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STORIA E IDEOLOGIA

Il vero male del fascismo: il culto dello Stato

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“Fascismo” è la parola più abusata nel dibattito politico di questo mese. Si chiede di condannarlo e di abiurarlo, le risposte di Giorgia Meloni non bastano mai. Ma da cosa si deve prendere le distanze? La dottrina fascista è una teoria dello Stato totale che anche oggi è in voga. Non tutti lo realizzano

Editoriali 27_04_2023
Eur, esempio di architettura ideale fascista

“Fascismo” è la parola più abusata nel dibattito politico di questo mese, che si concluderà, passato il 25 aprile, solo con le celebrazioni del 1° maggio. Si tratta, tuttavia, di un insulto ormai scollegato dalla realtà storica. Si dà del “fascista” al prepotente che non ti lascia parlare, all’estremista che ricorre facilmente alle mani, al politico che vuole imporre legge-e-ordine.

Al tempo stesso, il "fascismo" è inteso come periodo storico, una pagina negativa della storia di cui si chiede continuamente una ferma condanna. Gianfranco Fini, autore della svolta che mutò il Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale, il 25 aprile ha chiesto pubblicamente a Giorgia Meloni di abiurare il fascismo. La premier ha scritto una lettera aperta al Corriere della Sera, condannando tutti i totalitarismi, in generale, e i suoi critici l’hanno accusata di non aver avuto il coraggio di condannare il fascismo, in particolare. La Russa, dopo una serie di uscite che non lo hanno aiutato certamente a superare la sua etichetta di fascista nostalgico, ha rifiutato di rispondere alle insistenti domande di un cronista de La Stampa che gli chiedeva se si “sentisse antifascista”.

Ma non sappiamo realmente da cosa si debba prendere le distanze. A rendere complicata la memoria su cosa fu il fascismo, furono i fascisti stessi che aveva idee tutt’altro che chiare. Nel suo manifesto Origini e dottrina del fascismo, del 1932, Mussolini ammette: “Il fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione e fu azione; non fu partito, ma, nei primi due anni, antipartito e movimento”.

Il fascismo elaborò una sua dottrina solo stando al governo. Ma ciò non vuol dire che non vi fosse un pensiero. Vi è una chiara continuità fra le leggi e le politiche perseguite dal regime almeno dall’inizio della dittatura (1925) alla sua sconfitta militare finale nel 1945.

La definizione di “totalitarismo” non è un’invenzione di Hannah Arendt o di qualche politologo del secondo dopoguerra, ma è un’aspirazione del regime fascista. Scriveva Mussolini: “Si può pensare che questo sia il secolo dell’autorità, un secolo di «destra», un secolo fascista; se il XIX fu il secolo dell’individuo (liberalismo significa individualismo), si può pensare che questo sia il secolo «collettivo» e quindi il secolo dello Stato”. E più esplicitamente: “Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono «pensabili» in quanto siano nello Stato”. Il filosofo Giovanni Gentile autore delle Idee fondamentali nella dottrina fascista, nega che la nazione nasca dalla tradizione o dal consenso, ma ritiene che sia lo Stato a plasmarla: “Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è Stato. Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un’effettiva esistenza.” Per essere più chiaro, aggiunge: “Lo Stato infatti, come volontà etica universale, è creatore del diritto”. Non viene, dunque, riconosciuto, alcun diritto naturale.

Lo Stato totalitario non è lo strumento, ma il fine. Come vanta lo stesso Mussolini: “Lo Stato fascista ha rivendicato a sé anche il campo dell’economia e, attraverso le istituzioni corporative, sociali, educative da lui create, il senso dello Stato arriva sino alle estreme propaggini, e nello Stato circolano, inquadrate nelle rispettive organizzazioni, tutte le forze politiche, economiche, spirituali della nazione”. E Gentile sintetizza: “per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo”. 

Se ci chiedessimo, oggi, cosa sia il fascismo, al di là di Mussolini e dei suoi aspetti storici (e dunque irripetibili) la risposta, in estrema sintesi è: un culto dello Stato. Anche se la dottrina fascista affermava che la religione cattolica andasse “non soltanto rispettata, ma difesa e protetta”, quella fascista era, a tutti gli effetti, una religione laica: “Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri”, scriveva Mussolini a conclusione del suo manifesto.

Il culto dello Stato non rimase solo sulla carta. Ove poté, quando fu possibile, il Partito, attraverso lo Stato, irreggimentò la popolazione, la indottrinò nelle sue scuole pubbliche, la inquadrò in organizzazione economiche, le corporazioni, che, a dispetto del nome (che richiamava le libere corporazioni medievali), erano emanazione dello Stato. Ma non riuscì mai a realizzare il suo progetto totalitario. Mussolini, capo del governo, rimase sempre in subordine rispetto al re e trovò un modus vivendi con la Chiesa, con la firma dei Patti Lateranensi. Anche se fu un grande centralizzatore, il regime non riuscì mai ad abolire i corpi intermedi. La giustizia fu politicizzata, ma mai sottomessa al partito, ci fu sempre diritto alla difesa di fronte a un giudice. La vita delle persone, in Italia, non dipendeva dal Partito. La proprietà privata rimase e fu garantita, così dunque anche la libera impresa. Anche se le nazionalizzazioni ci furono e le grandi imprese lavoravano d'accordo con il regime, le piccole imprese rimasero indipendenti. In testimonianze importanti, come quella di Eugenio Corti ne Il cavallo rosso, vediamo persone che vivono da cattolici, senza tessera fascista, indipendentemente dal regime.

Lo Stato totalitario, dunque, fu un’aspirazione mai realizzata. A realizzarla, in modo completo, fu, ancor più che la Germania nazista, il regime nemico del fascismo: il comunismo. Che aveva come fine, paradossalmente, quello di abolire del tutto lo Stato. I comunisti e i post-comunisti di oggi, non essendo mai arrivati al potere in Italia, possono dunque attribuirsi la fama di forza liberatrice, perché vedono le intenzioni della loro dottrina, ma non le sue realizzazioni. Mentre condannano il fascismo, giudicando le sue realizzazioni, più ancora che la sua dottrina. Ma se fossero coerenti, se condannassero veramente le intenzioni dei fascisti, non potrebbero che vedersi allo specchio. Perché vedrebbero, negli ideali mai realizzati di Mussolini e Gentile, lo Stato totalitario che loro realizzarono ovunque arrivarono al potere, tuttora in piedi in Cina, Cuba, Corea del Nord. E soprattutto realizzerebbero che anche oggi sopravvive il culto per lo Stato e la sua invocazione per la soluzione di ogni problema sociale. Sopravvive soprattutto nei partiti di sinistra, fautori di una nuova tecnocrazia, molto più che in quelli di destra.