Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
RAPPORTO FIDES

I 17 missionari uccisi nel 2025, testimoni di fede e di speranza

Rapporto Fides sui missionari uccisi: non solo religiosi, ma anche laici, non solo in odio alla fede ma anche in altre circostanze, in paesi violenti e in guerra. Sono 17 nel corso dell'anno, di cui 10 in Africa.

Libertà religiosa 02_01_2026
Processione ad Haiti (La Presse)

Come consuetudine, l’agenzia di stampa Fides a fine anno ha pubblicato il suo dossier sui missionari e sugli operatori pastorali uccisi nell’anno trascorso. «L’elenco annuale di Fides ormai da tempo non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto – chiariscono Elena Grazini e Luca Mainoldi, i curatori del dossier  – ma cerca di registrare tutti i cristiani cattolici impegnati in qualche modo nell’attività pastorale, morti in modo violento, anche se non espressamente “in odio alla fede”. Per questo si preferisce non usare il termine ‘martiri’, se non nel suo significato etimologico di ‘testimoni’, per non entrare in merito alle indagini che la Chiesa potrà eventualmente condurre intorno alle circostanze che hanno portato alla loro morte, per poi riconoscere il loro martirio. In modo analogo, il termine ‘missionario’ può essere riferito a tutti i battezzati più coinvolti nell’opera apostolica, visto che ‘in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario’ (cfr Mt 28, 19)».

Secondo le informazioni raccolte dall’agenzia di stampa, nel 2025 sono stati uccisi 17 missionari e missionarie: sacerdoti, religiose, seminaristi e laici. Sono tre in più rispetto al 2024. Come negli anni precedenti, il maggior numero di vittime si è registrato in Africa dove sono stati uccisi dieci missionari: sei sacerdoti, due seminaristi, due catechisti. Quattro missionari – due sacerdoti e due religiose – sono morti di morte violenta nelle Americhe, due – un sacerdote e un laico – in Asia e uno, un sacerdote, in Europa.

Ciò che accomuna la maggior parte dei missionari uccisi, al di là della diversità di età, profilo personale, contesto sociale in cui operano, è il fatto di aver accettato di vivere e svolgere la propria attività pastorale e caritatevole in contesti difficili, pericolosi: «le scarne informazioni sulla vita e sulle circostanze in cui è avvenuta la morte violenta di queste persone ci offrono immagini di vita quotidiana, in contesti spesso contrassegnati dalla violenza, dalla miseria, dalla mancanza di giustizia. Si tratta spesso – spiega il dossier – di testimoni e missionari che hanno offerto la propria vita a Cristo fino alla fine, gratuitamente».

Così è stato, ad esempio, di Evanette Onezaire e Jeanne Voltaire, due religiose appartenenti alle Piccole Sorelle di Santa Teresa di Gesù Bambino, che sono state assassinate il 31 marzo a Mirebalais, nel centro di Haiti, circa 60 chilometri a nord est della capitale Port-au-Orince, quando una coalizione di bande armate, la Viv Ansanm, ha invaso la città e ha attaccato esercizi commerciali, stazioni di polizia, una prigione, persino l’ospedale universitario. Le due religiose, per mettersi al sicuro, si erano rifugiate con una ragazza in una casa. Ma dei miliziani vi hanno fatto irruzione e hanno ucciso loro e le altre persone presenti. Da anni ormai Haiti è in balia di decine di bande armate. Nella sola capitale se ne contano circa 300 che controllano e si contendono l’80% del territorio urbano. Tuttavia i missionari, molti dei quali italiani, restano al fianco della popolazione quanto mai bisognosa di aiuto materiale e morale. Tra immense difficoltà e pericoli, cercano di tenere in funzione i servizi essenziali: ospedali, scuole, refettori, scuole materne e orfanotrofi. 

Anche il sacerdote cattolico Donald Martin Ye Naing Win, brutalmente ucciso in Myanmar la sera del 14 febbraio, aveva scelto di continuare a svolgere, a rischio della vita, il suo compito di pastore tra i fedeli a lui affidati. Era il parroco della chiesa di Nostra Signora di Lourdes situata in uno dei territori, il Sagaing, in cui si combatte la guerra scoppiata nel 2021 quando i militari hanno preso il potere con un colpo di Stato. Nella regione i combattimenti tra le Forze di difesa popolare, antigovernative, e l’esercito birmano sono incessanti. I militari non risparmiano religiosi e proprietà della Chiesa. Padre Donald Martin è stato brutalmente ucciso, mutilato e sfigurato a colpi di arma da taglio.

Il sacerdote Luka Jomo a sua volta ha voluto condividere la tremenda sorte degli abitanti di el-Fasher, capitale del Nord Darfur, Sudan, ultimo importante presidio dell’esercito governativo agli ordini del generale Abdel Fattah al-Burhan che, dall’aprile del 2023, combatte contro le RSF, una forza paramilitare agli ordini del generale Mohamed Hamdan Dagalo. La città assediata dalle RSF per 18 mesi è caduta a fine ottobre 2025 e gli abitanti fino ad allora sopravvissuti sono stati massacrati senza pietà. Padre Jomo era stato ucciso qualche mese prima, a giugno, da una scheggia di un proiettile di artiglieria insieme a due giovani.

Fides ha ricostruito per quanto possibile vita e circostanze della morte di questi e di tutti gli altri missionari caduti, dicendosi grata a tutti coloro che vogliano fornire aggiornamenti o correzioni. Di molti ha parlato, nel corso del 2025, la Nuova Bussola Quotidiana, nel suo blog “Cristiani perseguitati”.

Papa Leone XIV ha ricordato i missionari e gli operatori pastorali vittime di violenza nell’omelia pronunciata in occasione della Commemorazione dei Martiri e Testimoni della fede del XXI Secolo, il 14 settembre scorso, festa dell’Esaltazione della Santa Croce. «Nel corso dell’Anno giubilare – ha detto – celebriamo la speranza di questi coraggiosi testimoni della fede. È una speranza piena d’immortalità, perché il loro martirio continua a diffondere il Vangelo in un mondo segnato dall’odio, dalla violenza e dalla guerra; è una speranza piena d’immortalità, perché, pur essendo stati uccisi nel corpo, nessuno potrà spegnere la loro voce o cancellare l’amore che hanno donato; è una speranza piena d’immortalità, perché la loro testimonianza rimane come profezia della vittoria del bene sul male. Sì, la loro è una speranza disarmata. Hanno testimoniato la fede senza mai usare le armi della forza e della violenza, ma abbracciando la debole e mite forza del Vangelo, secondo le parole dell’apostolo Paolo: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. (…) Infatti quando sono debole, è allora che sono forte”. (2Cor 12,9-10)».