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Il Papa e la dignità umana che impreziosisce anche il dolore

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La persona è degna per il solo fatto che esiste, ha ricordato Leone XIV incontrando i malati a Lourdes. Una verità scomoda per un mondo che non tollera la sofferenza e vive sotto anestesia, senza poter provare più neanche la gioia.

Editoriali 01_10_2026
LaPresse (AP Photo/Laurent Cipriani)

«Mi uccida, altrimenti è un assassino!». Queste le parole che Franz Kafka, sul letto di morte, avrebbe pronunciato, secondo il suo biografo Max Brod, all’amico e medico Robert Klopstock, parole dettate dallo strazio che gli stava procurando una letale tubercolosi laringea. Anche Amleto, nel suo celebre monologo e accarezzando il paradosso, vedeva nella morte la salvezza da una vita solo afflitta da sofferenze.

Papa Leone XIV è di avviso diverso. Non c’è sofferenza che possa far scemare la dignità della persona: «La persona umana è […] “degna” per il semplice fatto di esistere», ha ricordato qualche giorno fa ai malati di Lourdes. Ed ha aggiunto: «So che per alcuni di voi, a causa di particolari patologie e di dolori talvolta terribili, l’orizzonte può apparire cupo, incerto, senza via d’uscita. Ma nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». Ma se noi siamo anche il nostro corpo, come è possibile che quando il corpo si piaga, quando viene flagellato dalla sofferenza, quando ormai è diventato una gabbia di dolore, come è possibile che la nostra dignità non s’impoverisca, non vada distrutta sotto l’impeto delle ondate di dolore che patiamo?

La persona è sinolo, ossia unione strettissima, di due principi: un principio materiale (il corpo) e un principio formale (l’anima razionale) che, per l’appunto, informa il corpo, lo struttura. Dignità significa preziosità. La nostra preziosità scaturisce dalla qualità della nostra natura che è razionale. È la nostra anima razionale, realtà la cui esistenza può essere provata razionalmente, che ci fa così preziosi. Quanto sin qui detto ci porta a due conclusioni. La prima: se la nostra preziosità è custodita dall’anima razionale ciò significa che nessuna imperfezione fisica, nessuna malattia, nessun dolore, nessuna inabilità potranno mai intaccare la dignità della persona. La dignità personale non può mai scemare. Infatti come un danno fisico potrebbe riverberarsi sul piano metafisico ledendo la natura umana? L’anima razionale non è scalfibile dalla malattia, dal dolore, etc. perché realtà spirituale.

La seconda riflessione nasce da una obiezione che così si articola: noi siamo l’unione strettissima di anima e corpo. L’anima non può fisicamente ammalarsi e quindi non può diminuire di valore. Ma il corpo sì. Dunque potremmo concludere che vale più la vita di un sano che di un malato perché, semplificando, il primo avrà un’anima e un corpo sano, mentre il malato avrà solo un’anima sana. Risposta all’obiezione. Come prima accennato, essendo la persona, finché vive, un’unità inscindibile di anima e corpo, ne deriva che la preziosità dell’anima si comunichi, informi anche il corpo. Ciò significa – ed è l’aspetto che più rileva per la nostra riflessione sul dolore – che tutto ciò che fisicamente accade in noi è pervaso da questa preziosità: dolore compreso. Anche la sofferenza viene impreziosita dalla dignità della nostra anima perché questa, nel vero senso della parola, anima il dolore, comunica a lui la sua preziosità, dunque la sua dignità. Perciò, anche se non lo vogliamo, di fatto la sofferenza è già spiritualizzata, è già elevata oltre il piano immanente e così il dolore, perché espressione di quel corpo informato da un’anima razionale, trascende la mera dimensione empirica. È la metafisica della sofferenza. Qui sta la sua dignità, espressa poi nel suo massimo grado nel Cristo crocefisso.

