• L'ANALISI

Guerra in Ucraina, i tre nodi da cui dipende l'esito

Le forze ucraine stanno guadagnando terreno, ma a costo di gravi perdite umane e di mezzi, mentre è tutta da verificare la resistenza delle truppe russe in attesa dei rinforzi e la capacità dell'Occidente di continuare ad armare Kiev.

Le truppe ucraine continuano le offensive sui fronti delle regioni di Kharkiv, Luhansk e nel sud, nella regione di Kherson, dove guadagnano terreno nelle regioni (oblast) annesse alla Federazione Russa in seguito ai referendum di fine settembre.

Dopo il ritiro da Lyman e Torske i russi hanno perso la capacità di continuare a minacciare Slovyansk e Kramatorsk, obiettivi-chiave dei piani di Mosca per la conquista dell’intero oblast di Donetsk. Sono invece gli ucraini ora a puntare a riprendere il controllo dell’oblast di Luhansk, completamente in mano a Mosca da diverse settimane, e di minacciare Severodonetsk e Lysychansk, conquistate dai russi all’inizio dell’estate.

Sul fronte meridionale, dove i russi avevano concentrato tutte le riserve disponibili per proteggere la città di Kherson e i territori conquistati oltre il fiume Dnepr, gli ucraini hanno attaccato per un mese subendo, secondo alcune fonti, perdite molto elevate; ma sono riusciti a sfondare le linee nemiche a est e ora avanzano lungo la sponda nord del Dnepr arrivando a quanto pare a una sessantina di chilometri da Kherson dopo aver conquistato Dudchany.

Il cedimento di questo fronte, a cui Mosca ha garantito la priorità, costituirebbe uno smacco per Mosca ed esporrebbe ulteriormente la Crimea ai colpi dei razzi a lungo raggio che gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina assicurando l’autorizzazione a colpire il territorio della Penisola annessa alla Russia nel 2014.

Il ministero della Difesa russo ammette le difficoltà e la necessità di attuare il ritiro da diverse aree per evitare l’accerchiamento di interi reparti e accorciare la linea del fronte da difendere mentre su blog e canali televisivi moscoviti fioccano le critiche ai comandi militari; e il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha accusato esplicitamente di incapacità il comandante delle forze sul Fronte Centrale in Ucraina, il generale Alexander Lapin, evocando addirittura l’impiego di armi nucleari.

A Mosca si cerca un capro espiatorio per una serie di sconfitte e ritirate che hanno ridotto a circa il 18 per cento il territorio ucraino sotto controllo dei militari russi e dei loro alleati del Donbass che restano all’offensiva solo sui fronti di Bakhmut e Avdivka, nella regione di Donetsk, ma continuano a soffrire una forte carenza di truppe aggravata ulteriormente dalla superiorità numerica degli ucraini che stanno impiegando tutte le riserve disponibili per sostenere le controffensive sui due fronti.

L’obiettivo è riconquistare più terreno possibile non solo in vista dell’autunno che trasformerà l’Ucraina in un mare di fango ostacolando i movimenti dei reparti ma soprattutto per approfittare del vantaggio numerico, prima che sui fronti bellici giungano i 300 mila riservisti mobilitati da Mosca, un terzo dei quali attesi al fronte tra ottobre e novembre.

La carenza di truppe da parte dei russi sembra confermata anche dal trasferimento in Ucraina di uomini della Guardia Nazionale (Rosvguardia) schierati in Siberia mentre secondo Kiev le autorità russe puntano alla mobilitazione forzata nelle quattro regioni annesse alla Russia.

Kiev ha già attuato da mesi la mobilitazione generale e gode quindi di un netto vantaggio in termini di uomini mentre vengono impiegati al fronte tutti i mezzi disponibili inclusi quelli catturati al nemico e quelli forniti dagli alleati. A questo proposito alcune notizie delle ultime ore sembrano indicare la febbrile richiesta ucraina, rivolta anche all’Italia, di nuovi mezzi, armi e munizioni da gettare nella mischia.

Il 22 settembre il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, è stato a Kiev ricevuto da Zelensky e dal suo omologo Oleksii Reznikov, che ha presentato richieste urgenti di equipaggiamento. Il Governo Draghi, benché dimissionario e in teoria destinato a occuparsi solo degli “affari correnti”, si appresta a varare il quinto decreto per la “cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari” all’Ucraina.
I dettagli restano come di consueto segreti ma è possibile che l’Italia sia ora chiamata a inviare nuove armi e soprattutto munizioni agli ucraini perché fino ad oggi le sue forniture sono state meno rilevanti di quelle di altre nazioni europee che hanno ormai esaurito le scorte cedibili.

Da settimane ormai sembrava consolidarsi la tendenza a offrire a Kiev nuovi equipaggiamenti ordinati all’industria della Difesa invece che armi e mezzi in dotazione alle forze dei paesi membri della NATO. Da un lato molte forze armate europee hanno esaurito gli equipaggiamenti in eccesso di cui potevano liberarsi e dall’altro i rischi crescenti che il conflitto si allarghi inducono tutti gli stati maggiori a preservare le proprie capacità militari.

Anche gli Stati Uniti, con lo stanziamento di 1,1 miliardi di dollari annunciato il 28 settembre, hanno promesso a Kiev altri 18 sistemi campali d’artiglieria HIMARS ma acquistati direttamente dal Pentagono, a differenza dei 16 prelevati precedentemente dai magazzini delle forze armate statunitensi. Di conseguenza i tempi di produzione e consegna saranno di almeno 18/24 mesi.

Ciò nonostante, le pressanti esigenze ucraine di sostenere la controffensiva in atto ripianando le perdite, ha indotto Washington a mettere in campo un ulteriore pacchetto di aiuti da 625 milioni di dollari composto interamente da forniture provenienti dai depositi delle forze armate statunitensi che includono altri 4 lanciarazzi campali HIMARS con un numero imprecisato di relative munizioni, 16 obici da 155 mm con 76.500 proiettili, 16 obici da 105mm, 30mila proiettili da mortaio, 200 mila per armi leggere e 200 veicoli blindati.

Dal 2014 gli Stati Uniti hanno fornito di aiuti militari all’Ucraina per 19,6 miliardi di dollari, dei quali 17,5 dal gennaio 2021 e 16,8 dall’inizio delle operazioni militari russe, il 24 febbraio scorso. Anche il Canada, che ha fornito finora armi all’Ucraina per 626 milioni di dollari, ha girato agli ucraini 39 blindati LAV 6 destinati al suo esercito; ma Kiev ne chiede altri che al momento devono ancora essere in produzione.

La Francia per riuscire a fornire altri obici Caesar ha dovuto girare a Kiev la dozzina di esemplari ordinati dalla Danimarca che a sua volta, insieme a Germania e Norvegia, ha stanziato 92 milioni di euro per acquistare in Slovacchia obici semoventi Zuzana-2 da donare agli ucraini, mentre la Lituania ha ordinato 37 droni-kamikaze a un’azienda polacca per fornirli agli ucraini il prossimo novembre.

Nel complesso quindi questa fase della guerra in Ucraina si snoda ora su tre livelli critici: la capacità di resistenza delle truppe russe che attendono i rinforzi, la capacità dell’Occidente di continuare ad alimentare con armi e munizioni lo sforzo bellico ucraino e la capacità di Kiev di mantenere l’iniziativa sul campo di battaglia nonostante le ingenti perdite in truppe e mezzi che l’Occidente tenta di compensare.

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