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L'EDITORIALE

Il governo assediato dal nulla

L'appello di Bersani alle dimissioni è (nel senso peggiore) romanzesco. L'opposizione non ha nulla da proporre in cambio. Il governo deve quindi fare le riforme promesse. Sennò colerà a picco pur con la maggioranza degli italiani che sta dalla sua.

Editoriali 22_07_2011
Silvio Berlusconi

 

Un governo espresso da una coalizione votata dalla larga maggioranza degli elettori sta cedendo sotto l’assedio del nulla. Questo è in sintesi il dramma politico che si sta consumando sulla scena della vita pubblica del nostro Paese. C’è qualcosa di paradossale ma nel medesimo tempo di romanzesco (nel senso peggiore di entrambi i termini) nel ricorrente appello di Pier Luigi Bersani alle sue dimissioni. Secondo le regole della democrazia in questa materia il capo dell’opposizione  non lancia appelli, ma vota e fa votare i suoi contro chi è al potere. E se i voti contro sono più numerosi dei voti a favore quella che era maggioranza diventa minoranza e quindi il governo in carica cade. Qui invece siamo al caso di un’opposizione che senza avere i numeri per diventare maggioranza pretende tuttavia di essere legittimata a chiedere le dimissioni del governo. Il fatto che tale pretesa venga ribadita quasi ogni giorno  finisce per farci credere che sia cosa logica e normale mentre non lo  è affatto. Ed è giusto e doveroso non dimenticarselo. Così pure non va mai dimenticato e va sempre sottolineato che appunto il governo è assediato dal nulla, ovvero da un’opposizione che non è in grado di proporre alcun seria alternativa ad esso. Ciò in primo luogo perché è unita soltanto nel suo essere contro Berlusconi e divisa su tutto il resto; e in secondo luogo perché nessuna delle sue componenti si dimostra capace di proporre un progetto politico minimamente adeguato alle urgenze del momento.

Nondimeno la diffusa accettazione o in ogni caso la diffusa sopportazione di tale stranezza merita di venire attentamente considerata. Per un solido e stabile insieme di condizioni socio-culturali nel nostro Paese la maggioranza degli elettori è su posizioni di centro-destra. Non esiste da noi una massa rilevante di elettori disponibile a sostenere una volta un governo di destra e un’altra un governo di sinistra sulla base di valutazioni empiriche contingenti. Da noi la scelta elettorale è comunque il riflesso di scelte di appartenenza socio-culturale tendenzialmente stabili. E d’altra parte da noi la sfera della politica influisce o pretende di influire sulla sfera della società in modo molto più penetrante di quanto avvenga altrove, e in particolare negli Stati Uniti, il Paese dove appunto assai più che tipicamente esiste quella massa di elettori molto mobile di cui si diceva. L’elettore di centro-destra deluso magari arriva a votare per il centro-sinistra in elezioni locali, come di recente è accaduto. Al momento poi delle elezioni politiche piuttosto non va a votare, ma di rado arriva a votare contro. Il centro-sinistra lo sa bene; perciò non spera tanto nella vittoria secondo le regole della democrazia quando nella conquista del potere a mezzo di  "golpe" mediatici-giudiziari, come bene si vede in questi  ultimi mesi.

Stando così le cose è ragionevole ma ciononostante inutile soffermarsi a esecrare la slealtà di questo metodo. Occorre piuttosto spronare il governo voluto dalla maggioranza degli elettori a fare quello che aveva promesso e che sin qui non ha fatto ovvero ha fatto in misura tanto esigua da essere per poco rilevante. Faccia davvero le riforme che avrebbe già dovuto fare da anni, riformi davvero l’amministrazione dello Stato, abbatta il debito pubblico con un grande programma di privatizzazioni e non aumentando la pressione fiscale come in effetti sta facendo adesso, e si salverà. Altrimenti andrà a fondo malgrado abbia strutturalmente la maggioranza dei consensi, e insieme con lui andrà a gambe all’aria anche il Paese. È chiaro che si tratta di un’impresa colossale, ma non ci sono alternative. Già s’intravede l’alba livida di una nuova "tangentopoli", ovvero dello straripamento disastroso in campo politico del potere giudiziario. Difficilmente l’Italia di oggi, economicamente e culturalmente molto più debole di quella della metà degli scorsi anni ’90, sopravviverebbe senza danni irreparabili a una seconda tempesta del genere.