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IL LEGAME

Il pater familias, fondamento del diritto civile

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Ovunque l’ordinamento civile deve tutto o quasi al diritto civile romano. Allora l’ordinamento giuridico principale era la famiglia, fondata sul pater familias. Attaccando il padre, come fa il progressismo, si attaccano anche le regole per la convivenza civile.

Famiglia 24_11_2023
padre e figlio (foto licenza CC da rawpixel.com)

Lilly Gruber, nella puntata di Otto e mezzo del 20 novembre scorso, ha sostenuto che è innegabile che «in Italia ci sia una forte cultura patriarcale e che questa destra al potere non la sta proprio contrastando tanto». Poi ha aggiunto che  «abbiamo per la prima volta una donna presidente del Consiglio che però ci tiene ad essere chiamata “il presidente del Consiglio”: un mistero della fede per me, ma… sarà anche questo una cultura di destra patriarcale». Giorgia Meloni ha poi risposto per le rime, ma a noi non interessa qui entrare nella polemica sul patriarcato, reo per alcuni di contribuire ai cosiddetti femminicidi, polemica che, in modo surreale, si è poi innescata tra donne. Come se due donne discutessero di problemi di prostata (battuta sessista-maschilista).

È arcinoto che l’ideologia progressista odi l’autorità e quindi il nome per antonomasia che la identifica: il nome del padre. Il percorso di demolizione della figura del padre inizia con Satana che odia Dio, Padre di tutti i viventi. Poi si prosegue con Lutero che ha rifiutato l’autorità del Santo Padre. A seguire la Rivoluzione francese che ghigliottina il Re, padre della patria. Poi abbiamo il comunismo che con Engels vuole abolire la famiglia usando anch’esso la ghigliottina per staccarle la testa, ossia il padre che ne è appunto il capo per diritto naturale. Nel Sessantotto si ratifica tutto questo percorso decretando la morte di Dio e la ribellione verso ogni forma di autorità, verso ogni struttura gerarchica al cui vertice c’è un capo-padre, perché gerarchia è sempre, per i sessantottini, sinonimo di sopraffazione, di sopruso, di discriminazione, di violenza, dal momento che laddove c’è un capo non c’è uguaglianza. La narrazione di questi giorni relativa all’uccisione di Giulia Cecchettin ricalca limpidamente questi luoghi comuni e il riferimento della Gruber al patriarcato ne è ulteriore prova.   

Per il lettore della Bussola queste argomentazioni sono abbastanza familiari. Vorremmo però dare prova, tramite una riflessione di carattere storico-giuridico, del fatto che se elimini il padre crolla la convivenza civile. L’ordinamento giuridico di carattere civile – e non penale – presente nei suoi istituti di base in tutto il mondo deve tutto o quasi al diritto civile romano, almeno nei suoi profili essenziali. Qual era al tempo il principale ordinamento giuridico civile? Per fortuna lo Stato non esisteva ancora. È concetto relativamente recente. Esisteva la famiglia. Era lei il principale ordinamento giuridico, era lei ad incarnare le più importanti regole della convivenza civile.

E la famiglia su chi era fondata? Sul pater familias. Dobbiamo quindi concludere che i principali istituti di diritto civile che conosciamo noi oggi in tutto il mondo sono nati all’interno della famiglia, di una famiglia di stampo quindi patriarcale. Il diritto di famiglia (matrimonio, filiazione, etc.), quello commerciale (i contratti, le obbligazioni, etc.), quello successorio (l’eredità, le donazioni, etc.), quello risarcitorio e altri devono i loro profili essenziali allo ius nato in seno ad una famiglia il cui capo era il padre, perché era colui che non aveva più ascendenti vivi in linea diretta. La sua potestas e il suo mancipium – su persone e cose – erano estesissimi e a volte contrari a giustizia, soprattutto in epoca arcaica.

Ma ciò che ci preme sottolineare qui non è l’irreprensibilità della figura giuridica del pater familias, bensì un fatto, un fatto storicamente inoppugnabile: il fondamento di moltissimi nostri rapporti sociali disciplinati dal diritto e indispensabili per vivere in comunità trovano la loro genesi nelle regole che governavano la famiglia romana al cui vertice c’era il pater. Egli dunque era l’amministratore delle regole della convivenza della propria famiglia e di questa in relazione a terzi. Nei contratti, nel matrimonio, nella filiazione, nella richiesta di danni, allora è presente ancora oggi una componente paterna e, quindi, ineludibilmente virile.

Allora l’attacco a testa bassa che è iniziato a danno della figura del padre dalla notte dei tempi rischia di minare la stessa convivenza civile. La guerra ad un inesistente patriarcato – il cui etimo è anche nel termine pater – è un attentato all’identità del padre che può condurre al disordine sociale. Togli il padre, che è alla base della fioritura dei più importanti istituti di diritto civile, togli le regole per vivere insieme. Vietato vietare, si gridava in piazza negli anni della contestazione giovanile. E infatti, da sempre, la lotta contro il padre è ribellione contro le regole perché è il padre che in famiglia dovrebbe darle: è soprattutto lui che indica la norma, che fa usare la ragione per discernere il bene dal male e quindi è soprattutto lui che sanziona o premia. Ma è sempre lui che fornisce gli strumenti per rispettare la norma: la fortezza, la responsabilità, il coraggio, il dominio prima di tutto di sé stessi, etc.

Si attacca oggi il maschio perché è naturaliter padre; e il padre, storicamente, ha fornito le regole per non scannarci gli uni con gli altri. Se allora sopprimi il padre, non solo uccidi il maschio, ma anche il legislatore e il giudice, abbandonando così la società nelle fauci della barbarie anarchica, la stessa che ha ammazzato – guarda caso con sanguinaria ferocia – la giovane Giulia.



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