Il Purgatorio di san Patrizio, anticipo del viaggio dantesco
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Al patrono d'Irlanda è legata la soglia misteriosa dove chiunque sarebbe uscito purificato contemplando le gioie dei beati e le pene dei dannati. Il luogo divenne meta di pellegrinaggio e anche fonte di ispirazione letteraria, riecheggiando nei racconti del cavaliere Owein e nella Divina Commedia.
Il patrono d’Irlanda
Patrono e apostolo d’Irlanda, San Patrizio è una delle figure più affascinanti del cristianesimo antico. Nato nella Britannia romana intorno al 385, figlio di una famiglia cristiana e romanizzata, conobbe presto la durezza della vita: a sedici anni fu rapito dai pirati irlandesi e venduto come schiavo nelle terre del Nord. Lì, tra pascoli solitari e lingue sconosciute, maturò una fede profonda e un’intuizione decisiva: quel popolo che lo teneva in catene non era rozzo né barbaro, ma portatore di una dignità tribale e di un senso del sacro che lo colpirono.
Fuggito dopo sei anni di servitù e tornato in patria, sognò gli irlandesi che lo chiamavano per nome: interpretò quella voce come una vocazione. Si formò in Gallia sotto la guida di san Germano di Auxerre, abbracciò la vita monastica a Lérins, studiò i metodi missionari dei monaci italiani e, infine, fu consacrato vescovo per succedere a Palladio nell’opera di evangelizzazione dell’Irlanda.
Con intelligenza e coraggio seppe conquistare la fiducia dei re locali, introdusse il monachesimo, fondò diocesi e formò un clero autoctono, affrontando l’ostilità dei druidi e le calunnie dei pelagiani. Morì nel 461, lasciando un’isola profondamente trasformata e una memoria destinata a diventare leggenda. È in questo contesto di fede, visioni e conversioni che nasce il racconto più misterioso legato al suo nome: il Purgatorio di san Patrizio.
La porta segreta dell’aldilà: la nascita del Purgatorio di san Patrizio
Tra le storie medievali che hanno attraversato i secoli, poche possiedono la forza visionaria del Purgatorio di san Patrizio, una cavità nascosta in un luogo deserto d’Irlanda che, secondo la tradizione, Cristo stesso mostrò al santo come varco verso l’aldilà. Chi avesse avuto il coraggio di entrarvi per un giorno e una notte, animato da autentico spirito di penitenza, avrebbe potuto contemplare con i propri occhi le pene dei malvagi e le gioie dei beati, tornando sulla terra purificato. Attorno a questa soglia misteriosa, san Patrizio fece costruire una chiesa e un muro con una porta custodita dal priore: un luogo di pellegrinaggio, timore e speranza, che attirò folle di penitenti e generò racconti destinati a circolare per secoli.
Il cavaliere Owein: un viaggio tra visione e penitenza
Fra questi racconti, il più celebre è quello del cavaliere Owein, protagonista del Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii composto da H. de Saltrey. L’autore ricorda che l’avventura risale al tempo di re Stefano, mentre Matteo di Parigi la colloca al 1153. Owein narrò la sua esperienza al monaco cistercense Gilberto di Luda, che a sua volta la trasmise a Saltrey: una catena di voci che ha permesso alla leggenda di giungere fino a noi.
Carico di peccati e deciso a riscattarsi, Owein affronta la prova come un’impresa cavalleresca. I demoni tentano subito di bruciarlo su un rogo, ma falliscono; il cavaliere attraversa poi una landa buia e desolata, sferzata da un vento che sembra trapassare il corpo, preludio alle visioni terribili che lo attendono. Il suo viaggio si snoda attraverso una sequenza di luoghi di pena che colpisce per la forza delle immagini e per la sorprendente vicinanza con alcuni episodi della Commedia dantesca.
I campi della pena
Nel primo campo, Owein vede uomini e donne nudi, distesi a terra, mani e piedi confitti al suolo con chiodi ardenti, che gridano «Parce!» e «Miserere!» in un lamento miserabile. È impossibile non pensare ai violenti contro Dio dell’Inferno dantesco, distesi sulla sabbia infuocata, o agli ipocriti crocifissi al suolo nella bolgia XXIII: la postura dei corpi, il pianto, la lingua sciolta dal dolore, persino il lessico sembrano risuonare da un testo all’altro.
Nel secondo campo, le anime giacciono supine o prone, avvinghiate da serpenti, rospi e draghi che affondano aculei infuocati nei loro cuori. La scena richiama da vicino la bolgia dei ladri (Inferno XXIV-XXV), dove i serpenti mordono, stringono, trafiggono, e le anime subiscono metamorfosi dolorose.
