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LA RICORRENZA

I Giuseppini del Murialdo, 150 anni sotto il manto di san Giuseppe

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Il 19 marzo 1873 san Leonardo Murialdo fondava a Torino la Congregazione di San Giuseppe. Il patrocinio del padre di Gesù venne da sé, naturalmente. Da lì un carisma fondato su una vita umile, laboriosa e piena di carità, imitando lo sposo della S. Vergine. Con una missione specifica verso i giovani: «Educare per il Paradiso».

Ecclesia 20_03_2023

Centocinquant’anni fa, sotto il patrocinio del padre putativo di Gesù, nasceva la congregazione di San Giuseppe, fondata il 19 marzo 1873 da san Leonardo Murialdo. «Il diciannove di marzo, festa di San Giuseppe, purissimo sposo della Vergine Maria e Patrono della Chiesa universale»: è con queste parole che inizia il verbale della fondazione dell’istituzione religiosa.

Una piccola cappella - dedicata ovviamente al santo falegname - all’interno del Collegio Artigianelli di Torino ospita l’atto della fondazione, una scena che possiamo solo immaginare: in questo piccolissimo luogo sacro, quel 19 marzo, si erano riuniti san Leonardo Murialdo e i suoi collaboratori don Costantino, don Reffo, don Mussetti (insieme a due chierici e due giovani del collegio), per dare vita alla nuova famiglia religiosa che nasceva a tutti gli effetti sotto l’alto patrocinio del “papà per eccellenza”, l’amorevole custode di altra Famiglia, quella con la “F” maiuscola: la Sacra Famiglia di Nazareth.

Dopo aver celebrato una Santa Messa per questo importante evento, il Murialdo fece un breve discorso. Il solenne momento della professione religiosa venne sottolineato dal canto del Veni Creator: «Veni, creátor Spíritus,/ mentes tuòrum vísita,/ imple supérna grátia,/ quæ tu creásti péctora». I cuori e le menti dei presenti s’inginocchiarono così ai piedi dell’altare: Murialdo lesse per primo la formula della professione, che successivamente fu letta dagli altri sacerdoti e dai due chierici mentre i due giovani del collegio davano inizio, in quell’istante, al loro noviziato. Nel pomeriggio, il gruppetto della fondazione si recò presso il Cottolengo per salutare monsignor Eugenio Galletti, allora vescovo di Alba.

Di ritorno al Collegio Artigianelli, ci fu una doverosa tappa: il santuario della Consolata, il più importante santuario della città e dell’Arcidiocesi di Torino, un luogo-simbolo per tutti i torinesi. Qui, davanti alla magnifica e miracolosa icona della Vergine, san Leonardo Murialdo e i “compagni di viaggio” resero grazie a Lei, alla Madre di tutti gli uomini. Questo, in sintesi, l’incipit della congregazione di San Giuseppe.

Fin dalle origini, la congregazione dei Giuseppini del Murialdo ha avuto la specifica missione di dedicarsi soprattutto ai giovani, oltre che ai poveri, agli abbandonati, agli emarginati. Quello tra i giovani e la congregazione sarà un legame che non si sfalderà mai e che oggi, a distanza di un secolo e mezzo, ancora dura e si rinnova sempre, in nuove formule. Se si pensa ai padri Giuseppini, subito, risaltano alla mente e all’anima due immagini, indelebili: un cuore di padre e i giovani; un cuore paterno che accoglie i figli e che li conduce verso la santità, la «vita buona del Vangelo». In fondo era stata chiara fin dal principio la missione dei Giuseppini: offrire alla società e alla Chiesa una proposta formativa che si rivolgesse a ogni ragazzo nella sua integralità, finalizzata alla sua salvezza e alla sua felicità eterna. San Leonardo Murialdo definirà tutto ciò con un semplice motto: «Educare per il Paradiso».

E così ancora oggi fanno i suoi figli, i padri Giuseppini, seguendo sempre come modello il santo sposo della Vergine, educatore e lavoratore silenzioso. I religiosi del Murialdo continuano a guardare a san Giuseppe per poter imparare prima di tutto la pronta obbedienza alla volontà di Dio, conducendo una vita povera e laboriosa. Virtù caratteristiche della congregazione sono l’umiltà e la carità.

In merito ai tempi della fondazione, è assai interessante ciò che scrive don Reffo, uno dei collaboratori più vicini al Murialdo: «La nostra congregazione ebbe la fortuna di ricevere il bel nome di san Giuseppe. Esso non è stato imposto; le è come venuto da se stesso e noi ci trovammo ad essere figli di san Giuseppe quasi senza che ce ne avvedessimo. Fu cosa del tutto spontanea e naturale; non ci si studiò sopra e fu san Giuseppe che volendo la nostra congregazione se ne fece, come per suo diritto, patrono e titolare».

Da quel 1873 sono trascorsi 150 anni, ma lo spirito è sempre lo stesso. In questi anni la congregazione ha conosciuto un’espansione in tutto il mondo. Attualmente, nel 2023, sono 16 i Paesi nei quali opera. Solo per citarne alcuni: Brasile (i Giuseppini vi arrivarono nel 1915); Ecuador (1922); Argentina (1936); Stati Uniti d’America (1949); Guinea Bissau (1984); Messico (1990); Nigeria (2014). «Ispirandosi a san Giuseppe, educatore di Gesù, i Giuseppini amano vivere tra i giovani come amici, fratelli e padri, partecipando alla loro vita, condividendo le loro gioie e sofferenze e creando con loro un clima di fiducia e ottimismo», così recita l’articolo 50 delle Costituzioni della congregazione. Uno spirito, un carisma, dunque, che richiama alla paternità. Ed è proprio in questo discorso che si inserisce uno dei temi più importanti che fanno della congregazione uno degli istituti religiosi più attenti alle proprie origini: è il tema dell’accoglienza. Al riguardo, i padri Giuseppini, nel nostro mondo contemporaneo, annoverano fra le loro attività: case-famiglia, centri diurni, mense, comunità d’alloggio e molti centri doposcuola.

Ma oltre a queste attività legate all’accoglienza vi sono anche molteplici realtà profondamente radicate nella società, come i centri di formazione professionale. In questi, vive tutto l’originario spirito di san Leonardo Murialdo, figlio spirituale di san Giovanni Bosco, espressione di quella Chiesa piemontese attenta ai problemi del lavoro, soprattutto giovanile. Questione annosa anche per il nostro presente, in cui sembra risuonare la voce del Murialdo, che ai suoi confratelli scriveva: «Ci sono centinaia di poveri giovani cui manca un tetto che li difenda, un pane che li sfami e soprattutto un’educazione che li salvi».