Hamam al Hammami, chi è il jihadista che ha dirottato il volo FlyDubai
Emerge dai dettagli diffusi dagli inquirenti sauditi ed emiratini il profilo del dirottatore del volo FZ1073, che per poco non ha ucciso i 174 passeggeri israeliani schiantandosi in Giordania. Tutt'altro che un disperato, Hamam al Hammami era un uomo colto che aveva studiato in Occidente.
Il tentativo di dirottamento del volo FlyDubai FZ1073, diretto a Tel Aviv e quasi precipitato in Giordania, ha dato origine a una serie di indagini in parallelo, in tutto il mondo. Indagano i diretti interessati: Emirati Arabi Uniti (la compagnia privata è emiratina), indaga Israele (166 passeggeri su 174) e l’Arabia Saudita (l’aereo è atterrato in emergenza a Tabuk, nel suo territorio). Indaga l’Oman, perché il dirottatore, il copilota di cui ora si sa anche il nome, Hamam al Hammami, 29 anni, era di padre omanita e nato nel paese, anche se è poi cresciuto in Siria, paese natale della madre. Indagano anche gli Usa, perché l’aereo era un Boeing 737 Max. E indaga anche l’Australia, dall’altra parte del mondo, perché il fallito dirottatore vi aveva vissuto per studio per due anni. E, sempre a proposito della sua formazione, anche nel Dipartimento all’Istruzione britannico si stanno ponendo qualche domanda, perché, secondo un’inchiesta del Telegraph, il percorso di radicalizzazione islamica dell’attentatore è avvenuto proprio mentre studiava (a distanza) in un’università britannica.
Quel che si sa finora è già tanto e si rafforza l’ipotesi che al Hammami abbia agito da solo, dopo un percorso di auto-radicalizzazione. La chiave per capire la dinamica del fallito “11 settembre mediorientale” è tutta nella sua mente ed è su quella che si stanno concentrando le indagini. Nato in Oman, cresciuto in Siria, Hamam ha vissuto anche per anni nel mezzo della guerra civile. Gli inquirenti emiratini sospettano che il percorso di radicalizzazione sia iniziato proprio in quel contesto, anche se ancora sotto traccia. Nel 2015, con un visto di studio, emigra in Australia per studiare Ingegneria. Due anni dopo, terminati gli studi, lascia il paese e torna in Oman. La sua carriera di pilota inizia nella compagnia di bandiera, la Oman Air.
Non ha ancora finito gli studi nel 2020, quando si iscrive a un corso di perfezionamento presso la Buckinghamshire New University in Inghilterra. Studi online, il personale universitario, contattato dal Telegraph afferma di non averlo praticamente mai visto. Ma è proprio in questo periodo che inizia a diventare visibile il suo percorso di radicalizzazione, stando all’indagine emiratina sui suoi indirizzi social, tutti chiusi, ma tutti rintracciabili. Il Telegraph ha passato in rassegna a migliaia di suoi post, su X e su Instagram, trovando il classico repertorio dell’integralista islamico. Sono confermate le dicerie dei suoi ex colleghi di compagnia, sul fatto che non volesse stringere la mano alle donne. Non solo non voleva stringer loro la mano, ma tendeva loro delle imboscate social, aprendo finti account libanesi o siriani e fingendo di adescare donne saudite o di altri paesi arabi, per testarne la virtù. I post sull’argomento “donne” che scriveva nel suo periodo di studi britannici sono di una violenza inaudita, soprattutto quando suggerisce a uomini che giudica troppo tiepidi di schiaffeggiare o anche spaccare la testa alle loro mogli, di spazzare il pavimento con il loro corpo, di non dare loro la possibilità di uscire o tantomeno di lavorare. Inizia anche a condividere le punizioni corporali della shariah, applicata in modo intransigente, come nel Califfato: giusto crocefiggere, giusto tagliare la mano destra e il piede sinistro, giusta la flagellazione.
Come da prassi, con l’inizio della guerra a Gaza, nel 2023 inizia anche a postare scritti e immagini a tema, come quello della Mecca, Medina e Gerusalemme unite da una scia di luci, commentata da un poema arabo nazionalista, un’immagine che ha catturato particolarmente l’attenzione degli inquirenti israeliani ed emiratini. Ma è soprattutto la sua frequentazione di pagine di propaganda di Al Qaeda che mette in allarme le autorità dell’Oman, nel 2025. Trasferito dalla compagnia di bandiera ad un incarico a terra e avviato verso un percorso di de-radicalizzazione, cerca prima lavoro in Marocco, dove viene respinto. Poi trova un nuovo posto nel febbraio 2026 nella compagnia privata FlyDubai, degli Emirati Arabi Uniti. Il motivo per cui questa compagnia lo abbia assunto ignorando il suo passato e senza neppure chiedere informazioni all’Oman è uno dei misteri ancora irrisolti di questa vicenda.
