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ORA DI DOTTRINA / 100 – La trascrizione

Il peccato originale nelle Sacre Scritture – Il testo del video

Il peccato originale è qualcosa di concreto, senza cui non si comprende né la Redenzione né il resto della realtà. Il Nuovo Testamento getta luce su Genesi 3. Tre contrasti: Adamo-Cristo, uno-molti, disobbedienza-obbedienza.

Catechismo 21_01_2024

Proseguiamo il nostro commento al Credo e, come anticipato la scorsa volta, introduciamo la questione del peccato originale, un punto della fede cattolica importantissimo, molto minacciato, molto discusso. Per questo ho pensato di soffermarmi un po’ più a lungo su questo aspetto, anche cercando di mostrare qualcosa che potremmo fare per ogni dogma della fede, ma che ovviamente non facciamo per ragioni di tempo, cioè dimostrare come questa verità di fede è presente nelle Scritture, come si è sviluppata nel corso dei secoli nella sacra Tradizione, com’è stata recepita, normata dal Magistero. È importante capire questo procedimento, proprio perché la Chiesa non può aggiungere o togliere qualcosa alla Rivelazione, non può pronunciarsi in virtù dei desiderata di qualcuno, non può introdurre cose nuove che non abbiano un ancoraggio forte nella sacra Rivelazione. Ed è molto importante mostrare precisamente questo ancoraggio e questo sviluppo. Questi sono tempi molto difficili, quindi dobbiamo essere vigili, dobbiamo formarci, dobbiamo capire come la Chiesa nei secoli ha sviluppato effettivamente i dogmi, cos’è questo sviluppo e che cos’è quindi la sua contraffazione. La questione del peccato originale ci dà una possibilità di impratichirci un po’ su questo aspetto.

Vediamo oggi il peccato originale nelle Sacre Scritture. Partiamo da una constatazione. Quando osserviamo il mondo, la storia ‒ la nostra storia personale, la storia dell’umanità ‒, la società che ci circonda, ma non solo la nostra, noi constatiamo che la storia dell’umanità in qualche modo coincide con una storia di peccato. Se potessimo fare i nostri studi storici sotto questo punto di vista, vedremmo che c’è una sovrapponibilità: non è una coincidenza, nel senso che non è solo una storia di peccato, ma sicuramente è anche una storia di peccato. Il peccato degli uomini è coestensivo alla storia.

L’altro aspetto che notiamo è che ognuno di noi, quando viene al mondo, si trova in un contesto – della propria famiglia, del proprio paese, della propria nazione – che è comunque segnato dal peccato. In qualche modo il peccato ci precede. Prima che noi arriviamo in questo mondo, il peccato è già lì, è ben presente, molto diffuso, assai radicato. Possiamo anche constatare che non c’è solamente il peccato delle singole persone, ma nel tempo si vanno a costituire come delle strutture vere e proprie segnate dal peccato, delle legittimazioni strutturali di una mentalità peccaminosa, che richiedono, come dire, una lungimiranza. È qualche cosa che oltrepassa il singolo atto di una persona o quello che una singola persona potrebbe ideare – supponiamo, un serial killer – nel corso degli anni della sua vita. Così come eccede la vita di un’intera generazione umana, di due o di tre… Cioè, noi vediamo come se ci fosse dietro un programma, un progetto intelligente che a volte attribuiamo agli uomini – che hanno chiaramente il loro peso – ma c’è qualche cosa di più grande, qualcosa che va oltre le più oscure, astute macchinazioni di uomini perversi. C’è in sostanza un progetto a lungo termine, molto ampio, che non riguarda solo un periodo storico o una località geografica e che richiede in qualche modo una mente astuta, capace di coesistere con il corso dei secoli, con il corso della storia. Avremo modo di vedere che questa creatura esiste e non è una creatura umana, è una creatura angelica decaduta.

Ma veniamo al nostro tema fondamentale. Le Sacre Scritture trattano di questo aspetto e gettano una luce su questa intuizione che qualsiasi uomo può avere attraverso la constatazione del peccato nel mondo che ci precede, che ci accompagna e che quando noi saremo sottoterra continuerà ad esistere, fin quando esisterà questo mondo.

Un testo, anzi il testo per eccellenza, è il capitolo 3 del libro della Genesi. Ma io vorrei partire dal Nuovo Testamento, perché l’unità dei due Testamenti rispetta sempre una regola e cioè: nell’Antico Testamento è nascosto il Nuovo, ma il Nuovo Testamento rivela l’Antico. Dunque, la luce per comprendere i testi antichi ci viene dal Nuovo Testamento. A sua volta, illuminato da questa luce, l’AT dà una consistenza più articolata ai testi del NT. Questo è un principio importantissimo nell’accostare le Sacre Scritture.

