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Il libro dei sogni renziano: meno tasse e più debiti

Secondo il programma di Matteo Renzi sono previste riduzioni fiscali per 105 miliardi di euro da qui al 2018. Una cifra difficile da pareggiare, soprattutto considerando che nessuno, nemmeno Monti, è mai riuscito a ridurre sensibilmente la spesa pubblica. Sono programmi poco credibili che non fanno altro che contribuire al declino.

Matteo Renzi

Quello di scrivere il libro di fine carriera è il desiderio di tutti i politici. Pare anche di Matteo Renzi che, per ora ancora saldo (per quanto, non è dato sapere), sul sellino di Palazzo Chigi pare abbia intenzione di scriverne uno a breve: quello dei sogni. Peccato rischi di non essere scritto su carta, ma inciso direttamente sulla pelle dei contribuenti.

Onde non rischiare di passare per populisti, precisiamo che neppure le altre forze politiche sembrano avere la bacchetta magica per risolvere i problemi (tutt’altro) e ricapitoliamo, per punti, il plot della trama che Renzi intende scrivere di qui al 2018: abolizione della Tasi sulla prima casa, dell’Imu sui campi e sugli “imbullonati” (odiosa imposta sui macchinari industriali ancorati a terra, tassati alla stregua di abitazioni) entro il 2016 per il valore di 5 miliardi di euro; 15 miliardi di taglio dell’Ires nel 2017 e altri 15 all’Irpef nel 2018 per un totale di 35 miliardi di euro di abbattimento fiscale complessivo. Non solo: Renzi ha anche intenzione di disinnescare gli aumenti dell’Iva e delle accise, che da soli valgono la bellezza di 16 miliardi di euro.

Poi, giusto per non farsi mancare nulla, punta a rendere strutturale la decontribuzione per i nuovi assunti e stanziare risorse per il rinnovo del contratto per i dipendenti pubblici, obbligatorio dopo che, nello scorso giugno, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il blocco della contrattazione per il periodo 2010-2015. L’aggravio di spesa? Circa 13 miliardi per il 2016 che, considerando anche il biennio successivo, fanno almeno 39 miliardi (almeno perché una volta sbloccati i contratti aumenteranno poi di anno in anno). La decontribuzione invece, stima la Cgia di Mestre, dovrebbe costare attorno ai 15 miliardi in un triennio.

Ora facciamo qualche semplice conticino: 35 miliardi di taglio di tasse +16 di Iva e accise +39 di rinnovo dei contratti +15 di decontribuzione, fanno 105 miliardi di euro che Renzi dovrà trovare di qui al 2018. Una cifra pari, grosso modo, al 13% della spesa pubblica e al 7% del Pil annuale. Numeri obiettivamente difficili da conseguire anche a patto di tagliare, coscienziosamente, la spesa pubblica, cosa che i governi da Monti in poi non sono mai “riusciti”, diciamo così, a fare per mezzo dei numerosi commissari alla spending review (Enrico Bondi, Mario Canzio, Carlo Cottarelli, Yoram Gutgeld) passati per gli uffici di Palazzo Chigi. Una revisione che ora non si vuol più neppure fare in quanto, a giudizio del governo, deprimerebbe l’economia.

L’obiettivo è quindi quello di finanziare la spesa a deficit, puntando sulla crescita degli anni successivi. Peccato che i conti non tornino lo stesso: anche presupponendo una crescita dell’1,4% per il 2016, dell’1,5% per il 2017 e dell’1,4% nel 2018, il Pil aumenterebbe di circa 66 miliardi, che vuol dire – ad andar bene – un gettito di 33, un terzo della cifra necessaria a completare il libro dei sogni. Inoltre tutte le previsioni degli anni passati si sono rivelate erronee: ad esempio nel novembre 2013 l’Ocse aveva previsto un +0,6% di Pil per il 2014, che aveva poi dovuto rettificare con un più modesto +0,5% a maggio e con un rovinoso -0,4% a settembre.

Il lettore ci scuserà per l’ossessiva ripetizione del termine ma - a conti fatti - rischiamo di trovarci con altro debito sulla testa senza che questo dia per forza vita a una maggiore crescita. Si dirà che sono finiti i (bei) tempi dei Benjamin Franklin secondo cui era “meglio andare a letto senza cena che fare un debito” e che, nell’attuale situazione macroeconomica, i governi devono sollecitare la crescita economica con robuste iniezioni di spesa pubblica. Peccato che, all’atto pratico, questa teoria non funzioni. Basti pensare che l’Italia ha un livello di spesa pubblica in rapporto al Pil tra i più alti degli Stati del pianeta Terra, ma una crescita fra le più basse. Fosse corretta la prospettiva keynesiana dovremmo essere la nazione più ricca al mondo e invece siamo ridotti come tutti sappiamo.

L’amara verità è che ogni euro speso va preso dalle tasche dei cittadini: vuoi con le tasse, vuoi con il debito, che è una tassa spostata nel tempo, vuoi con l’inflazione, che è invece una tassa nascosta di cui ci si accorge solo in un secondo tempo. Chi sostiene il contrario lo fa per le ragioni più disparate: Renzi, ad esempio, è in calo nei sondaggi – dall’apice del 70,4% del maggio 2014 è continuato a scendere fino al 35% di oggi - e cerca di recuperare con qualche punta di demagogia qua e là.

Peccato la sua retorica investa un ambito imperdonabile: le tasse che stanno martoriando famiglie (abbiamo già visto l’impietoso confronto con la Francia e altre nazioni europee) e imprese, che non reggono più il mix letale di crisi e aumento incessante di pressione fiscale. Prendere in giro gli italiani su ciò che, al momento, fa loro più male è atto quantomeno indegno per un presidente del Consiglio.

C’è da dire che i suoi predecessori non sono stati da meno. A conti fatti, aveva ragione Luigi Einaudi quando diceva che «in Italia nessuno crede, nemmanco a scuoiarlo vivo, che le imposte possano in futuro diminuire. Aumentare sì, diminuire mai». Era il 1946 e, a settant’anni di distanza, nessuno è stato in grado di smentirne la profezia. 

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