L’Ecce Homo di Antonello da Messina esprime compiutamente questo concetto: nella sofferenza redentrice c’è l’essenza dell’umanità, di ogni umanità. Ecco l’uomo, ossia vi mostro che il sofferente incarna in sé l’identità dell’uomo. Parole che suonano come bestemmie per le orecchie dei nostri contemporanei: «La sofferenza inutile è un male che dovrebbe essere evitato nelle società civilizzate» si poteva leggere nel Manifesto dell’eutanasia del 1974. Ma rimangono parole che esprimono una verità di carattere naturale, prima di esserlo sotto la prospettiva soprannaturale della fede.

Ciò non implica il dovere morale assoluto di non combattere il dolore –  l’astenersi dalle cure antalgiche può essere una via perfettiva in ossequio ai consigli supererogatori – perché è bene eliminare ciò che non era nei piani di Dio quando ci ha creati, dato che il dolore è conseguenza del peccato originale, però un dolore che, lo ripetiamo, viene comunque perfuso dalla dignità dell’anima.
La bestemmia è inaccettabile perché, come scriveva Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae, «l'eclissi del senso di Dio e dell'uomo conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano l'individualismo, l'utilitarismo e l'edonismo. […] In un simile contesto la sofferenza, inevitabile peso dell'esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita personale, viene “censurata”, respinta come inutile, anzi combattuta come male da evitare sempre e comunque. Quando non la si può superare e la prospettiva di un benessere almeno futuro svanisce, allora pare che la vita abbia perso ogni significato e cresce nell'uomo la tentazione di rivendicare il diritto alla sua soppressione» (22).

Sulla stessa frequenza d’onda il cardinale Elio Sgreccia, già Presidente della Pontificia Accademia per la Vita: «La risposta del mondo secolarizzato di fronte alla sofferenza è ben precisa: quella del rifiuto. Ciò vuol dire che la sofferenza deve essere combattuta e dominata in tutti i modi e, quando non è più suscettibile di guarigione, deve essere rifiutata la vita provocando la morte» (Sofferenza e morte nella cultura contemporanea, in Congregazione per la Dottrina della Fede [ed], Sull’eutanasia, LEV, p. 50).

Analoghe riflessioni vengono articolate dal filosofo Emanuele Samek Lodovici: «L’uomo rifugge dal soffrire, non si chiede più se il dolore possa avere senso per lui, insegnargli qualcosa (per esempio sulla sua precarietà, sul senso della sua vita); poiché è un fenomeno che riguarda esclusivamente il corpo, esso va affrontato solo per essere eliminato; da questo momento l’uomo “spedalizza” la sua vita; si sente un assistito perenne, la cui richiesta esclusiva si condensa in una sola parola: consumare anestesie» (Metamorfosi della gnosi, Ares, p. 250). L’uomo contemporaneo è costantemente sotto anestesia grazie ad infusioni di benessere sensibile, una sorta di distrazione di massa dalla sofferenza esistenziale e dall’idea della morte in cui il contributo della realtà digitale è massimo perché smaterializza la vita e quindi, ma solo apparentemente, anche il dolore. Però queste infusioni sono solo piacevoli, non gioiose, perché la gioia è frutto della verità e spesso questa si sconta soffrendo.

A tal proposito sempre Samek Lodovici accennava anche all’esistenza di un’ars patiendi, un’arte del soffrire, ossia, aggiungiamo noi, una capacità di accettare il dolore perché ricco di senso, un senso che deriva in prima battuta dal riconoscere che il dolore, per quanto paradossale possa apparire, è un’espressione della nostra dignità e, in secondo luogo, dall’offrire quel dolore, un’offerta che trova la sua ragionevolezza solo sul piano spirituale, dove un’esperienza meramente fisica trascende in un significato metafisico. E così concludeva: «quell’antica ars patiendi […] rendeva anche possibile l’esperienza della gioia. È noto, infatti, come l’incapacità di sopportare qualunque dolore renda di fatto irraggiungibile, all’altro estremo, la gioia» (Ib. p. 252). E così l’uomo si trova a metà strada tra il dolore e la gioia, in una zona grigia chiamata indifferenza. 



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