Uno dei testi più importanti del NT è la Lettera ai Romani, capitolo 5. È la lettera più lunga di san Paolo, scritta alla comunità cristiana di Roma, ai quali san Paolo scrive che «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. (…) Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio (…)», eccetera (Rm 5, 8-10). Cioè, c’è uno stato di inimicizia, di peccaminosità di tutta l’umanità: è in questo stato che Cristo è morto per noi. Cristo si è incarnato, ci ha redento mentre eravamo in questa condizione.

Poco dopo, nei versetti 12-21, fino alla fine del capitolo 5, san Paolo intavola un parallelo molto forte, molto vivace, tra Adamo e Cristo. Ed esordisce così: «Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Rm 5, 12). Dunque, mettiamo bene a mente questa correlazione: il peccato di un uomo e la morte di tutti; il peccato di un solo uomo, ma tutti hanno peccato. Quindi: il peccato di uno, il peccato di tutti e la morte di tutti, tre aspetti che poi avremo modo di riprendere.

Nel versetto 15 si introduce un secondo personaggio, un nuovo Adamo. «Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 8, 15). Poco più avanti: «Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo» (Rm 8, 17).

Dunque, è un testo densissimo nel quale emergono alcuni aspetti capitali. Prima di mettere sotto la lente questi aspetti, leggiamo un testo importantissimo del Concilio di Trento, proprio il suo Decreto sul peccato originale. Avremo modo di richiamarlo più volte questo testo, proprio per la sua materia e perché è un testo dogmatico. Il testo a cui voglio accennare si trova al n. 1514 del Denzinger e afferma questo: «Infatti quello che dice l’Apostolo, “a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e col peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini perché in lui tutti hanno peccato” (Rm 5, 12), dev’essere interpretato nel senso in cui la Chiesa cattolica universale l’ha sempre interpretato. (…) Per questa norma di fede, secondo la tradizione apostolica, anche i bambini che non hanno ancora potuto commettere da sé alcun peccato vengono veramente battezzati per la remissione dei peccati» (Denzinger, 1514). Eccetera. E poi afferma: «Se qualcuno nega che per la grazia del Signore Nostro Gesù Cristo conferita nel battesimo sia tolta la macchia del peccato originale, sia anatema» (ibidem).

In sostanza, in questo passaggio del Decreto del Concilio di Trento sul peccato originale ci viene detto che questo testo di san Paolo, questa interpretazione autentica e dogmatica del Magistero della Chiesa, si riferisce precisamente alla dottrina sul peccato originale. E che cosa mette in luce questo brano? Anzitutto, vediamo che la dottrina sul peccato originale non è il tema diretto: il tema diretto è la contrapposizione tra il peccato e la grazia, tra il primo Adamo, per mezzo del quale il peccato entra nel mondo, e Cristo, per mezzo del quale la grazia e la redenzione entrano nel mondo. Il tema è questo, cioè questo scontro, per certi versi, una realtà dialettica, in cui la grazia, dice san Paolo, è molto più del peccato. Ma, in questo, che chiaramente è il tema principale, il Decreto del Concilio di Trento dà per scontato – infatti dice «nel senso in cui la Chiesa cattolica universale l’ha sempre interpretato», con buona pace di alcuni esegeti moderni – il tema del peccato originale, senza il quale non si capirebbe questo contrasto tra il primo Adamo e il secondo Adamo.

Dunque, è un testo che mette in luce prima di tutto due avvenimenti originari: un primo avvenimento in Adamo, che pecca e, a causa di questo peccato, tutti hanno peccato; e un secondo avvenimento, Cristo: per mezzo della sua obbedienza fino alla morte di croce, tutti possono essere rigenerati alla vita della grazia. Ricordiamoci questo aspetto: due eventi. L’evento di Cristo, l’Incarnazione e la Morte per la nostra Redenzione, l’evento originario di Adamo, il primo uomo.

Secondo aspetto: il contrasto uno solo – moltitudine. Uno solo pecca, ma il peccato si trasmette alla moltitudine. Uno solo redime, ma la salvezza si trasmette alla moltitudine. Questo è l’altro punto: uno solo - tutti.

