Il decalogo per asservire i giornalisti alla propaganda Lgbt
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L’Ordine del Piemonte ha redatto una Carta Arcobaleno in dieci punti, con cui si chiede ai giornalisti di adattare il linguaggio, le informazioni, le fonti, etc., in base ai desiderata dei gruppi Lgbt. Un decalogo per mistificare la realtà, perciò contrario alla deontologia. E i suoi promotori puntano a farlo approvare dall’Ordine nazionale.
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Le parole dovrebbero servire per descrivere la realtà. Invece per l’ideologia, qualsiasi ideologia, le parole servono o per occultare la realtà o per mistificarla o per crearne una nuova in perenne conflitto con la vera realtà.
Tali sono le premesse che stanno a monte della Carta Arcobaleno. Per un’informazione rispettosa e consapevole sulle persone LGBTQIA+. Questo documento, redatto dall’Ordine dei giornalisti del Piemonte e promosso insieme al Coordinamento Torino Pride, vuole indicare alcune pratiche giornalistiche utili per promuovere le rivendicazioni LGBT nel mondo dei media. La Carta verrà presentata il 17 maggio – Giornata contro l’omotransfobia – presso il Salone del libro di Torino. L’auspicio degli estensori è quello che venga adottata dall’Ordine nazionale.
Il documento è un vero e proprio decalogo del buon giornalista a servizio della propaganda arcobaleno. Vediamo alcune di queste dieci norme: «Uso di un linguaggio ampio e plurale. La/il giornalista evita stereotipi di genere, espressioni, immagini e comportamenti lesivi della dignità della persona o patologizzanti, e si impegna ad aggiornare il proprio vocabolario». Dunque si vieta la critica, eccetto quella allineata al mainstream. Vietato al giornalista formulare opinioni e pareri anche fondati, ma divergenti rispetto ai diktat del partito arcobaleno: tali opinioni e pareri verrebbero bollati come stereotipi, espressioni, immagini e comportamenti lesivi della dignità della persona.
Saltiamo al quarto comandamento arcobaleno: «Ricorso a fonti qualificate e rappresentative. La/il giornalista si impegna a consultare persone esperte e a dare voce a figure dell’attivismo e rappresentanti delle comunità LGBTQIA+ quando tratta temi che riguardano direttamente la vita e la dignità delle persone LGBTQIA+». Questa è informazione di parte perché pare proprio che tale indicazione voglia privilegiare esclusivamente solo un genere di fonti ed escluderne altre. E così, ad esempio, se il Parlamento varasse sussidi unicamente per le coppie omosessuali e un giornale decidesse di chiedere un parere solo ad attivisti gay, il lettore potrebbe sentire solo una campana e quindi il giudizio che avrebbe sarebbe parziale.
Settimo comandamento: «Contestualizzare senza etichettare. Laddove vi sia il rischio che la notizia possa rafforzare pregiudizi e stereotipi, la/il giornalista inserisce i fatti nel loro contesto sociale, politico e culturale. Evita di citare aspetti identitari se non sono rilevanti ai fini della notizia». Tradotto: tacere su quegli aspetti che non portano acqua al mulino delle rivendicazioni LGBT e che, al contrario, possono intaccare l’immagine di quel mondo. Facciamo un esempio: un ragazzo gay fa una strage in una scuola perché bullizzato per il suo orientamento. Nella notizia sarebbe meglio omettere che è omosessuale.
L’ottavo comandamento della Carta Arcobaleno riecheggia il «Non nominare il nome di Dio invano» e infatti così prescrive: «Uso del nome e dei pronomi scelti. La/il giornalista non usa il nome anagrafico precedente (dead name) di una persona trans o non binaria senza consenso, né attribuisce genere o pronomi errati. Si usa il nome di elezione». Un vero e proprio atto di abdicazione alla realtà, al dovere del giornalista di raccontare i fatti per quello che sono e non per quello che qualcuno vorrebbe che fossero. Un uomo è un maschio e questo è un fatto. Ed è un fatto anche la volontà di quest’uomo di farsi chiamare Bianca, un fatto che però esige di essere commentato in modo adeguato.
Passiamo al nono comandamento: «Moderazione dei commenti online. Le testate giornalistiche sono invitate a moderare o a rimuovere commenti d’odio e di disinformazione dalle proprie piattaforme e dai propri canali social». È una vera e propria censura contraria alla libertà di espressione che, per paradosso, è la libertà più cara al giornalismo. Scriviamo questo perché va da sé che un qualsiasi rilievo critico all’omosessualità e alla transessualità, sebbene rispettoso delle persone, verrebbe immediatamente ascritto alla categoria “Commenti d’odio” da parte di chi avrebbe adottato la Carta.
Ultimo comandamento: «Promozione di un’informazione inclusiva nelle redazioni. La/il giornalista promuove nelle redazioni di appartenenza la sensibilizzazione e la formazione sui temi della diversità, equità, inclusione e accessibilità. Laddove possibile, sollecitando l’individuazione della figura di una/un Diversity Editor». Si prevede dunque anche la figura del censore editoriale, del precettore in seno alla redazione, del castigatore tra colleghi dei costumi non inclusivi.
Giudizio sintetico su questa Carta Arcobaleno: è un documento che entra in rotta di collisione con la deontologia professionale del giornalista. Infatti mistifica la realtà e non la racconta per quello che è, tappa la bocca ai dissenzienti, è partigiana perché dà voce solo ad un gruppo sociale adottando esclusivamente la sua prospettiva di giudizio, non promuove la libertà di informazione né il tanto decantato pluralismo dell’informazione perché cassa a monte fatti e giudizi non in linea con l’orientamento LGBT.

