• VERTICE

Hu e Obama si danno una mano

L'America vuole che i cinesi diventino più ricchi e la Cina vuole salvare Wall Street. Ecco retroscena e prospettive del vertice.

obama hu

C’era una volta il comunismo: un modello in cui il partito (comunista ovviamente) si identificava con lo Stato e lo Stato possedeva tutti i mezzi di produzione.

C’era una volta il capitalismo: un modello in cui i privati avevano libera iniziativa economica (anche di fallire) e in cui lo Stato si limitava a dettare le regole perché il mercato potesse funzionare al meglio.

E allora guardiamo all’incontro che si svolge in questi giorni a Washington.
Chi era il comunista? Il presidente cinese Hu Jintao, che si è presentato come il più forte investitore finanziario mondiale e che garantisce al suo paese una grande libertà di sviluppo delle imprese?
Chi era il capitalista? Il presidente americano Barack Obama, responsabile della più forte spesa pubblica che la storia ricordi per salvare banche, imprese e società finanziarie dopo le ondate della grande crisi?

Forse i vecchi schemi non servono più ad interpretare la realtà. Forse la grande crisi ha definitivamente mandato in soffitta i metri di misura delle ideologie, dei modelli preconfezionati, delle analisi fatte a tavolino.
Per scoprire invece che c’è un nuovo assetto mondiale in cui Cina e Stati Uniti hanno un ruolo da protagonisti e che, in un palese gioco delle parti, hanno una strategia, ma soprattutto interessi comuni da difendere.

E così gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina: il presidente americano, Barack Obama, ha chiesto al presidente cinese, Hu Jintao, di aggiustare il corso dello yuan, che rimane sottovalutato, in modo da consentire alle imprese di battersi ad armi pari sul mercato cinese. «La storia ha dimostrato che le società sono più armoniose, che prosperano prima e che il mondo è più giusto quando i diritti e le responsabilità di tutti i paesi e di tutti i popoli sono rispettate» ha aggiunto Obama nel corso della cerimonia per accogliere il presidente cinese con un accenno velato al problema dei diritti umani: quel tanto che dovrebbe bastare per non scontentare i propri elettori, ma senza spingersi troppo in là per non irritare l’amico cinese.

Da parte sua Hu Jintao ha sottolineato che «Cina e Stati Uniti dovrebbero rispettare le proprie scelte di sviluppo e i propri interessi per vincere delle sfide a livello globale come quelle sul clima, il terrorismo, i crimini internazionali, l’energia e le risorse per la sicurezza, il controllo del cibo, la salute pubblica e combattere i disastri nazionali». E il presidente cinese ha messo così in risalto una realtà già evidente: senza la Cina non può essere nessuna politica globale. Un quinto degli abitanti del globo hanno una grande volontà di muoversi e di vivere in un’economia globalizzata.

Ma al di là dei grandi temi vi sono obiettivi molto concreti che uniscono gli interessi delle due superpotenze. Non a caso Obama ha insistito sulla necessità che Pechino sostenga la propria domanda interna, faccia crescere anche con i consumi e non solo con le esportazioni la propria economia. In questo modo gli Stati Uniti possono vendere più auto, più camion, più computer, più software e quindi rilanciare la propria economia. E Hu Jintao ha chiesto di evitare le guerre valutarie e di mettere in sicurezza il sistema finanziario mondiale.

Il gioco delle parti. L’America vuole che i cinesi diventino più ricchi. E la Cina vuole salvare Wall Street. Addio al vecchio comunismo e al vecchio capitalismo. Con nessuna nostalgia né per l’uno, né per altro. Soprattutto se la ricchezza porterà più equità. Ma nello stesso tempo anche più libertà.

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