Il pugnale dei sikh sì, il crocifisso no. Strabismo multiculturale
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L'assassinio di Henry Nowak, pugnalato a morte da un sikh riapre il dibattito su cosa sia lecito fra gli usi rituali. Il governo conferma che resterà legale il kirpan, il pugnale sikh. Poi lo stesso governo è durissimo con chi porta una croce al collo.
La drammatica vicenda dell’assassinio di Henry Nowak, consumatasi lo scorso dicembre a Southampton, occupa, oggi, la ribalta mediatica. Sebbene Vickrum Digwa, il suo assassino di religione sikh, sia stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dello studente, l’interesse dell’opinione pubblica, anche in Italia, si sta concentrando sui risvolti distorsivi e sui danni causati da un certo antirazzismo militante, capace di condizionare persino la lucidità delle forze dell’ordine. Ma non è tutto qui. Il caso inglese impone, nuovamente, una profonda riflessione sul tema delle prescrizioni rituali proprie delle culture esogene e sulla capacità di reazione — o sulla colpevole inerzia — dei sistemi giuridici statali. Questa volta l’attenzione è per il kirpan, una singolare arma bianca che i membri della comunità sikh custodiscono abitualmente per assolvere a un preciso precetto spirituale.
Nel corso degli anni, il Regno Unito ha strutturato un articolato sistema di tutele legali per la comunità sikh. Concessioni che spaziano dall’esonero dall’obbligo del casco in moto per chi indossa il turbante fino a specifiche deroghe penali. Ai sensi del Criminal Justice Act del 1989 e del successivo Offensive Weapons Act del 2019, ai sikh battezzati, detti amritdhari, è infatti consentito il porto del kirpan in pubblico. Il pugnale costituisce uno dei cinque articoli di fede imprescindibili per i praticanti, i cosiddetti “5K”: il kesh, ovvero i capelli lasciati incolti e raccolti nel copricapo; il kara, un bracciale d’acciaio; il kanga, un pettine di legno; la kachera, indumenti intimi in cotone; e, appunto, il kirpan.
Addirittura, nel 2010, Sir Mota Singh, primo magistrato di origine asiatica in Gran Bretagna, si era espresso a favore della possibilità per i bambini sikh di portare anche a scuola il pugnale. In una nazione da tempo piagata dall’emergenza sociale dei crimini da coltello, una simile prospettiva ha interrogato, e continua ad interrogare, profondamente l’opinione pubblica su fino a che punto lo Stato debba flettere le proprie normative per assecondare alcuni precetti confessionali.
Ad ogni modo, nonostante l’allarme generato dal sangue versato a Southampton, la linea di Downing Street resta ferma. Il governo laburista ha confermato che non intende bandire il kirpan. Il Ministro dell’Interno, Shabana Mahmood, ha ribadito la validità della legislazione vigente, precisando come il possesso della lama per assolvere a un dovere spirituale sia un diritto tutelato.
Parliamo della stessa Gran Bretagna che, in questi anni, ci ha offerto una vistosa asimmetria, con l’avvio di procedimenti disciplinari e licenziamenti ai danni di chi indossava una semplice croce al collo. Un paradosso emerso, per esempio, nel 2012 con i casi emblematici di Nadia Eweida, licenziata dalla British Airways perché il crocifisso che indossava alterava la divisa aziendale, o di Shirley Chaplin, infermiera esclusa dal proprio reparto ospedaliero, dopo trent’anni di servizio, per il medesimo motivo. Quando le due donne ricorsero per vie legali persero il ricorso, lo Stato inglese, infatti, si schierò con i datori di lavoro portando la questione davanti alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
La tesi del Governo inglese rivelò un orientamento singolare: poiché il cristianesimo non impone tassativamente l’ostentazione della croce, la sua esposizione pubblica può essere vietata, a differenza del velo islamico, del turbante sikh, o del kirpan considerati, invece, vincolanti per i rispettivi credo. La vicenda, largamente ignorata dai media europei, ricevette attenzione mediatica solo dopo che la televisione russa ebbe acceso i riflettori sul caso, paragonando le misure britanniche a quelle sovietiche.
Le contraddizioni dell’impianto normativo inglese sono riemerse nel 2020 con il caso di Mary Onuoha, l’infermiera cattolica del Croydon University Hospital di Londra, costretta al licenziamento per una catenina con il crocifisso sul camice. Solo nel 2022 il Tribunale del lavoro di Londra ha censurato l’ospedale per una condotta palesemente discriminatoria: i giudici hanno rilevato come la struttura tollerasse hijab, ma non il crocifisso.
Le legislazioni europee sono costrette, ormai, a spendere tempo e risorse per normare le dinamiche che intervengono negli effetti collaterali del multiculturalismo e del suo fallimento. Sul fronte del velo islamico, per esempio, anche la Francia ha mostrato i suoi limiti, avendo erroneamente posto la questione sul piano del laicismo di Stato promuovendo un modello che combatte ogni identità spirituale in nome di un’ideologia illuminista di Stato. Il velo è un simbolo politico prima che religioso: isola la donna ostacolandola nel mondo del lavoro e sociale — assecondando gli obiettivi degli islamisti — e introduce una pericolosa sessualizzazione di bambine e adolescenti, aprendo la strada ad abusi sui minori. In Italia, la Lega, viste le contingenze storiche, ha appena presentato una proposta di legge, con primo firmatario il senatore Centinaio, per modificare l’articolo 5 della legge 152 del 1975 e introdurre il reato di costrizione all’occultamento del volto.
Tornando al kirpan, anche l’Italia è stata obbligata a legiferare. È del 2017 la sentenza della Cassazione che fece scalpore nella parte sinistra della politica nostrana poiché i giudici, superando il mero dato tecnico della legge, richiamarono gli stranieri al dovere di conformarsi ai “valori” della società ospitante. La Corte s’era vista costretta ad intervenire, e quindi a vietarne l’uso, dopo svariati contenziosi – il primo del 2009 – fino al ricorso di un cittadino sikh di Mantova che pretendeva di andare in giro con una lama da diciotto centimetri. Per tutelare la minoranza religiosa, nel 2015, il Pd bloccò i lavori del Parlamento con un disegno di legge per legalizzare il porto del coltello, ipotizzando di sostituire il pugnale sacro con una replica inoffensiva: un compromesso giocattolo però respinto dalla stessa comunità sikh.
Si tratta di un dibattito che investe il ruolo della fede nello spazio pubblico ed è ormai all’ordine del giorno visti gli effetti collaterali del multiculturalismo. Il punto, però, è che non si tratta di questioni di fede di maggioranza o di religione, nel nostro caso cattolica, “tollerata” perché retaggio folcloristico o storico, ma perché le istituzioni ne hanno riconosciuto i principi come fondamentali per la convivenza civile e il bene comune. Per questo, se la libertà di culto va sempre garantita a tutti, lo Stato non può approvare automaticamente ogni dottrina nello spazio pubblico. Alcune religioni — come l’islam, o il caso sikh inglese — portano con sé modelli di società e stili di vita che contrastano apertamente con le leggi e i valori del Paese che le ospita.
L'anti-razzismo genera barbarie: il caso Nowak nel Regno Unito
Il video agghiacciante di agenti di polizia che ammanettano a terra un diciottenne bianco agonizzante, accoltellato senza motivo da un ragazzo sikh che lo accusava falsamente di razzismo, ha sconvolto l'opinione pubblica britannica e pone inquietanti domande sulla deriva delle istituzioni occidentali.
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