Non appena trovato il nuovo lavoro, al Hammami, secondo quanto ha dichiarato agli interrogatori sauditi, inizia a studiare i dettagli dell’attentato. Dichiara loro di non aver paura della morte e anzi di cercarne una da martire. All’inizio dell’estate incomincia a fotografare aerei e strutture dell’aeroporto internazionale Ben Gurion, di Tel Aviv. Agli inquirenti emiratini dichiara che fosse quello il suo obiettivo: schiantarsi sull’aeroporto più grande di Israele. Un piano che avrebbe potuto già scattare a luglio, non fosse che nell’equipaggio era presente anche un suo amico. Martire sì, ma i sentimenti personali hanno prevalso.
Il piano è fallito per un motivo: uccidere il pilota si è rivelato molto più difficile del previsto. Smit Machchhar, tuttora ricoverato in gravi condizioni, si è ripreso e ha potuto raccontare la storia dal suo punto di vista. Il 30 settembre, dopo due ore e un quarto di volo regolare da Dubai a Tel Aviv, con l’aereo appena entrato nello spazio aereo giordano, non lontano dalla destinazione, nella cabina di pilotaggio del Boeing, il primo ufficiale Hamim al Hammami, ancora un personaggio non sospetto, chiede il permesso di pregare. Machchhar non è musulmano e non si accorge che è troppo tardi per la preghiera del mattino. Permesso accordato. Hammami approfitta del momento della preghiera per afferrare l’ascia d’emergenza e colpire alle spalle, all’altezza della nuca, il pilota. E qui viene risolto un altro mistero: ci si chiedeva come si fosse imbarcato armato, visto che le prime ricostruzioni parlavano di un coltello. Ebbene: l’arma l’ha trovata già a bordo ed è un attrezzo che è presente in tutti gli aerei di linea. Ma il pilota non muore sul colpo. Il dirottatore avrebbe voluto che perdesse almeno i sensi, in modo da prendere il suo posto e condurre il suo aereo a schiantarsi sull’obiettivo, senza destare alcun allarme né fra i passeggeri, né fra le autorità israeliane. Ma Machchhar non solo non perde i sensi, reagisce, si difende, apre la porta della cabina, facendo sapere a tutti cosa stia succedendo. La porta della cabina di pilotaggio è blindata, non la si può neppure aprire con il codice segreto, se il pilota preme il pulsante che nega l’autorizzazione. L’azione di Machchhar, già gravemente ferito, si rivela decisiva.
Il piano di Hammami è già fallito, a questo punto decide di sacrificare se stesso e portarsi nella tomba tutti i passeggeri e l’equipaggio, prendendo i comandi e iniziando una picchiata. Ma dura poco, perché la porta è aperta, l’allarme si è diffuso, nonostante il caos e il terrore alcuni passeggeri riprendono il controllo e poi subentrano i piloti di riserva, imbarcati per riportare l’aereo da Tel Aviv a Dubai nel volo di ritorno. L’aereo aveva già perso un pezzo di coda, a causa della picchiata improvvisa. Un danno strutturale grave, ma non sufficiente a compromettere il volo. Solo a questo punto, i piloti di riserva lanciano l’allarme, prima un generico 7500 (emergenza), poi 7700 (dirottamento) e l’aereo è autorizzato per un atterraggio d’emergenza a Tabuk, Arabia Saudita.
Resta da capire se ci sia un mandante o se Hammami abbia agito da solo. L’ipotesi più probabile è quest’ultima: che sia un lupo solitario. Quindi ancora meno controllabile, meno prevedibile. Ma proprio per questo ci spetta un periodo in cui tutte le agenzie coinvolte chiederanno molti più controlli e cadranno teste di chi verrà considerato responsabile della mancata prevenzione. Il Ministero dei Trasporti israeliano ha chiesto alle compagnie straniere, che volano nel suo spazio aereo, maggiori controlli sugli equipaggi e nei prossimi giorni Israele annuncerà più restrizioni nelle autorizzazioni. Gli Emirati negano ogni responsabilità diretta. Il contraccolpo peggiore lo subirà la compagnia privata FlyDubai. L’università britannica in cui ha studiato l’attentatore, sull’onda dell’inchiesta giornalistica, promette maggiori controlli sui suoi studenti. I Conservatori chiedono al governo maggiori restrizioni sull’iscrizione di studenti stranieri, soprattutto da paesi a rischio jihadismo.
E intanto viene smentito per l'ennesima volta un luogo comune sui terroristi suicidi. Seguendo sempre un modo di ragionare occidentale, siamo portati a pensarli come dei malati di mente, oppure come dei disperati, in condizioni di povertà e con una bassa scolarizzazione che li rende più manipolabili. Hamam al Hammami era sano di mente. Nessuno lo aveva messo in dubbio, assumendolo come primo ufficiale in voli internazionali. Non era un disperato: era giovane, ricco, cosmopolita, sano, colto, fresco di studi in Occidente, con una carriera promettente e tutta la vita davanti. Ha agito da jihadista perché credeva seriamente che quella fosse la via del Paradiso islamico.