Il terzo campo mostra uomini e donne trafitti da chiodi ovunque, flagellati dai demoni; il quarto è un regno di fuoco, dove i corpi sono sospesi a catene roventi, appesi per i capelli o per le braccia, arrostiti, fritti, bruciati da uncini conficcati negli occhi e nelle orecchie. Poi appare una gigantesca ruota di fuoco che trascina le anime in un moto vorticoso: quando una metà sale, l’altra sprofonda nelle fiamme sotterranee.
L’edificio termale che segue è uno dei luoghi più impressionanti: vasche ribollenti di metalli liquidi in cui le anime sono immerse a diverse profondità, «fino alle sopracciglia», «alle labbra», «al petto», «alle ginocchia». La precisione anatomica con cui il Tractatus descrive il livello dell’immersione trova un parallelo sorprendente nel Flegetonte dantesco (Inferno XII), dove i violenti sono immersi nel sangue bollente a livelli diversi, dal ciglio ai piedi.
Infine, Owein scorge una montagna da cui scende un fiume di fuoco; sulla cima soffia un vento gelido che precipita le anime nel fiume infuocato, un’immagine che ricorda l’«astripeto regno» dantesco, dove vento e fuoco convivono in un equilibrio terribile. L’ultima soglia è un pozzo da cui esce una fiamma nera e fetida: le anime vi cadono come scintille. I demoni avvertono Owein che quella è la vera porta dell’Inferno, da cui non si torna.
Echi danteschi: immagini, strutture e corrispondenze sorprendenti
Dopo tanto orrore, il cavaliere giunge davanti a un muro altissimo, con porte dorate e un profumo soave che invade l’aria: è il Paradiso terrestre. Una processione solenne – croci, ceri, palme, canti – lo accoglie. Due figure ecclesiastiche lo guidano su un monte da cui si intravede una porta ardente, l’ingresso al Paradiso celeste. Una fiamma scende dal cielo e tocca il capo di ciascuno: è il cibo di Dio, nutrimento eterno dei beati. Owein vorrebbe restare, ma non gli è concesso. Purificato, torna indietro: i demoni non possono più toccarlo. Dopo quindici giorni di preghiera, parte per la crociata e, tornato in patria, si fa servitore del monaco Gilberto, contribuendo alla costruzione di un’abbazia.
Le somiglianze tra il Tractatus e la Commedia non si limitano alle immagini delle pene. Anche la successione dei tormenti presenta analogie sorprendenti: nel Tractatus, Owein incontra prima anime inchiodate a terra, poi anime assalite dai serpenti; nella Commedia, Dante vede prima gli ipocriti crocifissi a terra (Inferno XXIII), poi i ladri avvolti dai serpenti (Inferno XXIV-XXV). Ma il punto più affascinante riguarda la macrostruttura del Purgatorio: entrambi gli aldilà comprendono una zona antistante, sette luoghi di pena e un Paradiso terrestre con una processione simbolica. Certo, Dante compie una rivoluzione: sottrae il Purgatorio al mondo sotterraneo, lo trasforma in una montagna luminosa, introduce il contrappasso, i vizi capitali, la psicologia individuale, la teologia tomista e la pratica della confessione.
Anche Petrarca aveva un maestro, ed era Agostino
Se nella Commedia il santo di Ippona è una presenza nascosta che orienta il cammino di Dante, in Petrarca la sua figura si fa più intima: Agostino è per lui un padre spirituale che sente vicino come pochi altri.
Dalle inquietudini alla luce: l’Agostino delle Confessioni
Dopo una giovinezza vissuta tra piaceri e dottrine erronee, Agostino approda in Italia. Qui, a Milano, conosce Ambrogio e la sua vita inizia a svoltare, fino alla conversione, favorita anche dalle preghiere della madre.
La traccia agostiniana nel viaggio di Dante
Sant’Agostino è uno dei padri della Chiesa, ma non compare mai come personaggio nella Commedia. Eppure il suo ruolo non è irrilevante, perché è strutturale. Agostino non appare perché è già dentro il poema. Non parla perché è la voce interiore che lo sostiene. Non discute con Dante perché Dante discute con lui da sempre.
San Giacomo, l’apostolo che ha messo in cammino l’Europa
Fu uno dei discepoli più vicini a Gesù e il primo tra gli apostoli a subire il martirio. Dall'XI secolo Compostela è meta di pellegrini che si recano alla sua tomba e Dante gli affida il ruolo di campione della speranza.

