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Il 5 per mille stravolto dalla legge di stabilità 2011

In Italia regna un'atavica paura delle cose semplici. il ministro Tremonti promette soluzioni. Vediamo

5 per mille

Si scrive cinque e si legge uno. Si continua a parlare di cinque per mille, ma questa possibilità è stata profondamente modificata nella legge di stabilità per il 2011 che ha portato da 400 a 100 milioni i fondi destinati a finanziare ricerca, volontariato, assistenza e non profit. Come se la quota dei fondi non venisse dalle scelte dei cittadini/contribuenti, ma fosse una benevola elargizione dello Stato. Con un salto finanziario di non poco conto e anche con una preoccupante giravolta logica.

Il cinque per mille era stato pensato e voluto come un modo di sostegno da parte dei cittadini di quel vasto mondo di attività sociali che si regge soprattutto grazie al finanziamento diretto da parte di singoli e di gruppi sociali. E vi è da ricordare che il decreto istitutivo del cinque per mille porta la data del gennaio 2006 e la firma dell’allora (e attuale) ministro dell’economia, Giulio Tremonti che ha più volte rivendicato la paternità dell’iniziativa. Con il cinque per mille si dava attuazione ad una forma coerente e significativa di sussidiarietà orizzontale, cioè di definizione immediata e senza l'intermediazione statale, delle finalità sociale a cui destinare una parte, ancorchè limitata, delle tasse pagate da ciascuno.

In pratica, con questo metodo, chi ha un reddito di 30mila euro su cui paga 10mila euro di tasse dovrebbe poter decidere di destinare il cinque per mille delle proprie imposte, cioè 50 euro, ad una organizzazione scelta indicandone il codice fiscale nella dichiarazione dei redditi e senza altri oneri.

Detto così il meccanismo appare semplice e immediato. Ma l'amministrazione e la politica hanno in Italia un'atavica paura delle cose semplici. La logica del cinque per mille dovrebbe prevedere la rinuncia fin dall'inizio di questa quota di entrate da parte dello stato. Invece questa possibilità aveva un tallone d’Achille: è stata infatti considerata come un ordinario "provvedimento di spesa", da finanziare di anno in anno con appositi capitoli di bilancio. E' così che le indicazioni dei contribuenti possono facilmente diventare delle illusioni. Nella legge di stabilità per il 2011 infatti di fronte a un impegno prevedibile tra i 400 e i 500 milioni è stato, come detto, proposto e approvato uno stanziamento di soli 100 milioni ovviamente sollevando accese proteste da parte del mondo del volontariato. E non senza ragione.

Il meccanismo del cinque per mille aveva dato ottimi risultati negli anni passati e aveva garantito un significativo flusso di finanziamenti alle attività sociali. E' chiaro che su questa premessa le organizzazioni interessate hanno messo in cantiere, come è giusto e doveroso, anche programmi a medio termine di carattere strutturale. E invece anche il cinque per mille si dimostra così una ennesima forma di bizantinismo politico. Un meccanismo facile, immediato, capace di sollecitare la partecipazione dei cittadini e la responsabilità degli enti e delle associazioni finanziate, viene praticamente stravolto nella sue basi non solo democratiche, ma anche logiche. Tremonti ha promesso che voterà a favore del ripristino dei fondi a patto che questo avvenga a parità di gettito e quindi risparmiando da qualche altra parte. Dove? Il ministro lo ha fatto capire: è stato il Parlamento a voler aumentare gli stanziamenti per i giornali di partito e le televisioni private ed era gioco forza diminuirli deve era possibile.

C’è da augurarsi che Tremonti vinca questa battaglia come peraltro auspicato dallo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha sottolineato nei giorni scorsi il ruolo centrale del volontariato nella crescita sociale del Paese. Un passo indietro sul 5 per mille sarebbe un’amara dimostrazione di una prassi politica che anche quando sembra aprire spazi di partecipazione alla "società civile" poi se ne pente e torna ai vecchi meccanismi di assistenzialismo deciso dall'alto.

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