Terzo aspetto: un nuovo contrasto. Come per la disobbedienza di uno solo il peccato e la morte entrano nel mondo, così per l’obbedienza di uno solo la vita e la grazia rientrano nel mondo. Dunque: Adamo-Cristo, due avvenimenti; poi il contrasto uno-molti; e il contrasto obbedienza-disobbedienza.

Un ultimo aspetto che ci interessa è la relazione tra peccato e morte. La morte entra nel mondo a causa del peccato. Qui, per “morte”, si devono intendere due aspetti: 1) la morte fisica, che non esisteva, come abbiamo visto quando abbiamo parlato della beatitudine originaria. La morte non c’era. Il corpo, pur essendo corruttibile, era mantenuto in uno stato di incorruttibilità, per una virtù che l’anima gli trasmetteva e che gli era stata data da Dio e doveva essere trasmessa; 2) la seconda morte, la vera morte, per usare il linguaggio del libro dell’Apocalisse, cioè la perdita dello stato di grazia, che è la morte in assoluto più grave.

Quindi, questo è il contesto di Romani 5. Questo testo di san Paolo fa eco a un testo veterotestamentario, successivo al libro della Genesi, ossia il libro della Sapienza. «Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto a immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (Sap 2, 23-24).

Come vediamo, c’è l’idea fondamentale che la morte entra nel mondo a un certo punto. Ma il libro della Sapienza introduce un altro protagonista, che per san Paolo non doveva essere in primo piano, perché in primo piano era il parallelo Adamo-Cristo. Chi è questo personaggio? Il diavolo e la sua invidia. Questo testo viene agganciato nel NT, nel Vangelo di Giovanni, dove c’è la famosa espressione per cui il diavolo è «omicida fin dal principio» (Gv 8, 44), cioè colui che ha provocato la morte degli uomini fin dal principio. Il riferimento qui è chiaramente al passo del libro della Sapienza che abbiamo appena letto. Quindi, Adamo-Cristo, ma, sullo sfondo, il diavolo. In base a come facciamo i primi piani, abbiamo una comparsa, una figura che risalta, mettendo l’altra sullo sfondo e viceversa.

Lo stesso san Giovanni, nella sua Prima lettera, “valica” Adamo e afferma: «Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore» (1 Gv 3, 8). Dunque, il principio del peccato viene dal diavolo, ma attenzione: il diavolo non era in grado di “generare” nell’umanità la colpa, non era in grado di generare le conseguenze del peccato. Occorreva che uno di noi, il primo di noi commettesse quel peccato, perché appunto il demonio non appartiene alla stirpe umana: uno di noi lo “doveva” commettere. Capiamo quindi il senso della Redenzione e dell’Incarnazione: Dio “doveva” – è un dovere di “convenienza”, abbiamo già parlato di questo principio della convenienza – essere uno di noi, per immettere di nuovo nell’umanità un germe di vita, dove Adamo aveva immesso un germe di morte.

È alla luce di questi testi che Genesi 3 prende luce. Se andiamo a vedere il testo troviamo che Gn 3 riprende questi temi sotto il manto del linguaggio mitologico: facciamo chiarezza su questo aspetto. Gn 3 e, in generale, i primi 11 capitoli del libro della Genesi sono storici o sono mitologici? Bisogna chiarirsi quando parliamo di storia e di mito. Se per mito intendiamo un racconto inventato, non sono un mito. E adesso spieghiamo perché. Se per mito, invece, intendiamo un rivestimento letterario, cioè spiegare qualcosa di reale, di concreto, di accaduto, attraverso una veste che non è quella della cronaca, ma è la veste sapienziale delle immagini che vengono utilizzate, allora il discorso è accettabile.

Perché Gn 3, sul peccato originale, non può essere lasciato al mito nel primo senso che abbiamo detto? Prima di tutto perché ci sono delle conseguenze storiche: la morte è qualcosa di storico, di concreto, che sperimentiamo. Il peccato è qualcosa di concreto. La perdita dello stato originario è qualcosa di concreto, come la perdita della grazia. Dunque, la causa adeguata di qualcosa di reale non può che essere reale e concreta a sua volta. Questo è importantissimo. E poi c’è quanto dicevamo prima, riguardo al rapporto Adamo-Cristo: Cristo è un personaggio reale, storico, dunque Adamo non è un mito, è un personaggio storico. La Redenzione è qualcosa di concreto, di storico, che è entrata nella storia. E anche il peccato originale è quindi qualche cosa di reale, concreto, accaduto. Perdere di vista uno di questi due poli fa cadere tutto: a noi non interessa mantenere un sistema, ma semplicemente non si spiega più il reale, non si comprende più come sono andate le cose.

