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le conseguenze

Il referendum sulla giustizia, spartiacque della legislatura

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In un clima rovente che tocca il nervo scoperto dell'imparzialità e autonomia della magistratura, dalle urne di marzo uscirà un responso decisivo per la leadership di Meloni e per gli equilibri della politica italiana. L'alternativa non è solo tra Sì e No, ma tra un prima e un dopo.

Politica 17_02_2026
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

Il referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo si annuncia come uno spartiacque per la politica italiana, capace di ridefinire equilibri, leadership e rapporti tra poteri dello Stato in una fase già segnata da tensioni profonde tra governo e magistratura.
Il voto popolare sulla separazione delle carriere dei magistrati e sul nuovo sistema di selezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura non rappresenta soltanto un passaggio tecnico su norme costituzionali, ma un test politico per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e per la tenuta della sua maggioranza.

Se dovessero prevalere i Sì, l’area governativa ne uscirebbe rafforzata sia sul piano interno sia su quello simbolico: il risultato verrebbe letto come una legittimazione diretta dell’impianto riformatore sostenuto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e come una conferma del consenso popolare verso una linea che punta a ridisegnare i confini tra politica e magistratura. Un’affermazione del Sì consoliderebbe la leadership di Meloni, riducendo le pressioni interne alla coalizione e offrendo all’esecutivo un argomento forte per proseguire con altre riforme strutturali, dalla giustizia al premierato, in un clima di maggiore fiducia. Addirittura c’è chi ipotizza che la Presidente del Consiglio, in caso di netto successo al referendum, possa essere tentata dalle dimissioni per accelerare il ritorno alle urne e capitalizzare il consenso alle prossime politiche, per poi gestire l’elezione del successore di Mattarella da una posizione di forza.

Al contrario, una vittoria dei No potrebbe aprire crepe significative nella maggioranza e riproporre uno scenario già visto nella storia recente della Repubblica, quando nel 2016 Matteo Renzi fu costretto alle dimissioni dopo aver legato il proprio destino politico all’esito del referendum costituzionale promosso dal suo governo. Anche se Meloni non ha formalmente personalizzato il voto con la stessa nettezza di Renzi, il significato politico della consultazione appare evidente: una bocciatura popolare indebolirebbe il governo, darebbe fiato alle opposizioni e potrebbe riaprire tensioni latenti tra le forze della coalizione di maggioranza, con il rischio di rimettere in discussione equilibri che finora hanno retto.

Il clima che precede il voto è già rovente, alimentato dalle polemiche tra il ministero della Giustizia e l’Associazione Nazionale Magistrati sul finanziamento del comitato per il No. Da via Arenula è partita una richiesta di chiarimenti indirizzata al presidente dell’Anm, Cesare Parodi, in merito alle donazioni ricevute dal Comitato “Giusto dire No”, con l’invito a rendere pubblici, in nome della trasparenza, i nomi dei finanziatori privati. L’iniziativa trae origine da un atto di sindacato ispettivo presentato dal deputato di Forza Italia Enrico Costa, che ha sollevato il tema di un possibile conflitto tra magistrati iscritti all’Anm e cittadini donatori del comitato, ipotizzando il rischio di un finanziamento indiretto all’associazione e interrogandosi sull’eventuale obbligo di astensione di un magistrato chiamato a giudicare un finanziatore.

La questione tocca un nervo scoperto, quello dell’imparzialità e dell’autonomia della magistratura, e si intreccia con una campagna referendaria già segnata da accuse reciproche e toni sempre più aspri. A infiammare ulteriormente il confronto sono state le parole attribuite dal ministro Nordio al magistrato Nino Di Matteo sul presunto “metodo mafioso” delle correnti del Csm, parole che il ministro ha rivendicato come citazione di dichiarazioni rese dallo stesso magistrato nel 2019, suscitando nuove reazioni e accuse di strumentalizzazione. Di Matteo ha replicato denunciando il rischio che la riforma finisca per accentuare il controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura, mentre Nordio si è detto sconcertato per quelle che ha definito scorrettezze della sinistra in campagna referendaria.

In questo contesto, il referendum assume il valore di un giudizio complessivo non solo sulle norme in discussione ma anche sul rapporto tra poteri e sulla narrazione proposta dal governo. Una vittoria dei Sì potrebbe essere interpretata come una sconfitta dell’Anm e delle opposizioni, rafforzando l’idea che l’elettorato voglia un cambio di passo rispetto al sistema delle correnti e alle dinamiche interne al Csm; una vittoria dei No, invece, darebbe nuovo slancio alla magistratura associata e ai partiti contrari alla riforma, accreditando la tesi che l’intervento del governo sia percepito come un’ingerenza eccessiva.

Le conseguenze non sarebbero solo simboliche: sul piano parlamentare potrebbero aprirsi nuove trattative, mentre sul piano politico la leadership di Meloni verrebbe messa alla prova, con il rischio di un logoramento progressivo simile a quello che colpì Renzi dopo la sconfitta referendaria.
In definitiva, il voto di marzo appare destinato a segnare un prima e un dopo, configurandosi come un passaggio cruciale per il futuro della giustizia italiana e per la stabilità dell’attuale assetto politico, in un momento in cui ogni risultato verrà letto come un mandato o come una bocciatura, senza vie di mezzo.



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