Il gay pride israeliano a Sodoma, una mossa di strategia
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A giugno sulle rive del Mar Morto il gay pride israeliano, sulle rovine dell'antica Sodoma. Ma la religiona non c'entra. Semmai un'astuto messaggio a libertari e ortodossi...
A Tel Aviv c'era già un mega Gay Pride, naturalmente tacciato di abominio dagli ebrei ortodossi, così che Israele ha due capitali, una “laica” (l'amministrativa Tel Aviv) e una religiosa (Gerusalemme). Ma i “religiosi”, come diceva De Andrè in Bocca di Rosa, “si limitavano all'invettiva” perché erano già colmi di privilegi, primo dei quali l'esenzione dalla leva militare in un Paese da sempre sotto assedio e costretto, perciò, a sottoporre a naja anche le donne.
Ora, Israele ha deciso di far esibire gli appassionati nel Festival Gayo più grande del mondo. Entro i suoi confini. Per l'esattezza, a sud del Mar Morto. E' stato giustamente notato che la zona è quella delle bibliche Sodoma & Gomorra, dunque molto appropriato. Prima di dare la stura ad apocalittiche interpretazioni, però, vorrei sommessamente suggerire alcune considerazioni.
Tutto si può dire degli israeliani, ma non che siano stupidi. Oltre al servizio segreto più astuto del mondo hanno stuoli di biblisti, perciò sanno quel che fanno. Innanzitutto, il mese del Pride è tradizionalmente giugno, e il Mar Morto è sito in una delle depressioni terrestri più importanti. Ciò significa che a giugno da quelle parti bisogna andarci con una tuta ignifuga da astronauta.
Poi, la storia insegna che, ai governanti di Israele, della religione non è mai importato un fico secco. Neanche della loro. Hanno solo fondato un posto sicuro in cui gli ebrei di qualunque provenienza fossero al riparo da pogrom e persecuzioni. Whatever it takes.
Dopo il tristissimo 7 ottobre hanno semplicemente deciso che è ora di smettere di giocare alla pace, alla tregua, agli accordi sempre disattesi dalle controparti e vedere di chiudere il discorso una volta per sempre. Pure lo slogan “due popoli, due stati”, che seduce molte anime belle anche cattoliche, non è che, appunto, un flatus vocis: basta che Hamas o chi per esso vinca le lezioni con le buone o con le cattive, ed eccoci punto e a capo.
All'epoca delle guerre con gli stati arabi la propaganda israeliana fu efficace: Adamo cantava Inch'Allah, gli hippies americani intonavano Let my people go, e, da Giorgio Bocca, sappiamo che il caso Kurt Waldheim (andate a vedere in internet) non era nato da solo e par hasard. Ma oggi i comunisti (è inutile chiamarli “sinistre”: sono sempre loro) di tutto il mondo sono diventati ProPal.
Qualcuno è stato più bravo della propaganda israeliana. Chi? I soldi del Qatar (che ospitava i vertici di Hamas)? Il solito Soros? Quest'ultimo è, sì, ebreo, ma la sua storia personale indica che dell'etnia e della religione non gli è mai importato niente. Sia come sia, è un fatto che oggi tutta la propaganda del mondo è contro Israele, e mi pare che i suoi strateghi stiano semplicemente cercando il modo di ribaltare la situazione. O almeno, di dividere l'opinione pubblica occidentale.
Da qui, secondo me, la mossa di titillare una delle centrali internazionali maggiormente provviste di denari e accesso alla propaganda: Hollywood, l'ambiente artistico, i padroni dei media. Il messaggio di un Gay Pride sito a Sodoma è chiaro: cari libertari, coi musulmani un'offerta del genere ve la sognate. E ci mettiamo anche la gomitatina agli ortodossi: visto dove glielo faccio fare, il Festival? Infatti, la mossa di inondare Facebook di belle ragazze in mimetica con la Stella di David, e con testimonial come Gal Gadot, Scarlett Johansson e Barbara Streisand non sembra sia stata granché efficace...

