuto nulla di artefatto e di curiale, con la spontanea, pronta e gioiosa accoglienza riservata dai fedeli ambrosiani al suo nuovo vescovo, dimostra che Scola è stato subito percepito come un uomo e un pastore che ha «un unico intento: far trasparire Cristo luce delle genti sul volto della Chiesa».

Il nuovo arcivescovo non si è rivolto ai soli credenti, ma a tutti, in una società come la nostra che ama chiamare «plurale». Dopo aver definito la metropoli lombarda come «illuminata, operosa ed ospitale», un luogo dove per tradizione c’è una «democrazia sostanziale che nasce dal basso e si sviluppa nel confronto e nello scambio», le ha rivolto il suo augurio:  «Milano, non perdere di vista Dio». E’ cominciato il grande confronto a distanza con il sindaco di sinistra Pisapia? Presto a dirsi. Certo, il primo cittadino domenica era in prima fila tra le autorità, con la fascia tricolore ben in vista. Durante la Messa, all’invito del cerimoniere ai fedeli di inginocchiarsi, non ha avuto esitazioni e lo ha fatto anche lui. Solo un ricordo della sua lontana educazione cattolica? Vedremo. Presente a tutta la cerimonia il predecessore di Scola cardinal Tettamanzi. Niente confronti. Lasciando Venezia, l’ormai ex Patriarca aveva detto che il vescovo è «il dono che lo Spirito continua a fare per il bene di una Chiesa» e che sempre c’è «chi semina» e «chi raccoglie». Per la Chiesa di Milano è arrivato il tempo della raccolta?

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