In Gn 3 troviamo alcuni di questi aspetti, poi esplicitati in san Paolo, in san Giovanni e nel libro della Sapienza. Viene introdotta una creatura maliziosa, istigatrice, che è il serpente: non viene nominato come diavolo nel libro della Genesi, ma la sua identità è sempre stata incontestata, già anche nella tradizione rabbinica. Poi, l’identità del maligno, del diavolo la troviamo esplicitata nel libro dell’Apocalisse (9, 12), quando san Giovanni dice che il drago è il serpente antico, il diavolo. Dunque, esplicita questa corrispondenza.

Secondo: troviamo una tentazione. Una tentazione che viene dal demonio, non viene da Dio. Dio non tenta: può permettere la tentazione, può permettere la prova, ma non è Lui che tenta. Dunque, è una tentazione che si instaura tra il demonio e, in questo caso, la donna, l’essere umano. Ed è una tentazione che si insinua attraverso il dialogo: anziché rompere questa insinuazione rivolgendosi a Dio, si accetta di rimanere dentro un rapporto dialogico con chi insinua qualcosa contro Dio.

Terzo: la sostanza del peccato, che è una disobbedienza. Dio ha detto una cosa, Adamo ed Eva ne fanno un’altra. Una disobbedienza – ritroviamo il linguaggio di Romani 5 (obbedienza e disobbedienza) – causata da che cosa? Dalla superbia dell’uomo, il quale cede alla seduzione di voler essere come Dio, senza Dio. Questi sono gli aspetti portanti del capitolo 3 del libro della Genesi.

Ora, in Romani 5 si accenna a quello che noi vediamo nel seguito del capitolo 3 della Genesi, cioè: tutta la storia successiva è una storia diversa rispetto a quella dei primi due capitoli. Cioè, dopo il peccato abbiamo una serie di conseguenze che andremo poi man mano a vedere e analizzare e che già possiamo intuire, ossia quella perdita dello stato originario di cui abbiamo parlato negli scorsi tre incontri (vedi qui, qui e qui). Ma abbiamo un altro aspetto importante: troviamo che la generazione di Adamo ed Eva, cioè Caino e Abele già portano in sé qualche cosa che non c’era nei nostri progenitori; qualche cosa che i nostri progenitori acquisiscono a causa del peccato e che trasmettono; cioè inizia ad esserci un disordine. L’invidia, tipica del demonio, la troviamo già nella discendenza di Adamo ed Eva, quindi c’è qualcosa che si trasmette dalla coppia originale, per via di generazione. Di nuovo, stiamo vedendo il dato delle Scritture, avremo modo poi di sistematizzare tutto, ma è importante intanto avere questi elementi perché la dottrina della Chiesa non inventa, ma mette ordine e sistematizza i dati molto vivi delle Sacre Scritture.

Un altro punto importante lo troviamo in Giovanni 3. C’è una generazione cattiva, (non l’atto generativo, si intende), qualcosa di cattivo che si propaga, che si trasmette per via di generazione. Dall’altra parte, per usare quella tecnica del contrasto felicemente adoperata da san Paolo, abbiamo un’altra generazione che san Giovanni introduce nel capitolo 3 del suo Vangelo, nel colloquio tra Gesù e Nicodemo, laddove Gesù dice apertamente: «Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne, quel che è nato dallo Spirito è Spirito» (Gv 3, 5-6).

Dunque, c’è una generazione che trasmette una “tara”, un decadimento. C’è un’altra generazione, non tramite la carne come la prima, ma tramite l’acqua e lo Spirito, che trasmette la vita e la grazia. Vediamo di nuovo il contrasto.

E si comprende come la dottrina sulla Redenzione e quella sul peccato originale sono strettamente collegate l’una con l’altra. Se non comprendiamo il peccato originale nella sua essenza, nelle sue conseguenze, non possiamo comprendere la Redenzione operata da Cristo, che – come diceva san Paolo – è analoga, ma è molto più grande, è superiore. Perché? Perché la rigenerazione dall’acqua e dallo Spirito, la rigenerazione dall’alto non si limita a restaurare l’umanità com’era uscita dalle mani di Dio, ma gli dà qualcosa di più grande, in virtù di Colui che è il Redentore, in virtù di Cristo.

La prossima volta inizieremo il discorso sul peccato originale nella tradizione patristica. E in particolare faremo un focus su sant’Agostino e la crisi relativa al pelagianesimo.



ORA DI DOTTRINA / 100 – IL VIDEO

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